Commento

Olocausto, storia e memoria incompiuta del genocidio industrializzato

L’Olocausto. Una storia incompiuta (Einaudi 2023) di Dan Stone è un libro molto pregevole nell’infinita pubblicistica sulla Shoah. Racconta in maniera molto dettagliata il percorso che condusse all’omicidio di sei milioni di ebrei europei durante la Seconda Guerra Mondiale, ma soprattutto gli antefatti che condussero alla Soluzione finale. Stone parla di uno sterminio industrializzato. O per dirla con Hannah Arendt, il tentativo di estirpare dal mondo il concetto stesso di uomo. L’autore spiega che l’Olocausto non fu soltanto una questione tedesca. E che gli ebrei non morirono soltanto nelle camere a gas. Infatti, la metà perì a causa della fame nei ghetti o fu uccisa a colpi di arma da fuoco. Non mancano i dettagli, nel corso dell’opera, che ripercorre il doloroso e straziante cammino che portò alle ciminiere di Auschwitz-Birkenau. La portata dello sterminio coinvolse l’intera Europa, non solo il regime nazista e qualche quisling.

La Soluzione finale intesa come sistema di eliminazione tramite camera a gas potrebbe distogliere dal fatto che tra l’autunno del 1941 e la primavera del 1942, 1.5 milioni di ebrei sono stati abbattuti a colpi di arma da fuoco. Tuttavia, la fantasia genocidaria era iniziata ben prima dell’inizio della Shoah giacché i nazisti sognavano un mondo senza ebrei sin dai primi anni Venti. Il NSDAP nacque in funzione antigiudaica, anticomunista e anticapitalista. Per comodità i nazisti consideravano il comunismo sovietico come un tutt’uno con gli ebrei. Da qui il “giudeo-bolscevismo” e la necessità di aggredire l’URSS. Stone esamina anche la situazione degli ebrei attraverso le ossessioni antisemite di paesi e leader stranieri asserviti ai nazisti, come la Slovacchia di Jozef Tiso, la Romania di Ion Antonescu, l’Ungheria di Miklós Horthy. L’Olocausto non si concluse nel maggio 1945 giacché molti sopravvissuti sostengono che non si esce mai veramente dal lager.

Le conseguenze dei traumi dei sopravvissuti non possono essere dimenticate e vanno coltivate nell’ambito di una memoria più ampia; specialmente in un’epoca come quella odierna di crescente nazionalismo, populismo e xenofobia. L’antisemitismo si sta risvegliando, complici anche le difficoltà economiche e sociali che agevolano l’identificazione di un capro espiatorio. Il nazismo emerse alle crisi del post-Grande Guerra e Grande Depressione. L’autore riflette su come la politica di massa, la violenza post-1918, la disoccupazione, il fascismo italiano, l’anticomunismo, l’appeasement e la sottovalutazione di Adolf Hitler e delle sue idee, mischiate alla tradizionale ostilità cristiana nei confronti degli ebrei, nonché il nazionalismo, abbiano contribuito ad elevare il fascino del nazismo. Con l’inizio della Guerra anche la politica del regime nazista nei confronti degli ebrei cambiò. L’impossibilità di controllare l’Oceano Indiano li obbligò a rinunciare al piano di mandare gli ebrei nel Madagascar – la cosiddetta soluzione territoriale.

La guerra contro gli ebrei ebbe una svolta il 22 giugno 1941, quando i nazisti dichiararono guerra ad un presunto giudeo-bolscevismo. Ma l’anno chiave fu il 1942. L’ottanta per cento delle vittime dell’Olocausto era ancora vivo all’inizio dell’anno. Un anno dopo, l’ottanta per cento era morto. L’uccisione degli ebrei corrispondeva, secondo l’autore, alle aspirazioni nazionaliste degli stati clienti della Germania. È questo uno dei fattori che accelerò le dinamiche del genocidio. Fu scioccante l’ampiezza del collaborazionismo ancora negato durante la Guerra Fredda. «L’Olocausto non si può spiegare come un insieme di azioni malvage di un regime folle», sostiene Stone. L’antisemitismo – propagandato e coltivato da scrittori come Arthur de Gobineau e Houston Stewart Chamberlain, poi da Dietrich Eckart e Alfred Rosenberg – mutò da una dimensione religiosa ad una dimensione politica. L’antisemitismo divenne colonna portante dell’Hitlerismo e delle teorie razziste del tempo.

