In una clinica fuori Parigi, il 16 febbraio 1926 si concludeva l’esistenza di Piero Gobetti. Non aveva venticinque anni. La sua morte privò l’Italia che non si era piegata al Fascismo di una delle sue menti più brillanti e inquiete. Il giovane Piero aveva sviluppato precocemente quella serietà morale e quell’intensità intellettuale che avrebbero caratterizzato tutta la sua opera. Durante gli anni del liceo conobbe Ada Prospero, che sarebbe diventata sua moglie. Quindi Umberto Cosmo e Balbino Giuliano – quest’ultimo, collaboratore della rivista di Gaetano Salvemini. Che Gobetti considerava un genio. Nel 1918, studente, fondò Energie Nove, un quindicinale che voleva portare una fresca onda di spiritualità nella cultura italiana. Iscrittosi a giurisprudenza, ebbe come maestri come Luigi Einaudi, che rafforzò il suo antistatalismo. Gioele Solari fu suo mentore quando si laureò con una tesi su Vittorio Alfieri. Anche Gaetano Mosca e Giuseppe Prezzolini, tra i suoi numi tutelari.
Il giovane annotava nel diario la necessità di studiare Giovanni Gentile, rileggere Benedetto Croce, affrontare Karl Marx e il bolscevismo. Tra i suoi ispiratori c’era anche il socialista francese Jean Jaurès. La Torino del biennio rosso lo costrinse a confrontarsi con una realtà nuova: il movimento operaio organizzato, le occupazioni delle fabbriche, l’esperienza dei consigli. Gobetti guardò con interesse all’iniziativa proletaria, ma da una prospettiva liberale – la rivoluzione era da fare, ma in salsa liberale, non comunista. Conobbe personalmente Antonio Gramsci e ne apprezzò il rigore. Dal gennaio 1921 divenne critico teatrale de L’Ordine Nuovo. Il che apertura scandalizzava i benpensanti. Come poteva un liberale collaborare con i comunisti? Questa scelta rappresentava l’originalità del pensiero gobettiano. Che pur restava einaudiano e condivideva la difesa dell’economia di mercato e l’avversione per il protezionismo. Tuttavia, il suo liberalismo non era una dottrina economica: era un’etica dell’autonomia.
Ciò che lo affascinava nei movimenti rivoluzionari era la capacità di coinvolgere dal basso le masse nella costruzione di un ordine nuovo, di formare una classe dirigente attraverso lotta e sacrificio. Contro un Risorgimento “calato dall’alto”, opera di élite estranee al popolo, Piero Gobetti vedeva nei Soviet e nei consigli di fabbrica la possibilità che il popolo stesso diventasse Stato, senza mediazioni paternalistiche. La distanza da Salvemini si consumò proprio su questo punto. Gobetti rimproverava al maestro di concepire l’azione politica esclusivamente come questione di morale. Per il giovane, la politica non poteva separarsi dalla questione sociale: la lotta di classe era lo strumento attraverso cui si formava una nuova élite dirigente. Il 12 febbraio 1922 uscì il primo numero de La Rivoluzione liberale, settimanale destinato a diventare il punto di riferimento dell’antifascismo intellettuale. Vi collaborarono tra gli altri Giustino Fortunato e Don Luigi Sturzo.
Gobetti voleva stimolare un dibattito che formasse coscienze autonome. Il sottotitolo del suo libro omonimo, pubblicato nel 1924, era significativo: “Saggio sulla lotta politica in Italia”. La lotta – non il consenso, non l’armonia – costituiva per lui il motore del progresso. La sua diagnosi del Fascismo, formulata già nel 1922, resta una delle più penetranti. Fu lui a chiamarlo “autobiografia della nazione”, sintesi dei mali storici italiani: retorica, cortigianeria, trasformismo, assenza di una Riforma religiosa. Benito Mussolini non era un tiranno venuto da fuori, ma “l’eroe della stanchezza”. L’incarnazione del desiderio di un popolo che rinunciava alla fatica della politica. Il Fascismo nasceva dalla demagogia, dalla debolezza di una borghesia parassitaria che tutto attendeva dallo Stato. Gobetti sapeva che col Fascismo non si poteva trattare. Nel giugno 1924, dopo il rapimento di Giacomo Matteotti, tracciò un profilo memorabile del deputato socialista, elogiandone l’intransigenza ed il rigorismo.
L’11 gennaio 1923 sposò Ada e la casa natale di via XX Settembre divenne sede della casa editrice fondata in aprile: la Piero Gobetti Editore. Che in poco più di due anni pubblicò oltre cento titoli. Portò in Italia John Stuart Mill – con prefazione di Einaudi. Valorizzò autori cattolici e socialisti. L’anno dopo fondò anche Il Baretti, rivista di critica letteraria ispirata al polemista settecentesco Giuseppe Baretti. Con straordinaria intuizione pubblicò nel 1925 Ossi di seppia dell’amico Eugenio Montale, prima raccolta del poeta. Ma nel frattempo, la repressione si intensificò progressivamente. Gobetti subì due arresti nel 1923, sequestri sistematici delle riviste. Nel settembre 1925 fu aggredito da squadristi: le percosse aggravarono i suoi problemi cardiaci. L’11 novembre il prefetto ordinò la soppressione de La Rivoluzione liberale e della casa editrice per “attività antinazionale”. Il 28 dicembre nacque il figlio Paolo Gobetti, futuro partigiano e critico cinematografico.
