Giornalismo

Luciana Caglio, la scrittura come fedele specchio dei tempi

Addio a una colonna della comunicazione

Luciana Caglio

Luciana Caglio in un fermo immagine RSI del 1986

Luciana Caglio se n’è partita in piena e perfetta consonanza con il suo stile di tutta la vita: nella discrezione. Che è uno dei tratti dominanti della sua ricca e grande personalità. Ha saputo esserlo e lo ha fatto con naturalezza, perché lei era così: capace di mettere a fuoco interiormente, innanzi tutto, chi le stava davanti e ancor più le migliaia di volti e storie che ha raccontato nella sua lunga esistenza di giornalista, con ruoli anche di responsabilità, indimenticata ad esempio quando conduceva Azione, firma storica del Corriere del Ticino. Restando in questo campo della comunicazione, coltivato con intelligenza, sensibilità e lungimiranza, sapeva cogliere a fondo le situazioni, i casi, i fatti di cui doveva o sceglieva di occuparsi anche dentro le molte rubriche da lei curate. Possedeva innata l’autorevolezza: che ispirava in automatico il “lei”, non perché si percepisse una distanza, ma perché si avvertiva che la familiarità veniva dopo, quando maturava un rapporto di conoscenza.

Pensando a lei che aveva 96 anni, viene spontaneo immaginare quanto possa avere scritto, in decenni di giornalismo, quasi per intero e preferibilmente cartaceo, perché è il modo che consente di riflettere, approfondire, ritoccare. Bravura non comune nel mettere a fuoco, nel tenere il passo anzi spesso anticipando nel “sentire” e “respirare” la cronaca con i suoi cambiamenti sempre più veloci: per i comportamenti degli individui e per i costumi della società. Virtù aggiuntive, e non sembri fuori posto la parola, sono state senza eccezioni la compostezza, la sobrietà, il rispetto, la gentilezza, l’umanità che si traduce in comprensione, anche pietà per le sofferenze e i dolori che affiorano dalla quotidianità. Il suo osservatorio, quello abituale, si apriva partendo dalla misura anche negli aggettivi, dall’attitudine nell’immedesimarsi in chi veniva lambito da certi squarci e lacerazioni. Mai un troppo, meglio un meno. Del resto veniva da un caposcuola di una certa comunicazione, il padre Luigi, che aveva trasmesso appieno l’alfabeto dell’esprimersi e del trasmettere, usando pacatezza di analisi e mai partendo dal voler dimostrare un teorema.

Scrivere per Luciana è stato davvero un modo di essere e la sua è stata – non certo voluta – una cattedra alla quale ispirarsi da parte di molti colleghi, dell’altro ieri e di ieri ma anche del presente, perché ha raccontato fino al suo tempo ultimo avvenimenti e protagonisti, partendo dalla “sua” città, Lugano, con occhi attenti al Cantone, alla Svizzera e al pianeta intero, individuando aspetti originali, particolari, spesso trascurati nella fretta. Ponderatezza ed equilibrio erano altri pregi identitari e riconoscibili: li si apprezzava specialmente nei dibattiti radiofonici o televisivi ai quali era invitata, dove si tende talora ad alzare i toni. Una tradizione erano – e lo sono stati per anni – i bilanci di fine anno, una liturgia un po’ monotona nella ripetitività: Luciana, con la lucidità di chi guarda le cose dall’esterno, sapeva trovare anche qui punti diversi, inediti che ti sorprendevano e portavano poi a rammaricarti di non averci pensato a tua volta. Frequentandola di tanto in tanto, ancor più leggendola (e invidiandola) abbiamo anche imparato a interrogare noi stessi, un esercizio diventato alquanto raro in quest’epoca.

Quando manca un punto di riferimento come è stata per me e per molti colleghi Luciana, ci si scopre presi da un misto di rimpianto e senso di colpa per aver a lungo rinviato l’occasione o il motivo (di gratitudine) per un incontro, un saluto, un doveroso chiederle “come stai?” e ci si duole, ma è troppo tardi, per il legame perduto. Davanti a questo addio, dopo una vita lunga e operosa come quella di Luciana, ci si sente con richiamo al silenzio, anche perché le nostre parole ci sembrano inadeguate rispetto all’eleganza delle sue, ma c’è la sensazione che il ricordo e il far memoria servano a imprimere meglio la sua immagine nella nostra mente e nel nostro cuore.

Giuseppe Zois

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