Cultura

«Non sono un attore puro, io porto in scena i miei testi»

Stasera alle 21.30 alla Cava Broccatello di Arzo, nell’ambito del Festival internazionale di narrazione, va in scena l’anteprima dello spettacolo di Davide Enia L’abisso tratto dal suo romanzo Appunti per una migrazione uscito per Sellerio. Classe 1974, palermitano, drammaturgo, autore e romanziere è sempre in viaggio per poi fare ritorno a casa, nel suo porto siciliano. Abbiamo fatto una chiacchierata per conoscerlo meglio ed entrare nel vivo della sua scrittura.

©Gianluca Moro

Tra i tanti significati che può avere il mestiere di attore oggi, uno è quello di viaggiare?

«Non sono un attore puro, io porto in scena soltanto le mie cose c’è quindi, in qualche modo, una forza autoriale che è preponderante. Sono sempre in viaggio e viaggiando tanto comprendi la fortuna di avere un passaporto giusto fuor di ogni retorica. Abbiamo il passaporto giusto, possiamo andare dove vogliamo senza che nessuno ci dica niente. Riducendo all’osso, noi abbiamo possibilità di espatrio.»

E non ce ne rendiamo nemmeno conto?

«No, non ce ne rendiamo conto ed è anche vero che gli italiani sono stati uno dei popoli migratori più continui in tutta la storia dell’umanità. Voglio dire, il mondo è pieno di ossa appartenenti alla penisola italiana. Siamo andati in tutto il mondo e da un po’ di anni invece abbiamo smesso di viaggiare. E nel momento in cui manca il confronto con ciò che è diverso inizia a diventare fallimentare la vista del proprio orto e si smette di vedere la realtà e si inizia a credere alle proprie pulsioni più intime, le paure recesse.»

Perché questo scadimento, a cosa è dovuto?

«Al solito non esiste mai un unico motivo ma c’è un concorso di cause che poi determinano materialmente quello che accade. Una crisi economica che comunque ha investito il paese, e fatto sì che mancando le finanze ci fosse meno mobilità, il fatto che l’Italia è un paese con una forza attrattiva economica riconvertita in Airbnb quindi ha consolidato la presenza negli stessi luoghi di coloro che hanno gli appartamenti. Naturalmente c’è un altissimo numero di italiani che va a Londra soprattutto per lavoro o nelle grandi città estere laddove il volo low cost lo riesce a mantenere. Ma la massiccia presenza del grande viaggio è numericamente inferiore, questo lo raccontano tutti gli indici di rilevamento del turismo. Significa che si è viaggiato di meno e se uniamo questo al fatto che l’Italia – nel confronto con il resto d’Europa – è il paese dove si legge meno denotiamo come vengono a mancare le prospettive.»

Lei ha sempre viaggiato o ha scoperto il viaggio con la professione?

«Dei siciliani si dice sempre che ci sono quelli legati allo scoglio, quelli che rimangono attaccati all’isola e quelli invece di mare che si lanciano. Io sono sempre stato uno che ha cercato di capire che cosa ci fosse al di là del mare utilizzando la mia Sicilia come il porto dove continuare a tornare. In più mi sono scelto un lavoro che fa del viaggio una delle sue peculiarità, fai le tournée e stai in giro. Mi sento un privilegiato perché ho la possibilità di viaggiare.»

Preferisce scrivere o interpretare i suoi lavori?

«A me non piace scrivere. Nel mio caso è un accumulo di ossessione e compulsione che non è mai una nota lieta. Una delle grandi qualità di fare un lavoro connesso alla creazione è la possibilità di utilizzare tutto ciò che ti accade come merce di scambio e quindi di utilizzare la scrittura come un mezzo di riflessione, di analisi e di approfondimento. Quasi come un’operazione chirurgica: la scrittura è il momento in cui ti tagli, apri e cerchi di comprendere cosa ti accade dentro. Io vengo da un particolare retroterra linguistico quello proprio della Sicilia in cui il mio dialetto non è soltanto la parola ma anche il gesto, il silenzio. Per me in qualche modo è stato naturale scrivere sulla carne e sul corpo per quello dico che non sono un attore puro io porto in scena i testi che mi scrivo sul corpo perché è un’ estensione del mio linguaggio. Un linguaggio che non è soltanto la parola detta o quella scritta. A Palermo si dice: A megghiu parola è chidda ca nun si dici. Fa capire quanto tutto transiti dagli sguardi, il silenzio stesso diventa narrazione. Parla molto di più uno sguardo che mille parole. Quindi in qualche modo c’è in me questa ossessiva di ricerca di un nucleo di senso dentro la scrittura ed è la stessa cosa se è per il teatro o sulla pagina.»