Ormai sofferente, Gobetti progettò di continuare l’attività editoriale a Parigi, rivolgendosi al pubblico europeo. A Parigi non intendeva fare del “libellismo”, scrisse a Fortunato. Ma un’opera di cultura, nel senso del liberalismo europeo e della democrazia moderna, scrisse. Il 3 febbraio 1926 partì da solo per la Francia. Alla stazione di Genova lo salutò Montale. L’11 febbraio contrasse una bronchite che, su un organismo già compromesso, risultò fatale. Morì quattro giorni dopo, assistito da Francesco Saverio Nitti e Prezzolini. È sepolto nel cimitero di Père-Lachaise. Gramsci, nei Quaderni dal carcere, avrebbe scritto di lui che era un uomo leale e privo di ogni vanità. Secondo il sardo, Piero Gobetti aveva dimostrato che il proletariato come classe dirigente sarebbe stato superiore alla borghesia. Ma la grandezza di Gobetti sta nell’aver concepito un liberalismo diverso da quello tradizionale: non difesa dei privilegi borghesi, ma affermazione dell’autonomia contro ogni forma di paternalismo.
Gobetti non proponeva non armonia sociale, ma conflitto come strumento di maturazione collettiva. Non separazione tra economia e politica, ma comprensione che ogni questione sociale è innanzitutto un’istanza di libertà. Un liberalismo che non temeva la democrazia di massa – che quindi dava risposta anche alla questione sociale scottante all’epoca – ma la considerava indispensabile per formare quella classe dirigente che l’Italia post-risorgimentale non aveva saputo esprimere. La sua esistenza breve e bruciante testimonia che l’intransigenza morale non coincide con il settarismo o l’estremismo politico – che caratterizzò invece molti suoi coetanei. Che il rigore intellettuale può convivere con l’apertura al confronto. Che il pessimismo storico non implica la rassegnazione. Di fronte alle nostre democrazie fragili e autoritarismi rinascenti, la lezione originariamente liberale di un giovane illuminato e coraggioso, Piero Gobetti, conserva una preziosa fertilità che travalica il contesto in cui fu elaborato.
Amedeo Gasparini
In una clinica fuori Parigi, il 16 febbraio 1926 si concludeva l’esistenza di Piero Gobetti. Non aveva venticinque anni. La sua morte privò l’Italia che non si era piegata al Fascismo di una delle sue menti più brillanti e inquiete. Il giovane Piero aveva sviluppato precocemente quella serietà morale e quell’intensità intellettuale che avrebbero caratterizzato tutta la sua opera. Durante gli anni del liceo conobbe Ada Prospero, che sarebbe diventata sua moglie. Quindi Umberto Cosmo e Balbino Giuliano – quest’ultimo, collaboratore della rivista di Gaetano Salvemini. Che Gobetti considerava un genio. Nel 1918, studente, fondò Energie Nove, un quindicinale che voleva portare una fresca onda di spiritualità nella cultura italiana. Iscrittosi a giurisprudenza, ebbe come maestri come Luigi Einaudi, che rafforzò il suo antistatalismo. Gioele Solari fu suo mentore quando si laureò con una tesi su Vittorio Alfieri. Anche Gaetano Mosca e Giuseppe Prezzolini, tra i suoi numi tutelari.
Il giovane annotava nel diario la necessità di studiare Giovanni Gentile, rileggere Benedetto Croce, affrontare Karl Marx e il bolscevismo. Tra i suoi ispiratori c’era anche il socialista francese Jean Jaurès. La Torino del biennio rosso lo costrinse a confrontarsi con una realtà nuova: il movimento operaio organizzato, le occupazioni delle fabbriche, l’esperienza dei consigli. Gobetti guardò con interesse all’iniziativa proletaria, ma da una prospettiva liberale – la rivoluzione era da fare, ma in salsa liberale, non comunista. Conobbe personalmente Antonio Gramsci e ne apprezzò il rigore. Dal gennaio 1921 divenne critico teatrale de L’Ordine Nuovo. Il che apertura scandalizzava i benpensanti. Come poteva un liberale collaborare con i comunisti? Questa scelta rappresentava l’originalità del pensiero gobettiano. Che pur restava einaudiano e condivideva la difesa dell’economia di mercato e l’avversione per il protezionismo. Tuttavia, il suo liberalismo non era una dottrina economica: era un’etica dell’autonomia.
