
Proteste contro la polizia federale ICE a Minneapolis, 23 gennaio 2026 (© Fibonacci Blue / Wikimedia)
L’intenzione di “disciplinare” Minnesota con l’invio dell’ICE (l’Agenzia federale per il controllo dell’immigrazione), è diventata per Trump un boomerang: mentre è riuscito ancora a fornire giustificazioni per l’uccisione di Renée Good il 7 gennaio, nel caso di Alex Pretti le riprese dei testimoni l’hanno smascherato. Si è infatti scatenata la reazione democratica: cittadini che si organizzano contro i rastrellamenti dell’ICE e sempre più repubblicani che – anche al Congresso – prendono le distanze. Per non parlare dei media, che all’unisono hanno condannato l’accaduto. E cioè che l’abuso manifesto della violenza è stato giustificato dallo stesso Trump che ha incolpato la vittima stessa, mentre l’agente che ha sparato non è stato sospeso. Pretti avrebbe, così il magnate, provocato la propria uccisione per resistenza all’ICE, mentre invece stava filmando un arresto forzato dalla “squadraccia” di Trump. Di fronte al rischio di essere smascherato, il potere sempre più autocratico ha scaricato la sua forza distruttiva sdoganando la violenza cieca nel suo nome. Cieca e cruda, come dimostrano i dieci colpi di pistola sparati su una persona già a terra.
Dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020, Minneapolis si è così confermata luogo sintomatico della violenza sovrana contro innocenti e dopo aver dato inizio alle proteste “Black Lives Matter”, ora ha messo la prima pietra d’inciampo all’affermazione del potere trumpiano, dando testimonianza della resilienza democratica della società americana. Sebbene rimanga il dubbio che gli avvenimenti saranno mai chiariti, per la seconda volta in poco tempo – dopo l’annuncio dell’utilizzo di armi e dazi per ottenere Groenlandia – Trump è costretto a fare un passo indietro. Forse doveva calmare le acque perché ieri è scaduto il bilancio provvisorio e deve evitare un nuovo shutdown – in ogni caso ha dovuto rimuovere il personaggio chiave della sua politica violenta anti-migratoria, Gregory Bovino.
Ciò non cambia nulla della realtà dell’ICE e della normalizzazione della violenza contro le proteste che la sua presenza provoca: i suoi agenti, con soli 47 giorni di preparazione, agiscono prevalentemente con il proprio istinto violento. Ed è stato Trump stesso a cambiare volto e allargare le competenze di tale squadra nel primo anno della sua presidenza. Essa ora agisce contro il diritto e i propri cittadini, mentre egli la giustifica in prima persona sancendo difatti la preminenza della forza sovrana sulla giustizia. In questa impresa è stato fermato, ma non nell’esercizio indiscriminato dell’autoritarismo. All’inizio dell’anno delle elezioni di medio termine sono a rischio negli USA i principi dello Stato di diritto e la coesione della società civile. E se dovessero radicalizzarsi gli scontri civili, Trump avrebbe l’argomento ideale per disdirle.
Markus Krienke
Proteste contro la polizia federale ICE a Minneapolis, 23 gennaio 2026 (© Fibonacci Blue / Wikimedia)
L’intenzione di “disciplinare” Minnesota con l’invio dell’ICE (l’Agenzia federale per il controllo dell’immigrazione), è diventata per Trump un boomerang: mentre è riuscito ancora a fornire giustificazioni per l’uccisione di Renée Good il 7 gennaio, nel caso di Alex Pretti le riprese dei testimoni l’hanno smascherato. Si è infatti scatenata la reazione democratica: cittadini che si organizzano contro i rastrellamenti dell’ICE e sempre più repubblicani che – anche al Congresso – prendono le distanze. Per non parlare dei media, che all’unisono hanno condannato l’accaduto. E cioè che l’abuso manifesto della violenza è stato giustificato dallo stesso Trump che ha incolpato la vittima stessa, mentre l’agente che ha sparato non è stato sospeso. Pretti avrebbe, così il magnate, provocato la propria uccisione per resistenza all’ICE, mentre invece stava filmando un arresto forzato dalla “squadraccia” di Trump. Di fronte al rischio di essere smascherato, il potere sempre più autocratico ha scaricato la sua forza distruttiva sdoganando la violenza cieca nel suo nome. Cieca e cruda, come dimostrano i dieci colpi di pistola sparati su una persona già a terra.
Dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020, Minneapolis si è così confermata luogo sintomatico della violenza sovrana contro innocenti e dopo aver dato inizio alle proteste “Black Lives Matter”, ora ha messo la prima pietra d’inciampo all’affermazione del potere trumpiano, dando testimonianza della resilienza democratica della società americana. Sebbene rimanga il dubbio che gli avvenimenti saranno mai chiariti, per la seconda volta in poco tempo – dopo l’annuncio dell’utilizzo di armi e dazi per ottenere Groenlandia – Trump è costretto a fare un passo indietro. Forse doveva calmare le acque perché ieri è scaduto il bilancio provvisorio e deve evitare un nuovo shutdown – in ogni caso ha dovuto rimuovere il personaggio chiave della sua politica violenta anti-migratoria, Gregory Bovino.
Ciò non cambia nulla della realtà dell’ICE e della normalizzazione della violenza contro le proteste che la sua presenza provoca: i suoi agenti, con soli 47 giorni di preparazione, agiscono prevalentemente con il proprio istinto violento. Ed è stato Trump stesso a cambiare volto e allargare le competenze di tale squadra nel primo anno della sua presidenza. Essa ora agisce contro il diritto e i propri cittadini, mentre egli la giustifica in prima persona sancendo difatti la preminenza della forza sovrana sulla giustizia. In questa impresa è stato fermato, ma non nell’esercizio indiscriminato dell’autoritarismo. All’inizio dell’anno delle elezioni di medio termine sono a rischio negli USA i principi dello Stato di diritto e la coesione della società civile. E se dovessero radicalizzarsi gli scontri civili, Trump avrebbe l’argomento ideale per disdirle.
Markus Krienke