Commento

Messaggi dall’America, la voce di Thomas Mann contro Hitler

Arnaldo Benini presenta in Tiro sassi alla finestra di Hitler (Salerno editrice 2025) un’analisi approfondita dei messaggi radiofonici che Thomas Mann trasmise dal suo esilio negli Stati Uniti (1940-1945). L’opera si configura come un breviario commentato che documenta la voce del Nobel costretto a lasciare la propria patria. Quando Mann arrivò in America, aveva perso la cittadinanza tedesca ed era diventato cittadino cecoslovacco, in attesa di ottenere quella americana. A Princeton, dove l’università gli offrì una cattedra, vicino ad Albert Einstein, utilizzò le frequenze della BBC per denunciare il crollo morale della Germania e la cecità dei suoi connazionali di fronte al Nazionalsocialismo. La situazione era drammatica. Dal 1935 la Germania aveva rioccupato la Saar, la Renania, l’Austria e la Cecoslovacchia. Mann osservava con sgomento questa incoscienza collettiva, condividendo le sue riflessioni con l’amico Hermann Hesse.

Esprimeva un giudizio severo sulla scelta di sacrificare la Cecoslovacchia, decisione motivata dalla falsa convinzione che bisognasse scegliere tra abbandonare un paese o scatenare una guerra devastante. «Mai esistita una simile alternativa», commentava, sottolineando come «la pace non fu mai salvabile solo con il tradimento». Questa riflessione mantiene una straordinaria attualità, specialmente quando si discute se la guerra possa portare alla pace attraverso il sacrificio dell’aggredito per compiacere l’aggressore. L’unica via per salvare la pace, come Mann ricordava ai finti pacifisti, consisteva nella caduta di Adolf Hitler. Il diario del 15 marzo 1939 registra l’ondata di suicidi che colpì Praga all’ingresso della Wehrmacht. Un’onda di disperazione che provocò «dolore e schifo», come disse. Benini evidenzia la durezza con cui Mann si rivolgeva al suo popolo, esortandolo a ribellarsi contro l’immoralità corrotta del regime.

Lo scrittore non esitò mai nel suo impegno, arrivando a definirsi il nemico più profondo di Hitler. Le trasmissioni radiofoniche presero avvio nell’ottobre 1940, su iniziativa della figlia Erika Mann. E lo stesso Thomas Mann le definì «delle sassate alla finestra di Hitler». Sin dalle prime trasmissioni emerge un evidente furore mescolato alla disperazione per gli eventi criminali perpetrati dalla Germania e per la passività con cui i cittadini tedeschi vi assistevano. Mann parlava ripetutamente di un’illusione cieca riguardo alla presunta grandezza tedesca, anche se rimaneva incerto su quanti tedeschi ascoltassero realmente le sue trasmissioni sulla BBC. Sapeva però che Joseph Goebbels era estremamente preoccupato per le parole dello scrittore di Lubecca. Nel messaggio inaugurale del novembre 1940, Mann dichiarava che, pur vivendo come cittadino del nuovo mondo, sarebbe rimasto tedesco. Lanciava insulti furiosi contro i criminali nazisti e parlava esplicitamente di colpe del popolo tedesco sin dall’inizio.

Definiva Hitler un oscuro cialtrone passato come mitico. E si rivolgeva con protervia ai suoi compatrioti: «Voi prestate fede un miserabile mistificatore della storia e un falso vincitore. Credete che grazie a lui e a voi stia sorgendo un nuovo mondo in cui partiranno tutti i valori che non solo fanno del cristiano un cristiano ma di un uomo o un uomo: verità, libertà, e diritto». «La rivoluzione di Hitler è solo un inganno. Hitler non è un rivoluzionario, bensì un brigante e un approfittatore». E «l’unico ostacolo ha una pace giusta per tutti Hitler e il suo sogno di soggiogare il mondo». Ribadiva che con Hitler non poteva esserci pace. Thomas Mann confidava nell’animo fondamentalmente buono del suo popolo, ritenendolo però schiavo del peggiore dei mali. Per questo motivo non si vergognava di sentirsi tedesco. Ed era convinto che la maggior parte dei tedeschi non accettasse il Nazionalsocialismo.

