Cultura

Renata Broggini: l’entusiasmo per la storia e per la vita

Autrice d’apprezzati libri sulla Svizzera durante la Seconda guerra mondiale, Renata Broggini, spentasi a Orselina lunedi 3 dicembre, ci consegna un esempio di dedizione professionale per la ricerca, di vivacità intellettuale inesausta, di doti umane non comuni; tratti del suo carattere sottolineati con rimpianto nelle innumerevoli, commosse, sincere commemorazioni, mutuati da esperienze famigliari e personali altrettanto singolari, quando non addirittura eccezionali, che ne influenzano la formazione e l’opera.

Svizzera, attinente di Losone, nasce a Locarno il 25 novembre 1932 da Rodolfo, direttore alla Funicolare della Madonna del Sasso, e da Linda Farinelli-Ciseri. Dal padre, nato a sua volta a Roma da losonesi migranti, eredita – amava ricordare – lo spirito irriverente del cittadino per la provincia, l’attitudine indipendente e la prodigalità nelle amicizie. Dalla madre, imparentata da un lato con Arturo Farinelli (Intra 1867 – Torino 1948), germanista, docente a Innsbruck e a Torino, accademico d’Italia, e nipote dall’altro del pittore Antonio Ciseri (Ronco s/ Ascona 1821 – Firenze 1891), recepisce invece il gusto per l’arte e il decoro, costantemente inseguito nel lavoro, nelle amicizie, nella vita privata.

Quartogenita dopo i fratelli Romano e Gerardo e la sorella Adriana, restata orfana di madre a soli tre anni d’età, allevata all’insegna del buonsenso e dei precetti del cattolicesimo popolare dalla domestica di casa – la mai dimenticata Gisa –, s’indirizza negli studi nell’unica direzione consentita allora, molto avanti la concessione del diritto di voto, a una giovane ticinese decisa a conquistarsi tramite un impiego l’indipendenza economica: dopo le elementari e le tecniche all’Istituto Santa Caterina frequenta così per l’abilitazione all’insegnamento la IV ginnasiale e i quattro anni di Magistrale a Locarno. Qui incrocia i docenti Vincenzo Snider, Piero Bianconi, Giovanni Bonalumi, specialmente il direttore Guido Calgari, ai quali riconoscerà il valore del metodo d’apprendimento incentrato sull’incitazione della curiosità critica, la sollecitazione ad approfondire, gli orientamenti formativi.

Ottenuto nel 1951 il diploma magistrale, Renata inizia a sua volta l’insegnamento nella scuola elementare al Collegio Sant’Eugenio a Locarno dal 1952, alle elementari di Losone e Ronco dal 1953, di Muralto dal 1955 al 1989. In totale quarant’anni di professione con le classi 1a e 2a, destinate alle maestre, allorché ai maestri spettano quelle dalla 3a alla 5a, discriminazione verso le donne che non mancherà mai di biasimare, come quella, quasi intollerabile, per cui le docenti sposandosi hanno l’obbligo di abbandonare il posto. È allora una piccola rivalsa per lei il frequentare, nel quadriennio 1972-1975, i corsi per l’ottenimento della patente di scuola maggiore, attivati presso l’Università di Pavia per docenti del Cantone. Consigliata dal fratello Romano, accostatosi per gli interessi culturali famigliari all’élite letteraria italiana, da Montale a Ungaretti, nonché storiografo già affermato, Renata svolge sotto la guida di Mario Agliati e Giulio Guderzo la tesina La stampa politica dei rifugiati di orientamento cattolico in Svizzera nel 1943-1945; studio nel quale mette, e ciò risalta chiaramente dal testo, una passione tale da farne un classico sul tema e conseguirne la pubblicazione col titolo I rifugiati italiani in Svizzera e il foglio Libertà!, a Roma, per Cinque Lune, casa editrice legata alla Democrazia Cristiana, nel 1979, su interessamento personale di Amintore Fanfani, presidente del Senato, già rifugiato militare a Losanna nell’ultimo biennio del conflitto.

