Competere o sparire (Rizzoli 2026) raccoglie il pensiero di Mario Draghi sul futuro dell‘Unione Europea, introdotto da una prefazione di Martin Wolf, capo commentatore del Financial Times. Che scrive che Draghi ha agito con straordinaria risolutezza per salvare l’euro, ricordando il celebre discorso del «whatever it takes», a Londra il 26 luglio 2012. Per il prefatore, la combinazione tra «lunga esperienza», «straordinaria intelligenza», «profonda conoscenza della materia economica» e «visione globale», unita alla «rara coesistenza di idealismo e concretezza», ha reso Draghi «uno dei suoi pensatori più rilevanti». Draghi stesso sostiene che i cittadini europei devono «rinunciare a una sovranità nazionale ormai ampiamente illusoria se vogliono poterne esercitare una reale e tangibile», principio di «federalismo pragmatico» esposto ad Aquisgrana il 14 maggio 2026, in occasione del Premio Carlo Magno. L’autore individua nella mancata realizzazione del mercato interno dei beni e dei servizi «uno dei più gravi fallimenti dell’UE».
La trasformazione richiesta, scrive, «non è un’opzione superflua, bensì un imperativo categorico». Riguarda anche il modo di impiegare l’investimento pubblico. L’UE, ha dichiarato in un discorso a Rimini, deve mutare anche la sua organizzazione politica. Essa è un esperimento con pochi precedenti nella storia dell’umanità. La sua costruzione poggia su un modello economico e sociale unico, capace di coniugare equità, solidarietà, rispetto dell’ambiente. Un modello, cioè, che deve ritrovare la capacità di crescere. Definisce inoltre l’attuale un momento di pericolo. Dal 2020, «gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente». Secondo Draghi, l’Europa «non ha mai messo in pratica pienamente l’apertura che predicava». Ha lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, con sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti dell’economia avviluppate in strati di regolamentazione. Il risultato non è stata una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica.
A questo si aggiunge l’IA. Secondo scenari dell’OCSE, circa la metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’IA. L’autore sostiene che la durezza esterna richiede profondità interna. Sul rapporto con Washington osserva che «il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile». L’Europa ha sì cercato il negoziato e il compromesso, ma «ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque», frenata dal tema della sicurezza. Il risveglio, scrive Draghi, passa da una cooperazione in materia di difesa che si sta allargando. Il compito, ora, è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti. Concretamente, con l’allargamento dell’UE ai Balcani e all’Ucraina, occorrerà rivedere i Trattati per garantire che non si ripetano gli errori del passato, quando si è allargata la periferia senza rafforzare il centro.
Draghi ricorda inoltre che, «quando i cittadini chiedono più Europa, non stanno semplicemente chiedendo di più dell’Europa che abbiamo». Chiedono miglioramenti pratici. In un altro capitolo, l’ex Presidente del Consiglio, ricorda che dopo l’invasione russa dell’Ucraina l’Europa si è trovata di fronte la guerra e il ritorno dell’inflazione. «Davamo per scontato che le istituzioni che avevamo costruito, insieme ai legami economici e commerciali, sarebbero state sufficienti a impedire entrambi». Se negli anni Novanta molti credevano che il processo di globalizzazione fosse inarrestabile e che le istituzioni internazionali sarebbero state in grado di correggere le distorsioni, «mentre eravamo impegnati a celebrare la fine della storia, la storia preparava il suo ritorno». Per Draghi, «accettare una vittoria russa o un compromesso ambiguo indebolirebbe fatalmente altri Stati confinanti» e segnalerebbe agli autocrati che l’UE «è pronta a rinunciare a ciò per cui si batte».
L’ex premier definisce la risposta dell’UE alla Russia una svolta. L’Unione «non è stata progettata per tradurre il proprio peso economico in potere militare e diplomatico». La guerra in Ucraina ha per contro dimostrato l’unità dell’UE nella difesa dei suoi valori fondanti, al di là delle priorità nazionali dei Paesi. Sui mercati globali, occorre dire che il modello di globalizzazione racchiudeva anche una debolezza fondamentale: l’apertura richiede a tutti i Paesi partecipanti il rispetto delle regole internazionali e di un sistema condiviso per risolvere le controversie. I cittadini, scrive, volevano «una distribuzione più equa dei benefici della globalizzazione e una maggiore attenzione alla sicurezza economica». Da qui l’attesa di un uso più attivo dei poteri statali – tra cui politiche commerciali assertive, protezionismo, redistribuzione. Il debito comune europeo «amplierebbe lo spazio fiscale collettivo a nostra disposizione, alleggerendo alcune pressioni sui bilanci nazionali».