Ciò che lo affascinava nei movimenti rivoluzionari era la capacità di coinvolgere dal basso le masse nella costruzione di un ordine nuovo, di formare una classe dirigente attraverso lotta e sacrificio. Contro un Risorgimento “calato dall’alto”, opera di élite estranee al popolo, Piero Gobetti vedeva nei Soviet e nei consigli di fabbrica la possibilità che il popolo stesso diventasse Stato, senza mediazioni paternalistiche. La distanza da Salvemini si consumò proprio su questo punto. Gobetti rimproverava al maestro di concepire l’azione politica esclusivamente come questione di morale. Per il giovane, la politica non poteva separarsi dalla questione sociale: la lotta di classe era lo strumento attraverso cui si formava una nuova élite dirigente. Il 12 febbraio 1922 uscì il primo numero de La Rivoluzione liberale, settimanale destinato a diventare il punto di riferimento dell’antifascismo intellettuale. Vi collaborarono tra gli altri Giustino Fortunato e Don Luigi Sturzo.
Gobetti voleva stimolare un dibattito che formasse coscienze autonome. Il sottotitolo del suo libro omonimo, pubblicato nel 1924, era significativo: “Saggio sulla lotta politica in Italia”. La lotta – non il consenso, non l’armonia – costituiva per lui il motore del progresso. La sua diagnosi del Fascismo, formulata già nel 1922, resta una delle più penetranti. Fu lui a chiamarlo “autobiografia della nazione”, sintesi dei mali storici italiani: retorica, cortigianeria, trasformismo, assenza di una Riforma religiosa. Benito Mussolini non era un tiranno venuto da fuori, ma “l’eroe della stanchezza”. L’incarnazione del desiderio di un popolo che rinunciava alla fatica della politica. Il Fascismo nasceva dalla demagogia, dalla debolezza di una borghesia parassitaria che tutto attendeva dallo Stato. Gobetti sapeva che col Fascismo non si poteva trattare. Nel giugno 1924, dopo il rapimento di Giacomo Matteotti, tracciò un profilo memorabile del deputato socialista, elogiandone l’intransigenza ed il rigorismo.
L’11 gennaio 1923 sposò Ada e la casa natale di via XX Settembre divenne sede della casa editrice fondata in aprile: la Piero Gobetti Editore. Che in poco più di due anni pubblicò oltre cento titoli. Portò in Italia John Stuart Mill – con prefazione di Einaudi. Valorizzò autori cattolici e socialisti. L’anno dopo fondò anche Il Baretti, rivista di critica letteraria ispirata al polemista settecentesco Giuseppe Baretti. Con straordinaria intuizione pubblicò nel 1925 Ossi di seppia dell’amico Eugenio Montale, prima raccolta del poeta. Ma nel frattempo, la repressione si intensificò progressivamente. Gobetti subì due arresti nel 1923, sequestri sistematici delle riviste. Nel settembre 1925 fu aggredito da squadristi: le percosse aggravarono i suoi problemi cardiaci. L’11 novembre il prefetto ordinò la soppressione de La Rivoluzione liberale e della casa editrice per “attività antinazionale”. Il 28 dicembre nacque il figlio Paolo Gobetti, futuro partigiano e critico cinematografico.
Ormai sofferente, Gobetti progettò di continuare l’attività editoriale a Parigi, rivolgendosi al pubblico europeo. A Parigi non intendeva fare del “libellismo”, scrisse a Fortunato. Ma un’opera di cultura, nel senso del liberalismo europeo e della democrazia moderna, scrisse. Il 3 febbraio 1926 partì da solo per la Francia. Alla stazione di Genova lo salutò Montale. L’11 febbraio contrasse una bronchite che, su un organismo già compromesso, risultò fatale. Morì quattro giorni dopo, assistito da Francesco Saverio Nitti e Prezzolini. È sepolto nel cimitero di Père-Lachaise. Gramsci, nei Quaderni dal carcere, avrebbe scritto di lui che era un uomo leale e privo di ogni vanità. Secondo il sardo, Piero Gobetti aveva dimostrato che il proletariato come classe dirigente sarebbe stato superiore alla borghesia. Ma la grandezza di Gobetti sta nell’aver concepito un liberalismo diverso da quello tradizionale: non difesa dei privilegi borghesi, ma affermazione dell’autonomia contro ogni forma di paternalismo.
Gobetti non proponeva non armonia sociale, ma conflitto come strumento di maturazione collettiva. Non separazione tra economia e politica, ma comprensione che ogni questione sociale è innanzitutto un’istanza di libertà. Un liberalismo che non temeva la democrazia di massa – che quindi dava risposta anche alla questione sociale scottante all’epoca – ma la considerava indispensabile per formare quella classe dirigente che l’Italia post-risorgimentale non aveva saputo esprimere. La sua esistenza breve e bruciante testimonia che l’intransigenza morale non coincide con il settarismo o l’estremismo politico – che caratterizzò invece molti suoi coetanei. Che il rigore intellettuale può convivere con l’apertura al confronto. Che il pessimismo storico non implica la rassegnazione. Di fronte alle nostre democrazie fragili e autoritarismi rinascenti, la lezione originariamente liberale di un giovane illuminato e coraggioso, Piero Gobetti, conserva una preziosa fertilità che travalica il contesto in cui fu elaborato.
Amedeo Gasparini