L’esperienza la entusiasma e la incoraggia a curare, indirizzata da Dante Isella, le Pagine ticinesi di Gianfranco Contini (1981), scritti politici del filologo, usciti nel 1943-’45 sulla pagina Cultura e Azione del «Dovere», organo ufficiale del Partito liberalradicale ticinese; e con supervisione di Bruno Caizzi e prefazione di Alessandro Galante Garrone Un fuoruscito a Locarno. Diario 1943-1944, di Filippo Sacchi, direttore della pagina del «Pomeriggio» del «Corriere della Sera» esule politico in Svizzera (1987). La tematica, fra documenti e memoria diretta di protagonisti, a lei congeniale, è affatto indagata, e si trova a inaugurare, con quei testi, in modo inconsapevole, un filone di ricerca salito decenni dopo pure agli onori della cronaca. Frattanto, giunta infine alla quiescenza dalla scuola, può inseguire con maggior libertà l’inattesa passione per indagini e studi nell’ambito della «storia vivente».

Il momento si rivela, tra l’altro, propizio, il 50° degli eventi seguiti non soltanto in Italia all’8 settembre 1943 si va approssimando e, nel 1989, il consiglio della Fondazione del Centenario della bsi – Banca della Svizzera Italiana, di Lugano, tramite il presidente Franco Masoni, offre l’essenziale soccorso finanziario per un lavoro generale sull’accoglimento di 45.000 profughi politici, «razziali» e militari dall’Italia in territorio elvetico: ancorato a documenti da archivi sia pubblici, sia privati, corrispondenze, foto inedite, centinaia d’interviste, il tomo Terra d’asilo. I rifugiati italiani in Svizzera 1943-1945, del 1993, prefazioni di Franco Masoni, Georges-André Chevallaz, già presidente della Confederazione, e Giovanni Spadolini, presidente del Senato, inserito in una prestigiosa collana delle edizioni «il Mulino», di Bologna, incontra un successo straordinario nel pubblico e nella stampa italiana e svizzera, marca una tappa significativa per la storiografia, consacrandone l’autrice.

Poiché tuttavia la questione sembra necessitare, su un risvolto particolarmente bruciante, una pubblicazione ad hoc, nel 1995, con il sostegno della Banca Sal. Oppenheim di Zurigo, diretta dal ticinese Maurizio A. M. Genoni, avvia la ricerca specifica sui profughi «razziali», uscendo, dopo tre anni di lavoro tra Svizzera, Italia, Germania, Israele con La frontiera della speranza. Gli ebrei dall’Italia alla Svizzera 1943-1945, pubblicato da Mondadori, a Milano, in due edizioni nel 1998 e nel 1999; tradotto come Frontier of Hope. Jews from Italy seek refuge in Switzerland 1943-1945, per Ulrico Hoepli Editore, nel 2003, prefazioni dell’ambasciatore Sergio Romano e del consigliere federale Pascal Couchepin.

Caso vuole che, a lavoro in corso, nel 1996, divampi dapprima sommessa, ma poi lacerante la crisi dei «beni di vittime del nazismo giacenti presso le banche della Svizzera», riportando con toni drammatici d’attualità un problema ricorrente nella storia nazionale: il ruolo del paese, al centro dell’Europa occupata dal Terzo Reich, nel 1939-’45, e la questione dell’accoglienza dei profughi politici e «razziali», specie dalla Germania, dalla Francia e dall’Italia, rispettivamente dal 1938, dal 1942 e dal 1943. Per affrontare in maniera documentata, compiuta e se possibile esaustiva l’emergenza politica e finanziaria ingenerata dalla crisi è istituita una Commissione indipendente d’esperti «Svizzera-seconda guerra mondiale» – conosciuta come «commissione Bergier», dal nome del presidente Jean-François Bergier – che in cinque anni d’indagini, sino alla chiusura nel 2001, tenta una ricostruzione complessiva della storia elvetica del tempo, nei suoi aspetti anche più controversi; ma che proprio sui profughi dall’Italia sembra sorvolare e fornire dati discutibili, specie sul refoulement di richiedenti l’asilo, attestando, per converso, una maggiore attendibilità del suo La frontiera.