Draghi osserva poi che la competitività è stata per molto tempo una questione controversa per l’Europa. Oggi investiamo meno in tecnologie digitali e avanzate rispetto a Stati Uniti e Cina. Manca altresì una strategia che ci aiuti a proteggere le nostre industrie tradizionali. L’Europa, aggiunge, è tradizionalmente molto forte nella ricerca, ma non riesce a portare l’innovazione sul mercato e a migliorarne le prestazioni. «La maggior parte del gap di investimenti dovrà essere colmata da investimenti privati» e «il progresso dell’Unione dei mercati di capitali è una parte indispensabile della strategia complessiva per la competitività». Occorre però, scrive, ridurre il prezzo dell’energia. L’UE soffre di investimenti infrastrutturali lenti sia per le energie rinnovabili sia per le reti di distribuzione. Serve un ripensamento del modo in cui impieghiamo il capitale pubblico e privato per potenziare i mercati del capitale di rischio, del capitale azionario e delle obbligazioni e incoraggiare gli investimenti.
Draghi sottolinea che «la lotta all’esclusione sociale sarà fondamentale non solo per preservare i valori di equità della nostra Unione, ma anche per far sì che il nostro cammino verso una società più tecnologica si compia con successo». Avverte che l’Europa è la meno evoluta nelle nuove tecnologie. E sta scivolando verso una maggiore dipendenza e insicurezza, offrendo il fianco a chi vorrebbe sfruttare la nostra debolezza per dividerci. L’UE esiste per garantire il rispetto dei valori europei e per colmare il divario di innovazione con gli Stati Uniti e la Cina. Il problema principale, sostiene, è che non stanno emergendo nuove aziende tech, poiché non riusciamo a trasformare le idee in successi commerciali. E le aziende innovative trovano ostacoli in ogni fase, che arrestano sul nascere il ciclo dell’innovazione. Draghi propone di incoraggiare le startup innovative rimuovendo gli ostacoli normativi e incrementare la spesa dell’UE per l’innovazione.
Draghi auspica lo sviluppo di una vera politica economica estera dell’UE, capace di conciliare «i nostri interessi di sicurezza con la solidarietà verso i Paesi a basso reddito». Da accompagnare su un percorso di sviluppo e decarbonizzazione. Sulla difesa, individua la principale debolezza nella eccessiva frammentazione della base industriale, aggravata dalla mancanza di coordinamento tra gli Stati membri, pur riconoscendo che l’Europa vanta PMI specializzate nel settore della difesa. Ricorda infine che, storicamente, gli investimenti in Europa sono stati finanziati per circa l’80 per cento da capitali privati e per il 20 per cento da fondi pubblici. Per questo «è necessario fare progressi nell’UE dei mercati dei capitali, in modo che i risparmi privati possano essere canalizzati verso investimenti in tutta l’UE. «Sbloccare il mercato unico è fondamentale». L’obiettivo è creare «le condizioni che permettano alle aziende innovative di crescere in Europa, anziché rimanere piccole o trasferirsi negli Stati Uniti».
«Possiamo rivitalizzare lo spirito innovativo del nostro continente», scrive. E «possiamo riconquistare la nostra capacità di difendere i nostri interessi». Occorre, però, dotarsi di una strategia continentale unificata per il cloud, il supercalcolo e l’IA, la cybersicurezza. Draghi ammonisce: l’intervento dello Stato resterà necessario. «Il ricorso al debito comune è l’unica strada». Esso L’emissione di debito comune, scrive, fornirebbe l’“anello mancante” nei frammentati mercati dei capitali europei, colmando «l’assenza di un bene sicuro comune». Serve un «vasto piano di investimenti a livello europeo», mentre risulta «sconfortante rilevare come l’Europa sia diventata ostaggio di interessi particolari ormai consolidati». L’UE, aggiunge, si è ritrovata tagliata fuori dalla rivoluzione del cloud e dell’IA, con un quadro normativo abnorme. Sulla difesa, propone un sistema basato sull’interoperabilità tra tutti gli asset militari. «Torneremo a investire in Europa, in modo massiccio e responsabile», scrive, «e proteggeremo e preserveremo la nostra libertà».
