Letteratura

PiazzaParola, Robinson e Defoe

 

Daniel Defoe.

Dopo l’anteprima di sabato, l’apertura ufficiale ieri. La serata inaugurale, introdotta dai discorsi rituali delle autorità (Bertoli, Badaracco, prima della co-curatrice Yvonne Pesenti Salazar), è stata presentata dal musicologo Giuseppe Clericetti, perché come preludio e intermezzo si sono avute brevi esecuzioni di brani settecenteschi, coevi al periodo del tema, con la viola da gamba di Cristiano Contadin (e non Costantin come scritto sul programma). I due primi prestigiosi ospiti, anglisti, si sono soffermati sul testo, sul personaggio e sul suo autore.

L’intensa e articolata Lectio di Nadia Fusini ci ha condotto nel mondo dell’origine di un genere letterario, attraverso il passaggio dal racconto tragico, fantastico, visionario alla nascita del romanzo moderno, una forma nuova, definita in inglese appunto novel che aprirà la strada alla narrativa ottocentesca, di cui Defoe è considerato il fondatore. E per far capire la differenza, la relatrice ha usato il paragone con La tempesta di Shakespeare perché anche qui, al centro, abbiamo un’isola. I viaggi esotici di avventura, emigrazione, colonizzazione, con un equipaggio di esploratori ma anche di disperati, spesso galeotti,  che abbandonavano la vecchia Europa e affrontavano l’ignoto sulle rotte atlantiche per ricominciare da capo, erano iniziati fin dal ‘500 e si moltiplicavano i racconti di queste spedizioni, d’incontro con popolazioni indigene, con luoghi incontaminati, da alcuni visti come una sorta di Eden in terra, di approdo salvifico, altri descrivevano pericoli e mostruosità. Ma con Prospero di Shakespeare siamo ancora nella simbologia del mito. L’approccio di Defoe è invece realistico, ispirato al vero naufragio raccontato dal marinaio scozzese Alexander Selkirk che aveva trascorso più di quattro anni in solitudine sulle isole Juan Fernández. Robinson, come il suo autore, è un borghese pratico e pragmatico che lavora per la sua sopravvivenza, con gli strumenti che ha ancora a disposizione e il sapere della civiltà da cui proviene, il suo tempo non è quello di un labirinto emblematico, di un eroe tragico, ma è misurabile, vuole essere circostanziato e credibile nella narrazione di fatti, basato sull’esperienza, prosaico, un tempo del fare e del produrre. La solitudine del protagonista è colmata da tutto ciò che ha imparato. Così mantiene in vita se stesso ed è fautore del proprio destino. Con lui, ha osservato Fusini, “prende corpo l’itinerario della produzione del soggetto moderno” (secondo l’analisi di Marx).

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