Locarno Film Festival

Nell’inverno mortale di Brian Kirk

Anche in questo caso, come per molti altri film, il titolo The Dead of Winter di Brian Kirk ci fornisce indicazioni semantiche di un certo tipo, perché la parola morte lascia spazio a diverse interpretazioni, riferite a un pericolo imminente, a una minaccia, alla trama, o al senso del termine, e quindi ai possibili doppi sensi, sia letterali sia figurati. The Dead of Winter tradotto letteralmente, potrebbe significare La morte dell’inverno oppure indicare il cuore dell’inverno, cioè il periodo più freddo e duro delle stagioni. Il regista ci inonda di freddezza, di bianco, di grigio, di alberi spettrali e di gelide immagini, conducendoci nella sensazione che qualche cosa di pericoloso ci sta per assalire, perché il paesaggio invernale si sta per rivelare una trappola insidiosa e potenzialmente mortale. Il thriller è il mio genere preferito, il perché non lo so spiegare, senza dover ricorrere a una diagnosi psicologica che mi descrive come chi vuole sentire la paura e scatenare l’adrenalina ad ogni costo. Essendo un’amante dei thriller non sono quasi mai soddisfatta dall’effetto che mi procura il genere. Poi magari mi spavento se qualcuno mi fa uno scherzo da dietro le spalle. Potrebbe essere perché si affronta la paura e la si vince se la si guarda in faccia, e alla fine, ci si abitua ai suoi effetti?

Ma non è perché un thriller ti incolla alla sedia, con le unghie piantate nel bracciolo, che lo si possa categorizzare senza appello, nel genere summenzionato, che ha caratteristiche distintive, come lo spavento, la tremarella, la strizza o il terrore. E non è nemmeno perché l’impatto che un genere thriller ha sullo spettatore, che dipende dal suo grado di sensibilità, che lo si possa inscatolare nel thriller o nel non thriller, perché l’amica che era con me in Piazza Grande, ha abbandonato la visione, non riuscendo a reggere alcune scene di morte. Per quanto mi riguarda invece, in certi passaggi, mi è sembrato persino un po’ troppo debole per essere un thriller, sconfessandomi però, in parte, nelle scene finali, quando i colpi di scena, e di fucile (niente spoiler per favore) mi hanno catturata, ricredendomi sul finale. Perciò anche le nostre percezioni e le percezioni degli altri concorrono a decretare il genere, nella sua totalità, a seconda della sensibilità individuale di ognuno di noi, che siamo fatti di tante sfaccettature emozionali. The Dead of Winter con Emma Thompson, Judy Greer, Marc Manchaca, Gaia Wise e Laurel Marsden, ha molti punti di forza come ad esempio le gelide distese del Minnesota, le cui riprese sono state girate anche in Finlandia, portandoci in paesaggi esteriori ed interiori, con a tratti momenti di suspence e feedback della protagonista, che rivive i ricordi d’amore di gioventù, quando con il marito, imparava a pescare. Ma essendo la protagonista Barb coinvolta nel rapimento di una ragazza, rinchiusa in una baita fuori dal tempo e dal mondo, inquietante e buia, Barb con la promessa di salvarla, deve fare appello al suo coraggio, pur essendo ferita, disarmata, vestita con una tuta, dei guanti di lana, una sciarpa e una cuffia, non molto adatti a sopportare e proteggerla da un clima nordico, con temperature sotto lo zero. La protagonista da giovane è interpretata da Gaia Wise, la figlia di Emma Thompson. La bravura della Thompson emerge con forza, come sempre, quando recita, ed esibisce il suo talento innato, attitudini molto ben espresse durante il film.

Il regista descrive il suo lavoro come un «genre pièce» che combina commedia, dramma e tragedia, mescolando tensione, azione e personaggi complessi. Le note di regia ci segnalano infatti che il film è «ambientato tra le nevi sconfinate del nord del Minnesota, ed è un implacabile giallo su un rapimento di persona, con al centro un’appassionante love story».

Nicoletta Barazzoni

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