Amedeo Gasparini
Competere o sparire (Rizzoli 2026) raccoglie il pensiero di Mario Draghi sul futuro dell‘Unione Europea, introdotto da una prefazione di Martin Wolf, capo commentatore del Financial Times. Che scrive che Draghi ha agito con straordinaria risolutezza per salvare l’euro, ricordando il celebre discorso del «whatever it takes», a Londra il 26 luglio 2012. Per il prefatore, la combinazione tra «lunga esperienza», «straordinaria intelligenza», «profonda conoscenza della materia economica» e «visione globale», unita alla «rara coesistenza di idealismo e concretezza», ha reso Draghi «uno dei suoi pensatori più rilevanti». Draghi stesso sostiene che i cittadini europei devono «rinunciare a una sovranità nazionale ormai ampiamente illusoria se vogliono poterne esercitare una reale e tangibile», principio di «federalismo pragmatico» esposto ad Aquisgrana il 14 maggio 2026, in occasione del Premio Carlo Magno. L’autore individua nella mancata realizzazione del mercato interno dei beni e dei servizi «uno dei più gravi fallimenti dell’UE».
La trasformazione richiesta, scrive, «non è un’opzione superflua, bensì un imperativo categorico». Riguarda anche il modo di impiegare l’investimento pubblico. L’UE, ha dichiarato in un discorso a Rimini, deve mutare anche la sua organizzazione politica. Essa è un esperimento con pochi precedenti nella storia dell’umanità. La sua costruzione poggia su un modello economico e sociale unico, capace di coniugare equità, solidarietà, rispetto dell’ambiente. Un modello, cioè, che deve ritrovare la capacità di crescere. Definisce inoltre l’attuale un momento di pericolo. Dal 2020, «gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente». Secondo Draghi, l’Europa «non ha mai messo in pratica pienamente l’apertura che predicava». Ha lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, con sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti dell’economia avviluppate in strati di regolamentazione. Il risultato non è stata una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica.
A questo si aggiunge l’IA. Secondo scenari dell’OCSE, circa la metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’IA. L’autore sostiene che la durezza esterna richiede profondità interna. Sul rapporto con Washington osserva che «il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile». L’Europa ha sì cercato il negoziato e il compromesso, ma «ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership su basi più eque», frenata dal tema della sicurezza. Il risveglio, scrive Draghi, passa da una cooperazione in materia di difesa che si sta allargando. Il compito, ora, è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti. Concretamente, con l’allargamento dell’UE ai Balcani e all’Ucraina, occorrerà rivedere i Trattati per garantire che non si ripetano gli errori del passato, quando si è allargata la periferia senza rafforzare il centro.
Draghi ricorda inoltre che, «quando i cittadini chiedono più Europa, non stanno semplicemente chiedendo di più dell’Europa che abbiamo». Chiedono miglioramenti pratici. In un altro capitolo, l’ex Presidente del Consiglio, ricorda che dopo l’invasione russa dell’Ucraina l’Europa si è trovata di fronte la guerra e il ritorno dell’inflazione. «Davamo per scontato che le istituzioni che avevamo costruito, insieme ai legami economici e commerciali, sarebbero state sufficienti a impedire entrambi». Se negli anni Novanta molti credevano che il processo di globalizzazione fosse inarrestabile e che le istituzioni internazionali sarebbero state in grado di correggere le distorsioni, «mentre eravamo impegnati a celebrare la fine della storia, la storia preparava il suo ritorno». Per Draghi, «accettare una vittoria russa o un compromesso ambiguo indebolirebbe fatalmente altri Stati confinanti» e segnalerebbe agli autocrati che l’UE «è pronta a rinunciare a ciò per cui si batte».
L’ex premier definisce la risposta dell’UE alla Russia una svolta. L’Unione «non è stata progettata per tradurre il proprio peso economico in potere militare e diplomatico». La guerra in Ucraina ha per contro dimostrato l’unità dell’UE nella difesa dei suoi valori fondanti, al di là delle priorità nazionali dei Paesi. Sui mercati globali, occorre dire che il modello di globalizzazione racchiudeva anche una debolezza fondamentale: l’apertura richiede a tutti i Paesi partecipanti il rispetto delle regole internazionali e di un sistema condiviso per risolvere le controversie. I cittadini, scrive, volevano «una distribuzione più equa dei benefici della globalizzazione e una maggiore attenzione alla sicurezza economica». Da qui l’attesa di un uso più attivo dei poteri statali – tra cui politiche commerciali assertive, protezionismo, redistribuzione. Il debito comune europeo «amplierebbe lo spazio fiscale collettivo a nostra disposizione, alleggerendo alcune pressioni sui bilanci nazionali».
