Il 20 marzo prossimo va a terminare in Italia la campagna nazionale “Mobilità Sicura”, iniziata esattamente un anno fa, anche allora alla vigilia della primavera, scelta della data forse non casuale. Si spera in una fioritura di nuova e più estesa responsabilità nei comportamenti di tutti gli utenti per centrare l’obiettivo di strade più sicure, cominciando dai più vulnerabili, i pedoni. Che sia un’emergenza è documentato purtroppo dalle statistiche. L’ultimo rilevamento ufficiale – quello di ACI-ISTAT per l’anno 2024 – fa registrare 3.030 morti (andamento stazionario: erano stati 3.039 nel 2023): è una media di oltre 8 morti al giorno. Il numero degli incidenti nel 2024 in Italia ha raggiunto quota 173.364, con una media di 475 al giorno e un totale di 233.853 feriti, 641 al giorno. Il costo sociale degli incidenti ha raggiunto i 18 miliardi di euro, che salgono a 22 con i danni alle cose.
L’ACI, Automobile Club Italiano, che ha 1,2 milioni di soci, sta intensificando gli sforzi per la responsabilizzazione di tutti gli utenti, cercando di consapevolizzare su rischi e pericoli degli eccessi di velocità e alcol, distrazioni con telefonini, assunzione di droghe. Un’azione preventiva che è stata e sarà intensificata nelle scuole e in molti ambiti educativi e formativi. In tale prospettiva l’ACI ha realizzato uno strumento divulgativo per sensibilizzare a tutto campo, partendo dai ragazzi: si tratta di un libro intitolato Strade sicure per tutti, di Giuseppe Zois. Sono pagine che raccolgono interventi, riflessioni di addetti, interviste, tra le quali figura anche il vescovo Pier Giacomo Grampa. Interessante il percorso affrontato in particolare con un approccio dal punto di vista etico e morale sui comportamenti soprattutto di chi guida. Qui di seguito riportiamo parte dell’intervista.

Monsignor Pier Giacomo Grampa, vescovo emerito della Diocesi di Lugano
Oggi facciamo tutto di corsa e paradossalmente non abbiamo mai tempo. La velocità come viene percepita, innanzi tutto da chi guida un mezzo motorizzato?
È innegabile l’esistenza di molti conducenti che si lasciano sopraffare dall’esperienza della velocità, dal fascino del rendere più comodo, più a personale misura la guida in strada per “guadagnare” tempo verso il posto di lavoro o una qualsiasi destinazione. È il risultato di una educazione che non “tira fuori” niente – educare dal latino “educere” – per la vita propria e degli altri. Non “tira fuori” le potenzialità, non fa crescere i semi, non sviluppa le attitudini. Un’educazione che dà tutto, dà sempre, dà solo, riempie di cose, non propone valori, motivazioni, richieste, ideali, mete e senso delle cose da fare, delle esperienze da vivere. Si interessa solo del “come”, non si interessa più del “perché”. Si lascia correre, così come fan tutti. Una educazione della licenza, non della libertà che è responsabilità, del fare solo quello che piace, che interessa egoisticamente, senza sacrificio, costanza, lavoro che plasma, dà forma e contenuti. È frutto del “così fan tutti”, di una diffusa mentalità, incapace poi di andare controtendenza. D’altro canto c’è anche una minoranza che percepisce con timore la velocità: ho conosciuto diverse persone con un atteggiamento di ritrosia, di rifiuto, addirittura paura di prendere la patente.
Tu da quanti anni guidi? Ti è capitato di causare o rimanere coinvolto in qualche incidente?
La bicicletta dai tre anni col triciclo; quindi il motorino, nel caso mio si tratta della “Lambretta”, dai 14 anni; poi l’auto da quando sono prete, quasi ormai da settant’anni. Non mi pare di aver provocato guai o di essere stato vittima di incidenti gravi: qualche graffio, qualche imprudenza, qualche leggerezza, un tamponamento, in una vita così lunga non sono mancati; ma la preoccupazione di una guida responsabile mi ha sempre accompagnato, convinto che sia l’esito di una educazione ricevuta. Qui penso a quel confratello che sul telaio di una Volkswagen aveva ricevuto l’elogio del Vescovo, ammirato per la macchina piccola e popolare, all’insaputa però che dentro c’era il motore di una Porsche.

Anziano che attraversa una strada sulle strisce pedonali (Immagine generata da DALL-E)
Messa in pericolo della vita e coscienza
L’eccesso di velocità e la messa in pericolo di sé e degli altri rientra nel quadro dei peccati?
L’eccesso di velocità e tutte le manipolazioni esercitate sul mezzo di trasporto per variarne le sue potenzialità rientrano nel quadro dei peccati. Come per tutti i peccati, la valutazione dipende dai contenuti, dalle circostanze, dalla gravità delle manomissioni, dalle intenzioni. Certo la messa a repentaglio della salute propria e degli altri coinvolge inevitabilmente la responsabilità del soggetto. Il giudizio dipende dai valori umani e etici che si sono conquistati.
“Patiens in adversis”, paziente nelle avversità, è il tuo motto episcopale. Ti è capitato qualche volta di essere impaziente come automobilista e di aver trasgredito le norme della circolazione (per imprudenza o eccesso di velocità)?
Certo mi è capitato di essere impaziente ed insofferente per certe situazioni di code chilometriche, qualche imprudenza o eccesso di velocità è successo e l’ho pagato giustamente anche caro.
Sinceramente, li hai vissuti come peccati e confessati?
Non tutte le colpe sono moralmente imputabili, alcune sono solo e meramente penali. Ma i comportamenti di fondo non devono essere trascurati come fossero bruscolini, marachelle comunque. L’educazione deve essere esigente, dura e senza sconti. La patente a punteggio è un buon deterrente.

Immagine generata da DALL-E
Educare ogni persona alla sicurezza di tutti
Cosa si potrebbe immaginare per la Chiesa come azione concreta di educazione preventiva di tutti gli utenti?
Innanzitutto affermare che per una guida responsabile occorre conoscere le regole della circolazione e rispettare le indicazioni della segnaletica. Non bastano le nozioni teoriche: occorre una educazione etica, comportamentale, morale, fatta di istruzioni, di teorie, di conoscenze, ma anche di esperienze pratiche, di esemplificazioni concrete, di senso della vita, di valore di quello che si fa, del perché di determinate scelte. La Chiesa deve offrire un discorso di formazione della coscienza, di fermo richiamo alle responsabilità morali individuali e comunitarie sulla strada che è di tutti, con uguali diritti alla sacrosanta difesa di ogni singola vita, specialmente dei più vulnerabili.
Considerando la tua esperienza di educatore di giovani e il tuo ventennale magistero da vescovo, quale il mezzo più efficace?
La parte della Chiesa è limitata, deve rientrare nel più ampio discorso di formazione etica, fa parte del discorso morale. Non mancano materiali anche visivi per documentare le stragi inconsulte in materia di velocità stradale. Bisogna cogliere l’occasione quando vengono messi in atto certi comportamenti davvero imbecilli e bullistici. Può succedere che per un riguardo e un rispetto pavidi si perda il momento opportuno per intervenire. Allo stile di guida corrisponde l’immagine che ognuno dà di sé stesso come persona.
Una raccomandazione vitale che ti senti di rivolgere in prima istanza ai giovani, ma in generale a tutti gli utenti della strada.
Velocità non deve diventare scelta irresponsabile, superficiale, provocatoria. Dimmi come guidi e ti dirò chi sei!
Giuseppe Zois