Il 22 giugno 1941 segnò l’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania. Ancora una volta Mann documentò gli orrori commessi dai tedeschi in territorio russo. Esprimeva dubbi sul fatto che «i tedeschi possono salvare il mondo e la civiltà del bolscevismo», un tentativo destinato a fallire già nel luglio del 1941, poche settimane dopo l’invasione dell’URSS, considerando che la maggior parte dell’umanità si opponeva a Hitler. Osservava che il Nazismo ha radici profonde nella vita tedesca. La degenerazione di idee che ebbero sempre in sé la depravazione criminale. E non erano del tutto estranei alla vecchia Germania. Mann individuava le radici del NS in almeno mezzo secolo di storia intellettuale del popolo tedesco. Auspicava che i tedeschi dovessero liberarsi dalla schiavitù miserabile a cui si erano condannati.

Con severità, invecchiato e disilluso, ripeteva ai tedeschi: io vi misi in guardia. Mann denunciava il sacrificio della gioventù maschile, gettata in una palude di false speranze e in un’avventura sterminatrice, guidata da condottieri bugiardi pronti a scatenarla contro ebrei e polacchi che avevano già subito immense sofferenze. Già all’inizio di dicembre 1941 Hitler dovette ammettere che la guerra in Russia non poteva essere vinta. Decise di eliminare tutti gli ebrei, convocando la conferenza di Wannsee. Nel gennaio 1942 Mann denunciava già la sorte degli ebrei olandesi ad Amsterdam. La questione dell’Olocausto ricorre negli interventi radio, anche nel settembre 1942. È una testimonianza contro chi ancora oggi sostiene che nessuno sapesse del sistema di sterminio sistematico degli ebrei europei. In occasione del decimo anniversario del nazionalsocialismo, nel gennaio 1943, Mann parlava di «un ben triste giubileo».

Stalingrado rimane una delle più grandi disfatte nella storia militare tedesca. Già nel 1943 Thomas Mann guardava oltre, prevedendo che la guerra avrebbe potuto protrarsi ancora a lungo e con ferocia. Ma che il mondo stava già immaginando un futuro oltre Hitler e la sua guerra. Commentava positivamente la caduta del Fascismo ed esortava i tedeschi a prendere una decisione politica matura, intelligente, per liberarsi dalla canaglia che aveva precipitato l’umanità nell’ignomia. Gli eventi si susseguivano rapidamente: lo sbarco degli alleati in Sicilia, lo sbarco in Normandia. Nel 1944 Hitler alla radio dichiarava che la vittoria tedesca significava la conservazione dell’Europa. Quella sovietica ne avrebbe comportato la distruzione. Ma ancora, Thomas Mann non si lasciava ingannare, intuendo che avere dei complici è quello che il colpevole desidera, perché nessuna canaglia vuole andare all’inferno da sola, disse.

L’ultimo anno, il 1945, rendeva evidente che il popolo tedesco portava l’intera responsabilità del Nazismo e avrebbe dovuto pagarne le conseguenze. Thomas Mann parlava di Auschwitz, di Birkenau, di Majdanek. Arrivava il momento per l’estirpazione totale del NS, con l’offensiva delle Ardenne e i comandi disperati di Hitler. «La libertà, dal punto di vista politico, è, in prima linea, un concetto morale di politica interna. Un popolo interiormente non liberi e non responsabile verso se stesso non merita la libertà esterna», dichiarava alla radio il 5 aprile 1945. Denunciava l’individualismo arrogante verso l’esterno e celebrava la morte di Hitler affermando che la Germania si era liberata dalla maledizione di quella figura. Tuttavia, non sarebbe tornato in Germania. Almeno non nell’immediato. Infatti, non vi fece più ritorno, preferendo l’eremo di Zurigo. Perché lo schifo, come lo definiva lui, del Nazismo gli aveva insegnato cosa fosse l’odio.

Amedeo Gasparini

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