L’ingresso della Cappella Sansevero nel centro storico di Napoli, tra vicoli stretti e voci, rumori, odori che si accavallano, quasi non si vede. È nascosta, compressa dentro il tessuto della città. Ma è proprio questo contrasto a funzionare: fuori il caos continuo, dentro una concentrazione quasi improvvisa. Non silenzio assoluto – la folla c’è, è tanta – ma un’attenzione diversa. Qui si entra e si abbassa la voce, anche senza volerlo. Lo spazio è raccolto. Una sola navata, archi pieni, luce filtrata dall’alto. Soffitti barocchi, coloratissimi. La Cappella Sansevero nasce tra fine Cinquecento e primo Seicento come mausoleo familiare dei di Sangro, ma quello che si vede oggi è soprattutto il risultato della trasformazione voluta da Raimondo di Sangro a partire dagli anni Quaranta del Settecento. Aristocratico, scienziato, inventore, editore, ma anche uomo legato agli ambienti massonici e alle pratiche alchemiche. È lui a costruire questo luogo come un sistema coerente.
Le statue lungo le pareti sono tappe, oltre che allegorie. Virtù, sì, ma intese come passaggi di un processo interiore. Da una parte il Decoro, la Liberalità, lo Zelo della religione, la Soavità del giogo coniugale, la Pudicizia. Dall’altra il Disinganno, la Sincerità, il Dominio di sé, l’Educazione, l’Amor divino. Il visitatore non guarda soltanto: attraversa. E in mezzo a questo percorso, inevitabilmente, tutto converge verso il Cristo velato, capolavoro universale di Giuseppe Sanmartino. Si crea una specie di cerchio spontaneo. Non c’è bisogno di spiegazioni: ognuno cerca un punto da cui guardare meglio. La prima cosa che colpisce è il velo. Non perché nasconde, ma perché rivela. È marmo, eppure sembra tessuto leggerissimo. Le pieghe seguono il corpo, lo aderiscono, lo espongono. Il volto, le ferite, il torace scavato, le mani sottili. È questo il paradosso che tiene la scultura in equilibrio. Non è un Cristo idealizzato: è un corpo reale, martoriato, abbandonato.
C’è una precisione quasi ostinata. Ed è questo che rende l’opera così difficile da dimenticare. Attorno, però, il discorso continua. La Pudicizia introduce un’altra idea di velo. Più sottile, più simbolica. È dedicata alla madre di Raimondo di Sangro, morta a vent’anni. Il volto sembra distante, trattenuto. Accanto, i simboli: la lapide spezzata, l’albero della vita interrotto. È un’immagine di perdita. Di fronte, il Disinganno cambia completamente registro. Un uomo si libera da una rete, scolpita nel marmo con incredibile precisione. Non è solo virtuosismo tecnico. La rete è l’inganno, la prigione delle passioni. Il piccolo genio che lo guida rappresenta l’intelletto. Ai piedi, un libro aperto: la Bibbia. È un’immagine chiara: la verità si conquista. Anche il pavimento, oggi visibile solo in parte, faceva parte del progetto. Un tempo era decorato con un motivo labirintico. Il labirinto è la difficoltà del percorso, la necessità di perdersi per arrivare.
Alzando lo sguardo, la volta cambia il tono. L’affresco della Gloria del Paradiso, realizzato da Francesco Maria Russo, apre lo spazio con un effetto quasi illusionistico. Figure, architetture, luce che converge verso il centro. I colori sono ancora oggi sorprendentemente vivi: secondo la tradizione, sarebbero il risultato di una miscela inventata dallo stesso Raimondo di Sangro. Anche qui, arte e sperimentazione si sovrappongono. La Cappella Sansevero, alla fine, sfugge. Mausoleo, tempio, laboratorio filosofico. Non si lascia chiudere in una definizione sola. E forse è proprio questo il punto del progetto di di Sangro: lasciare un sistema aperto, un messaggio che non si esaurisce. Quando si esce, la città torna subito addosso. Rumore, luce, movimento. Ma qualcosa, forse, resta. Non tanto un’immagine precisa, quanto una sensazione. Quella di aver attraversato un luogo costruito per essere capito solo in parte. E forse, proprio per questo, ancora vivo, sotto un velo di marmo.
In copertina: Cristo velato (Giuseppe Sanmartino, 1753)
Foto di Raffaele Aquilante e Alessandro Scarano per 327Collective
© Archivio Museo Cappella Sansevero