Nuovo successo e consacrazione, questo libro spinge l’autrice a ricostruire biografie puntuali di personalità implicate nella temperie del periodo bellico. Nasce quindi, dopo altri tre anni di intensissima ricerca, Eugenio Balzan 1874-1953. Una vita per il «Corriere», un progetto per l’umanità, introdotto dall’ambasciatore Bruno Bottai, presidente della Fondazione Balzan, committente di questo approfondimento sull’amministratore generale dell’azienda «Corriere della Sera» nel 1903-’33, la cui fortuna è all’origine della Fondazione e del Premio Internazionale; del libro, edito nel 2001 da Rizzoli, escono la versione inglese, Eugenio Balzan 1874-1953 – A Biography, nel 2007, da Hoepli, una costola, L’emigrazione in Canada nell’inchiesta del «Corriere» (1901), nel 2009, prefazione di Gian Antonio Stella, per la Fondazione Corriere della Sera, e la revisione Eugenio Balzan 1874-1953. Una vita per il «Corriere», un lascito per l’umanità, nel 2014 da Rizzoli, prefata dal presidente, Enrico Decleva.
Incuriosita, per carattere, dalle infinite contraddizioni tra i documenti d’archivio e i resoconti di «esilio» del celebre giornalista toscano, avvia nel 2004 un’inchiesta biografica confluita nel volumetto Passaggio in Svizzera. L’anno nascosto di Indro Montanelli, senza sospettare, nell’ingenua fiducia nel valore dell’indagine sulle fonti, sia l’impegno in termini di tempo, sia lo sgradevole esito: stampato da Feltrinelli nel 2007, il libro le richiede quasi quattro anni di scavo paziente in archivi pubblici e privati e raccolta di testimonianze dirette che smentiscono puntualmente affabulazioni e menzogne del protagonista; e le procura gli attacchi in malafede della quota di sodali di quel soggetto – tra loro eminenti scriba della carta stampata e direttori di fogli anche in fama, usurpata, d’integrità – che, negando verità ora comprovate, ricorre alla diffamazione pur di salvarne una torbida «memoria».

Amareggiata ma affatto intimidita da chi ne vorrebbe così screditar la limpidezza, difesa dalla parte sana del giornalismo non solo italiano, ne esce non scalfita e riprende con energia il suo impegno con una più felice biografia, Franco Brenni – Un diplomatico ticinese nelle sfide del XX secolo Bellinzona 1897-Zurigo 1963, del 2013, con Hoepli, il cui focus è l’attività quale console generale a Milano nel 1942-1954 al servizio della comunità elvetica e in soccorso prima ai perseguitati antifascisti, poi ai sinistrati di guerra; un lavoro a lei specialmente caro per i legami famigliari e affettivi col personaggio biografato, conosciuto come molti altri dei quali si occupa, e con i parenti diretti e indiretti. Né si fa mancare opere minori – tra le quali va fiera del ricettario La cucina di allora – Per il centenario del Comune di Muralto 1881-1981 –, e saggi di approfondimento e divulgazione di qualità su vicende tra Svizzera e Italia dell’estremo periodo bellico, ricostruite con grande professionalità e dedizione.

L’itinerario atipico – da lei ripercorso con briosa ironia nell’intervista di Maria Fazioli Foletti a Locarno, dell’ottobre 2017, per il progetto «Tracce di Donne – Biografie femminili ticinesi del xix e del xx secolo», dell’Associazione Archivi Riuniti delle Donne Ticino –, le riserva di tanto in tanto pure riconoscimenti pubblici: nel 1982 il secondo Premio «Nuova Antologia», istituito a Campione d’Italia da Giovanni Spadolini, per Pagine ticinesi e Un fuoruscito a Locarno; nel 1994 la menzione al Premio «Acqui Storia» per Terra d’asilo; nel 2016 la 13a edizione del Premio della Fondazione Terza Età Creativa, collegata alla Banca Vontobel di Zurigo, che ha il fine di portare a conoscenza di un più vasto pubblico creazioni di notevole pregio, spesso realizzate in ambito privato, di ultrasettantenni, al quale si presenta con il Franco Brenni, libro redatto quando ha superato gli ottanta.

Ma ora, nel momento della sua scomparsa a ottantasei anni, dei quali quaranta dedicati pure a studi e ricerche, nei moltissimi messaggi di condoglianze pervenuti da istituzioni e privati, se ne sottolineano meno i successi, la celebrità ottenuta dopo il pensionamento, mai ostentata, e più le doti umane che l’hanno resa incomparabile: la determinazione, certo, ma soprattutto la simpatia franca, l’entusiasmo prorompente, la personalità istintiva, la vivacità intellettuale e la bontà d’animo, accompagnate dal suo sorriso sbarazzino. E la generosità fuori dell’ordinario, il tratto caratteriale per il quale Renata Broggini, sembra assai probabile, verrà unanimemente ricordata ben oltre i meriti di storica.

Marino Viganò

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