Commento

Meditazioni di Salman Rushdie dopo il tentato assassinio

In Coltello (Mondadori 2024) lo scrittore Salman Rushdie ricostruisce l’attentato del 12 agosto 2022, analizza gli eventi prima, durante e dopo e racconta come è sopravvissuto e come sta oggi. Nel 1989, l’ayatollah Ruhollah Khomeyni emise una fatwa contro Rushdie per I versi satanici. La mattina del 12 agosto 2022, mentre lo scrittore si trovava sul palco del Chautauqua Institution per una conferenza, un uomo vestito di nero si avvicinò a lui con un coltello. Il primo pensiero di Salman Rushdie fu: «Sei tu, dunque. Eccoti qui». Il libro è scritto in prima persona. «Ricevo molti altri colpi, al collo, al petto, a un occhio, dappertutto. Sento le gambe che cedono, e cado». Rushdie scrive che, per sua ammissione, l’aggressore aveva letto due pagine dei suoi libri. Il movente dell’aggressione non aveva nulla a che fare con I versi.

«Con la coda dell’occhio destro – l’ultima cosa che il mio occhio destro avrebbe visto – ho scorto l’uomo in nero che correva verso di me lungo il corridoio alla destra della platea […]. Non ho tentato di fuggire». Erano passati trentatré anni e mezzo dalla sentenza di morte emessa dall’ayatollah. La morte gli si presentò di fronte. Perché ora? A questo quesito non c’è risposta. «La violenza mi è venuta incontro di corsa, e la mia realtà è andata in frantumi». Menava fendenti e pugnalate come un matto, l’assalitore. Collo, occhio destro, mano sinistra, fegato, addome. L’operazione per rimettere in sesto lo scrittore è durata più o meno otto ore. «Le mie visioni non sono scomparse, ma si sono fatte più spettrali, traslucide, e ho cominciato a rendermi conto della mia reale situazione». La cosa più sgradevole fu il respiratore in gola.

All’inizio, Rushdie non riusciva a parlare. Era sotto l’effetto di antidolorifici al Fentanyl. Il coltello aveva aperto squarci sul lato destro del collo e sulla guancia destra, causando danni al fegato e la rimozione di parte dell’intestino tenue. «Non sapevano se sarei sopravvissuto». Mentre alcuni erano felici dell’attentato, «molti pregavano per me». Importante nel volume di Salman Rushdie il ruolo della moglie. «La donna che amavo e che mi amava era al mio fianco». Per mesi, il suo mondo si limitava alla stanza. L’obiettivo era tornare a una realtà più ampia e meno ostile. Un medico gli disse: «Vuol sapere qual è stata la sua fortuna? Il suo aggressore non aveva idea di come si uccida una persona con un coltello». E così gli hanno estratto «la coda d’armadillo» dalla gola. «Posso parlare» ha detto. «Il mio corpo malconcio reagiva piuttosto bene, tutto sommato». Poi la riabilitazione.

«Nel corso di quelle desolate notti insonni ho pensato molto al coltello come idea […]. Un coltello è moralmente neutro. A essere immorale è l’uso sbagliato che se ne fa. Accidenti, mi sono detto. Pausa significativa. Non era, questo, un modo di ragionare simile a quello di chi dice “non sono le armi da fuoco a uccidere le persone, bensì le persone che le usano?” […] No. Un’arma da fuoco ha un unico possibile utilizzo. […] Per un’arma da fuoco, l’unico modo di esistere nel mondo è la violenza; la sua sola funzione è quella di causare danni Anche la lingua è un coltello. Può squarciare il mondo e rivelarne il significato, i meccanismi nascosti, i segreti, le verità. […] Può smascherare le fandonie, aprire gli occhi alle persone, creare bellezza».

E poi, «la lingua è il mio coltello. Ero stato colto di sorpresa dal mio aggressore, ma forse avrei potuto usare la lingua come un coltello per difendermi». «Ho commesso molti errori lungo il cammino […]; mi rammarico di queste ultime cose, ma posso pentirmi della mia vita? Sono felice di averla vissuta, e ho cercato di viverla nel miglior modo possibile». Nel capitolo sei Salman Rushdie parla dell’“A”, il nome immaginario che ha dato al suo aguzzino. Immagina una serie di colloqui con l’assalitore. Lo immagina come uno stupido fanatico, irragionevole. «L’unico modo di sopravvivere come scrittore, stava nel comprendere quale fosse il cammino letterario su cui mi trovavo e abbracciare il viaggio che avevo scelto, proseguendo su quella strada. Era stato necessario un grande atto di volontà. […] Potevo continuare a essere me stesso?»

Amedeo Gasparini

www.amedeogasparini.com

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