Intervista

Quando la frontiera può essere una vera risorsa

Il Ticino davanti alle pressanti e molteplici sfide della modernità

Remigio Ratti

Il prof. Remigio Ratti

Di padre in figlio. È il caso di dirlo quando il focus è la frontiera osservata dal grandangolo della mobilità, da quella dei binari alla strada e i due attenti scrutatori – e anche comunicatori – sono Giovanni Ratti, poi il figlio Remigio. Il primo a tenermi lezioni in materia alla fine degli anni 60 e inizio 70, quando fui catapultato inesperto a seguire le cronache di transiti, dogane, valichi e quant’altro fu proprio papà Giovanni con la sua lunga e attrezzata esperienza maturata sul campo. Un approccio almeno di base alla vastità del tema nel collo d’imbuto del Mendrisiotto: quindi Chiasso con la sua stazione internazionale per viaggiatori e merci e in parallelo la crescita della rete per il traffico su gomma. Quante telefonate di aggiornamento per evitare di prendere lucciole per lanterne! E quasi subito ci fu l’accostamento provvidenziale – con i suoi Quaderni – del figlio Remigio alla testa dell’allora URE a Bellinzona. Da qui, in seguito, Remigio è poi decollato per altri voli, con molte mete, dalla comunicazione, alla politica, alla cattedra universitaria. Ripartiamo dalle origini per questo avvicinamento al presente, con le domande del cronista che fui, più di mezzo secolo dopo in quello che si può ben definire un… altro mondo.

Remigio Ratti, osservando la situazione internazionale, si rileva il rientro prepotente sulla scena delle frontiere. Il Ticino come regione di confine su quale ruolo dovrebbe puntare?
Frontiera: croce e delizia del Cantone Ticino! Croce, perché i confini dividono, penalizzandone in genere lo sviluppo socio-culturale ed economico; delizia, poiché, soprattutto dagli anni Sessanta del secolo scorso, il Cantone ha beneficiato di vere e proprie rendite di posizione (per esempio, nel settore bancario) e rendite differenziali (sui salari; sui beni di consumo), ma con importanti effetti strutturali e congiunturali: dalla volatilità di certi guadagni, alla crescita quantitativa più che qualitativa; alla dipendenza dalla manodopera frontaliera. Ma, la frontiera è e può essere anche una vera risorsa, quando le forze imprenditoriali riescono a valorizzarne la posizione, integrandola nei nodi e nelle reti delle filiere di produzione, in una relazione tra globale e locale (nicchie di piccole imprese o servizi innovativi) o tra gli spazi metropolitani di Zurigo e di Milano.

Il salto di qualità con USI e SUPSI

Si parla spesso dell’apporto di USI e SUPSI allo sviluppo economico cantonale. Quanto questo apporto incide davvero sull’economia della nostra realtà di frontiera, che ha fra l’altro visto andare in fumo settori che parevano promettenti, come la cosiddetta Fashion Valley?
La nascita dell’USI e della SUPSI rappresenta il salto di qualità che il Ticino ha compiuto con coraggio e al momento giusto, allargandoci i polmoni e agganciandoci all’evoluzione multidimensionale di una società aperta, e non da ultimo transfrontaliera. Volessimo trattarle come se fossero un’impresa, l’analisi tra costi e benefici è certamente positiva. L’Università ha tre funzioni: formazione, ricerca e servizio. Le prime due hanno una relazione solo indiretta con lo sviluppo regionale. La terza invece è tutta da rivalutare. Non solo con mandati di prestazione o contratti privati, ma con la stessa autocoscienza dell’istituzione e del suo corpo accademico.

Remigio Ratti

Centri di competenze – Cantone, città e futuro

Dentro una realtà ampiamente interconnessa in ambito nazionale e internazionale, è ancora possibile e in quale direzione muoversi per dotarsi di una politica industriale in una singola regione come il Ticino?
Paragonata ad altre nazioni, la Svizzera non ha mai avuto una vera e propria politica industriale, contando piuttosto su buone relazioni-quadro e sull’apertura al commercio internazionale. Il sostegno all’innovazione è piuttosto sussidiario (con il Ticino a farsi notare con una legge anticipatrice già negli anni Ottanta) e solo da qualche anno è inoltre meglio finalizzato nell’ambito dello “Switzerland Innovation Park”, con centri di competenze orientati al futuro, nei quali anche il Cantone e le sue città di Bellinzona e Lugano stanno inserendosi.

Quali carte ha da giocare il Ticino? A volte sembra di vedere atteggiamenti rinunciatari, quasi dovessimo rassegnarci all’idea di un declino controllato. Quali possono essere i perni di una politica favorevole alla ricerca e all’innovazione in un Cantone comunque periferico?
Vero è che siamo in presenza di un Ticino a due velocità: a quello innovativo e aperto si contrappone un ambiente che sembra proteggere le posizioni acquisite e rassegnato o apatico di fronte al declino demografico e, in genere, a un declino che, semmai, è ben lungi dall’essere controllato.

Paralizzante discorso ideologico-partitico

L’economia invoca condizioni-quadro favorevoli e non ingerenza da parte dello Stato, salvo poi chiamarlo in causa quando la situazione degenera (vedi periodo Covid). Quale può essere una relazione fruttuosa tra Stato ed economia nella realtà odierna?
Vedo purtroppo un Ticino politico sempre inguaiato in un paralizzante discorso ideologico-partitico: tra chi vuole il meno Stato, meno balzelli e regole (cosa di per sé auspicabile) in un’economia libera di concentrarsi sulla creazione di valore, lasciando allo Stato – in modalità non prive di contraddizioni – il compito di occuparsi della ridistribuzione della ricchezza e chi, al contrario, punta invece su uno Stato regolatore ed un sistema economico compartecipe nell’affrontare – nella sussidiarietà – le dinamiche evolutive della società e di un territorio.

Giuseppe Zois

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