I suoi testi sono molto personali, intimi proprio come Appunti per una migrazione e L’abisso. Che cosa raccontano?

«Io sono di Palermo, Lampedusa la conosco sin da quando sono bambino. All’inizio insistevo ad andare a Lampedusa nonostante mi mancasse la comprensione di ciò che stava accadendo e la capacità di rielaborazione. Non riuscivo a scrivere. Poi sono successe un paio di cose. Ho iniziato a vedere materialmente gli sbarchi, ho incontrato il personale medico e gli uomini della Guardia Costiera, ho mangiato a casa dei residenti, sono uscito in barca con i pescatori, ho ascoltato ragazzi sopravvissuti alla traversata e ho dialogato con i testimoni diretti. Ho compreso che la grande differenza tra tutto ciò che leggevo sull’avvenimento di prima mano, non stava nell’avvenimento di prima mano ma nella condivisione di un’esperienza e di un linguaggio. Il contraltare è il racconto del rapporto con mio padre e della malattia che investe mio zio Beppe, il cancro che gli invade le ossa e la carne. Mi aggrappo al suo destino rendendolo inchiostro nel romanzo, carne in scena, nel tentativo di creare un contraltare rispetto a quello che vedo. C’è un lavoro assolutamente privato dolorisissimo nel quale metto in relazione tutte queste cose:il dolore della vita e gli sbarchi che investono sia le persone che arrivano, sia le persone che le accolgono».

Perché ha scritto questo romanzo e perché lo porta in scena?

«Perché ho ancora bisogno di creare distanza tra me e questi fatti. Ho bisogno ancora in questo caso di nominare le parole, di renderle carne per riuscire a sopravvivere a esse.»

La sua è una narrazione differente rispetto a quella che quotidianamente ci offrono i media, perché?

«Io i giornalisti li ho visti ma venivano soltanto per il 3 ottobre. Io ci sono stato 3 anni a Lampedusa. A fare la differenza è la condivisione della fragilità umana. L’incontro, l’esperienza umana cambia strutturalmente tutto, fa cadere ideologie e pregiudizi. Parimenti c’è una narrazione completamente drogata di quello che succede. Non esiste un’emergenza migranti, i numeri che abbiamo raccontano che non c’è un’emergenza, un paese di 60 milioni di abitanti non può avere una crisi isterica per 177 cristi su una nave. Ma tutto il racconto, tutta la narrazione cavalca la paura. È tutto drogato e falsato le parole sono state manipolate e svuotate di senso. In verità tutto si risolve in una domanda unica e a questa domanda non esiste risposta: se c’è una persona che sta annegando in mare e tu sei sulla barca che fai? Ti lanci in mare anche a rischio della tua stessa vita? Non puoi rispondere. Io ho visto persone inveire contro questi ragazzi che approdano giovanissimi, scalzi e un attimo dopo li ho visti correre in casa e senza telecamere, senza riflettori, dargli i propri abiti, il proprio pane, le proprie coperte. L’incontro, l’esperienza umana cambia strutturalmente tutto.»

Stasera il suo spettacolo va in scena in un luogo d’eccezione, la Cava di Broccatello. Quale apporto darà allo spettacolo?

«Quello che è interessante della cava è che intanto l’ho vista a maggio quando sono stato in Ticino in occasione di Chiassoletteraria. È un luogo imponente ma paradossalmente capace di una profonda neutralità, è un luogo completamente avulso rispetto alla geografia che noi raccontiamo che è molto marina, questo fa sì che la ricostruzione dell’immaginario avvenga intimamente ad ogni singolo spettatore.».

Natascha Fioretti

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