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Tauromachia e controversie alla Real Maestranza di Siviglia

A pochi passi dalla maestosa Cattedrale e dall’Alcázar, nel cuore di Siviglia, la Real Maestranza de Caballería incarna l’anima più controversa e passionale della Spagna. Un’imponente arena, costruita sulle rive del Guadalquivir tra il 1761 e il 1881 che s’impone con la sua mole candida punteggiata dai colori della bandiera nazionale. Il rosso e il giallo senape che decorano le arcate e gli ornamenti. La facciata bianca abbagliante della Maestranza cattura lo sguardo del passante. La plaza de toros, considerata una delle più belle e antiche di Spagna, può ospitare fino a 12mila spettatori. La sua forma non è perfettamente circolare, ma leggermente ovale. Caratteristica che la rende unica tra le arene spagnole. I colori nazionali si ripetono ossessivamente … Quasi a marcare l’identità iberica del luogo, creando un contrasto cromatico che richiama l’appartenenza di questa tradizione alla cultura spagnola più profonda.

Sotto gli spalti si snoda il museo taurino, un percorso che è insieme celebrazione e documentazione di una pratica che divide ancora oggi l’opinione pubblica spagnola. Qui il torero viene esaminato nella sua essenza quasi sacerdotale. Il suo ruolo non è quello di semplice combattente, ma di artista. Un interprete di un balletto mortale codificato nei secoli. Gli oggetti esposti raccontano questa liturgia. Troviamo la capote (la mantellina magenta e gialla usata nella prima fase della corrida), la muleta (il panno rosso più piccolo della fase finale) e il montera (il caratteristico cappello nero a due punte che il torero indossa durante la corrida). Ogni pezzo è carico di simbologia: una storia di coraggio o di paura domata. Una sezione del museo è dedicata alle diverse razze di tori, con illustrazioni dettagliate che mostrano le caratteristiche delle ganaderías più prestigiose.

Il toro de lidia, selezionato per secoli per la sua bravura e aggressività, discende da antiche razze iberiche. Le immagini mostrano gli esemplari delle famose razze come la Miura, la Victorino Martín, o la Domecq, ciascuna con le proprie caratteristiche morfologiche e comportamentali che determinano il valore e la pericolosità dell’animale. Le illustrazioni antiche rivelano che la tauromachia moderna affonda le radici nel XVIII secolo, quando la corrida a piedi sostituì quella a cavallo, praticata dalla nobiltà. Le stampe sette-ottocentesche esposte documentano l’evoluzione della corrida da spettacolo aristocratico a fenomeno popolare di massa. Francisco de Goya immortalò questa trasformazione nella sua celebre serie “La Tauromaquia” (1816), alcune delle cui riproduzioni ornano le pareti del museo. Suggestive sono le illustrazioni di fine Ottocento e inizio Novecento: veri e propri manifesti pubblicitari che annunciavano le corride con uno stile grafico che definiremmo Art Nouveau. L’annuncio di una corrida diventa dunque un’opera d’arte.

I colori vivaci, le composizioni dinamiche, le figure stilizzate dei toreri in abiti di luci scintillanti facevano di ogni manifesto una promessa di emozione. Un invito a partecipare a un rito collettivo che mescolava sangue, bellezza e morte. I busti in bronzo immortalano Manolete, morto incornato e considerato il più grande torero del XX secolo. Poi c’è Juan Belmonte, che rivoluzionò la tecnica della corrida avvicinandosi pericolosamente al toro. Accanto ai busti, l’oggettistica esposta è vastissima e minuziosa. Le banderillas (le aste decorate con carta colorata conficcate nel dorso del toro), gli espada e gli estoques (le spade usate per l’uccisione finale), i trajes de luces (gli abiti scintillanti in oro e argento), le zapatillas (le scarpe con suola piatta per permettere movimenti agili). Prima dell’ingresso nell’arena della Maestranza si trova una piccola cappella barocca, interamente decorata nello stile ridondante e dorato tipicamente iberico.

Gli azulejos colorati, le dorature, le statue di santi e vergini creano un’atmosfera di raccoglimento che contrasta drammaticamente con la violenza che attende pochi metri più in là. La cappella impone un momento di silenzio prima del clamore, di intimità prima dello spettacolo pubblico. Un rito preparatorio che sottolinea la dimensione religiosa che la corrida ha sempre avuto. Varcata la porta principale ci si trova improvvisamente nel ruedo, l’arena circolare con la sabbia compattata color ocra. Il silenzio è impressionante quando l’arena è vuota. Uno spazio che invita a immaginare il clamore, la tensione, l’odore del sudore che lo riempie durante le corride. Al Sol (sole), i posti più economici esposti al sole cocente dove sedeva il popolo. Alla Sombra (ombra), più costosa e protetta, ci sono i posti riservati ai benestanti. In alto, le logge (palcos) offrono una visione privilegiata, mentre i tendidos sono le gradinate popolari.

La Real Maestranza di Siviglia è un monumento a una pratica che divide la società spagnola contemporanea. Mentre i difensori la considerano parte integrante dell’identità culturale iberica, un’arte che richiede coraggio, grazia e tecnica straordinari, gli oppositori la vedono come una forma di crudeltà animale inaccettabile nel XXI secolo. Le manifestazioni animaliste si alternano alle code per i biglietti nelle giornate di corrida, la Spagna moderna s’interroga sul proprio passato e sulle tradizioni che vuole conservare o abbandonare. Camminare nell’arena vuota, immaginare il clamore degli spettatori, il sole abbagliante sulla sabbia, il toro nero che emerge dal toril e il torero immobile al centro con la capote distesa in attesa … Tutto questo evoca un’epoca in cui il rapporto dell’uomo con la morte e con l’animale era radicalmente diverso da quello odierno. La Real Maestranza rimane custode di una tradizione che continua a interrogare, affascinare e dividere.

Amedeo Gasparini

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