La scienza della razza, l’eugenetica, il complottismo alimentarono l’odio nei confronti degli ebrei da parte dei nazisti, che veneravano lo sciamano Hitler ed esaltavano la “comunità ariana”. La burocratizzazione e la resa impossibile della vita nei confronti degli ebrei nella Germania nazista andavano di pari passo con l’incremento nella follia antisemita. Poche nazioni erano disposte ad accogliere i rifugiati ebrei della Germania. 130.000 avevano già lasciato la Germania entro la fine del 1937 altri 33.000 fuggirono. Nel 1938 circa 40.000 e nel 1939 circa 80.000. Nel 1939, c’erano 3.5 milioni di ebrei in Polonia e costituivano il dieci per cento della popolazione. Nell’autunno 1939 la Polonia fu schiacciata in cinque settimane: era iniziata la grande crociata verso l’Est contro i “giudeo-bolscevichi”. Nel frattempo, si era stabilito lo sterminio degli “esseri indegni di vivere”: sterilizzati circa 300.000 all’inizio della guerra e circa altri 100.000 entro la fine.

D’altronde Hitler era stato chiarissimo: il Mein Kampf diceva che solo chi è sano poteva generare figli. Dal programma T4, inizialmente pensato per i bambini, fu esteso agli adulti. Le proteste di alcuni membri della Chiesa, tra cui Clemens August von Galen, obbligarono Hitler ad un passo indietro. Ufficialmente il programma fu sciolto, ma in realtà continuò. Si tratta di uno dei motivi per i quali non è mai stato trovato un ordine scritto di Hitler sul genocidio degli ebrei. Le uccisioni continuarono clandestinamente. Il piano della riserva ebraica nella Polonia occupata andava a gonfie vele. E il governatore del Governatorato Generale, Hans Frank, protestò per l’uso del territorio polacco come “discarica razziale”. Non si può separare la guerra per il Lebensraum dall’Olocausto. La distruzione del giudeo-bolscevismo andava di pari passo con i grandi progetti per espellere milioni di slavi e fare posto al paradiso tedesco immaginato da Heinrich Himmler.

Con l’invasione dell’Unione Sovietica, la guerra contro gli ebrei divenne un’operazione militare. Dall’Olocausto dei proiettili si inaugurarono le “gaswagen” in Serbia e a Chełmno. Quella che oggi conosciamo come la Soluzione finale non fu raggiunta attraverso una singola decisione, ma fu il risultato di diversi passaggi. Iniziarono a spuntare i campi dell’Operazione Reinhard, Bełżec, Sobibór e Treblinka. Fu l’uccisione degli ebrei provenienti dall’Ungheria nel 1944 che trasformò Birkenau nel campo iconico dell’Olocausto. L’imperativo ecologico nazista continuava nonostante i nazisti stessero perdendo la guerra a partire dal 1943. Il che sottolinea la follia dell’Olocausto: uccidere per gusto, per piacere, per necessità politica. In conclusione, Stone spiega come per la maggior parte degli ebrei la sopravvivenza fu soltanto una questione di fortuna. Le conoscenze, le abilità linguistiche, l’aspetto, l’età, la salute furono fattori importanti. Essere anziani o bambini piccoli corrispondeva ad avere alcuna chance di sopravvivenza.

Amedeo Gasparini

www.amedeogasparini.com

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