L’edificio del National Museum of Singapore, il più antico del paese, si presenta come una dimora candida, arricchita da un’ampia ala espositiva sul retro. Il primo allestimento presenta “Skullpanda cage-uncage”, che si conclude il 22 febbraio, offre un’installazione dell’artista multidisciplinare Xiong Miao che indaga la condizione di prigionia – sia fisica che psicologica. «Essere “ingabbiati” è forse lo stato della realtà che ci è più familiare», si legge all’ingresso. «Che ciò sia dovuto alle aspettative sociali o ai limiti che ci imponiamo, siamo costantemente alla ricerca di una via di fuga, ma spesso contribuiamo inconsciamente a costruire proprio quei muri che ci confinano». La seconda esposizione è il “Singapore Odyssea”, un viaggio che si sviluppa in una rotonda discendente a spirale. Il percorso ripercorre a ritroso la storia della città-stato dalle origini fino ai giorni nostri, con pannelli esplicativi e ricostruzioni che evidenziano il ruolo marcante della natura.
La terza esposizione del National Museum of Singapore, “Once Upon a Tide: Singapore’s Journey from Settlement to Global City”, racconta la storia complessiva della città-stato attraverso fotografie, oggetti d’epoca e memorabilia. Commemorano il sessantesimo anniversario dell’indipendenza nazionale. Singapore è, in effetti, un miracolo moderno. Una città-stato globale di successo economico, saldamente radicata nel suo multiculturalismo e nel suo patrimonio asiatico. La narrazione sottolinea come Singapore non sia mai esistita isolatamente, ma sia sempre stata inserita in reti commerciali sovrapposte e sistemi mondiali. Sebbene l’identità geografica precisa dell’isola fosse incerta nelle mappe antiche, alla fine del XVIII secolo gli stretti circostanti iniziarono ad apparire distintamente nelle carte nautiche regionali grazie ai progressi nell’idrografia. È notevole constatare quanto fossero conosciute le acque singaporiane già prima dell’arrivo di Stamford Raffles, del maggiore William Farquhar e del capitante Daniel Ross al gennaio 1819.
Da allora ad oggi l’area terrestre di Singapore è aumentata del 25 per cento, passando da 578 a 736 chilometri quadrati grazie alle bonifiche. Per un’isola minuscola alle prese con la scarsità di terreno, l’espansione fisica ha ampliato enormemente le possibilità di sviluppo. Le bonifiche iniziarono già nel 1822 sulla sponda meridionale del fiume, proseguendo durante tutto il periodo coloniale. Negli anni Settanta dell’Ottocento partì il primo grande progetto con la baia di Telok Ayer, dove le colline circostanti furono spianate. Gran parte di quell’area oggi costituisce il distretto commerciale centrale. Se l’estensione delle coste aggiunse terreno prezioso, comportò talvolta lo spostamento di comunità indigene e perdita di biodiversità. La mostra risponde alla domanda su chi abbia costruito Singapore riconoscendo innanzitutto le comunità già presenti nel XIX secolo, poi le diverse ondate migratorie provenienti da tutto il mondo.
La posizione strategica all’incrocio delle rotte commerciali globali e la relativa prosperità attrassero persone di ogni estrazione sociale in cerca di opportunità migliori. Durante l’Ottocento e il Novecento molti arrivarono via mare al molo Johnston o a porto Keppel. Se alcuni viaggiavano in cabine di prima classe, la maggioranza erano passeggeri di terza classe che portavano con sé poco più di qualche vestito e la speranza di un futuro migliore. Gran parte delle infrastrutture post-1819, sottolinea il National Museum of Singapore, fu costruita grazie ai lavoratori migranti da India e Cina. Alcuni giunti volontariamente, altri come lavoratori vincolati o detenuti. I lavori più pesanti erano principalmente svolti da carcerati indiani. Tra gli anni Venti e Trenta arrivò un’ondata di donne. Era il caso delle celebri lavoratrici Samsui dalla Cina, figure comuni nei cantieri edili. La vita di questi primi migranti era dura con orari estenuanti e alloggi insalubri.
Ad oggi, Singapore ha sviluppato presto una reputazione di sicurezza e ordine. La forza di polizia fu istituita nel 1820, subito dopo la fondazione del posto commerciale britannico. Il Singapore Volunteer Corps, formato da immigrati europei, integrava la sicurezza interna e si trasformò nel People’s Defence Force dopo l’indipendenza del 1965. Nel 1967 fu introdotto il servizio nazionale obbligatorio maschile per espandere le capacità difensive. Cruciale era anche la protezione antincendio poiché le prime strutture in legno erano altamente infiammabili e grandi incendi erano comuni fino agli anni Sessanta. L’immigrazione prosegue tutt’oggi con oltre il 40 percento della popolazione recente nata all’estero. La sopravvivenza di Singapore dipende dall’apertura verso i migranti e le competenze diverse che portano. La mostra al National Museum of Singapore offre uno sguardo sulle vite di migranti recenti invitando a riflettere sul ruolo degli stranieri come parte integrante della società isolana.