Commento

L’oscurità della torre di Thomas Bernhard

Amras (Adelphi 2026) è un libro sinistro, prediletto dal suo stesso autore Thomas Bernhard e presto dimenticato per la sua giovanile sfrontatezza e l’audacia compositiva. «Nei miei libri tutto è artificio», dichiarò. «E lo spazio della scena è totalmente buio … Nell’oscurità tutto diventa più chiaro». Ed è dalle tenebre della torre di Amras, che affiorano sotto i nostri occhi i fratelli K. e Walter. Sopravvissuti al suicidio della loro famiglia si ritrovano rinchiusi nella torre, proprietà di uno zio, che li protegge, nascondendoli e sottraendoli agli sguardi del mondo. Avvinghiati l’uno all’altro, prigionieri di una endogamia spirituale, uniti da un affetto che scaturisce dalla reciproca avversione naturale, vivranno in quel luogo «un’unica notte senza sonno». Una notte fredda e scandita da una domanda perenne, senza risposta: «perché siamo costretti a vivere ancora?». La torre è prigione e rifugio stesso.

È lì che i fratelli prendono coscienza di se stessi, lì che si interrogano su come abbiano ancora «il coraggio di esistere», di non essere stati allontanati definitivamente dalla vita. «Eravamo pronti a morire». Eppure, ancora a meravigliarsi di esistere, uniti ritmicamente dopo la morte dei genitori, facendosi da intermediari l’uno con l’altro. Il romanzo è breve e densissimo, costruito come un lungo monologo febbrile in cui la voce narrante si muove tra memoria, ossessione e disperazione. Thomas Bernhard scava senza pietà nella fragilità psicologica dei personaggi, soprattutto nel rapporto ambiguo tra i due fratelli, fatto di dipendenza, senso di colpa e incomunicabilità. Sul viso di Walter si leggono sempre solo tristezze e un’aria di condanna. La duplice malattia mortale di Walter, il corpo che porta i segni delle ferite che essi stessi si infliggevano, i riflessi infernali. Tutto concorre a costruire un universo in cui non c’è consolazione possibile.

Un libro duro, sinistro, ma potentissimo. La scrittura di Thomas Bernhard è martellante, fatta di ripetizioni e variazioni minime, che rendono il testo ipnotico. Ma anche inquietante. Il narratore confessa di aver «passato la vita cercando di liberarsi di se stesso e di Walter, della famiglia, delle innumerevoli generazioni della famiglia, cercando di liberarmene con le astuzie del corpo e della mente». Eppure, non ci riesce. E questa impossibilità di fuga – dalla famiglia, da se stessi, dalla coscienza – è il vero nucleo del libro. La malattia, il fallimento e l’impossibilità di adattarsi al mondo non sono incidenti di percorso, ma condizioni esistenziali. Condizioni che Bernhard attribuisce a un’intelligenza troppo elevata per potersi accomodare nella mediocrità del reale. In poche pagine l’autore riesce a condensare i temi che diventeranno centrali nella sua opera. Ovvero, l’isolamento, la follia, la critica alla società austriaca e la tensione continua tra lucidità intellettuale e autodistruzione.

Amedeo Gasparini

In cima