Draghi osserva poi che la competitività è stata per molto tempo una questione controversa per l’Europa. Oggi investiamo meno in tecnologie digitali e avanzate rispetto a Stati Uniti e Cina. Manca altresì una strategia che ci aiuti a proteggere le nostre industrie tradizionali. L’Europa, aggiunge, è tradizionalmente molto forte nella ricerca, ma non riesce a portare l’innovazione sul mercato e a migliorarne le prestazioni. «La maggior parte del gap di investimenti dovrà essere colmata da investimenti privati» e «il progresso dell’Unione dei mercati di capitali è una parte indispensabile della strategia complessiva per la competitività». Occorre però, scrive, ridurre il prezzo dell’energia. L’UE soffre di investimenti infrastrutturali lenti sia per le energie rinnovabili sia per le reti di distribuzione. Serve un ripensamento del modo in cui impieghiamo il capitale pubblico e privato per potenziare i mercati del capitale di rischio, del capitale azionario e delle obbligazioni e incoraggiare gli investimenti.
Draghi sottolinea che «la lotta all’esclusione sociale sarà fondamentale non solo per preservare i valori di equità della nostra Unione, ma anche per far sì che il nostro cammino verso una società più tecnologica si compia con successo». Avverte che l’Europa è la meno evoluta nelle nuove tecnologie. E sta scivolando verso una maggiore dipendenza e insicurezza, offrendo il fianco a chi vorrebbe sfruttare la nostra debolezza per dividerci. L’UE esiste per garantire il rispetto dei valori europei e per colmare il divario di innovazione con gli Stati Uniti e la Cina. Il problema principale, sostiene, è che non stanno emergendo nuove aziende tech, poiché non riusciamo a trasformare le idee in successi commerciali. E le aziende innovative trovano ostacoli in ogni fase, che arrestano sul nascere il ciclo dell’innovazione. Draghi propone di incoraggiare le startup innovative rimuovendo gli ostacoli normativi e incrementare la spesa dell’UE per l’innovazione.
Draghi auspica lo sviluppo di una vera politica economica estera dell’UE, capace di conciliare «i nostri interessi di sicurezza con la solidarietà verso i Paesi a basso reddito». Da accompagnare su un percorso di sviluppo e decarbonizzazione. Sulla difesa, individua la principale debolezza nella eccessiva frammentazione della base industriale, aggravata dalla mancanza di coordinamento tra gli Stati membri, pur riconoscendo che l’Europa vanta PMI specializzate nel settore della difesa. Ricorda infine che, storicamente, gli investimenti in Europa sono stati finanziati per circa l’80 per cento da capitali privati e per il 20 per cento da fondi pubblici. Per questo «è necessario fare progressi nell’UE dei mercati dei capitali, in modo che i risparmi privati possano essere canalizzati verso investimenti in tutta l’UE. «Sbloccare il mercato unico è fondamentale». L’obiettivo è creare «le condizioni che permettano alle aziende innovative di crescere in Europa, anziché rimanere piccole o trasferirsi negli Stati Uniti».
«Possiamo rivitalizzare lo spirito innovativo del nostro continente», scrive. E «possiamo riconquistare la nostra capacità di difendere i nostri interessi». Occorre, però, dotarsi di una strategia continentale unificata per il cloud, il supercalcolo e l’IA, la cybersicurezza. Draghi ammonisce: l’intervento dello Stato resterà necessario. «Il ricorso al debito comune è l’unica strada». Esso L’emissione di debito comune, scrive, fornirebbe l’“anello mancante” nei frammentati mercati dei capitali europei, colmando «l’assenza di un bene sicuro comune». Serve un «vasto piano di investimenti a livello europeo», mentre risulta «sconfortante rilevare come l’Europa sia diventata ostaggio di interessi particolari ormai consolidati». L’UE, aggiunge, si è ritrovata tagliata fuori dalla rivoluzione del cloud e dell’IA, con un quadro normativo abnorme. Sulla difesa, propone un sistema basato sull’interoperabilità tra tutti gli asset militari. «Torneremo a investire in Europa, in modo massiccio e responsabile», scrive, «e proteggeremo e preserveremo la nostra libertà».
Amedeo Gasparini