Teatro

“Tell”: per liberarsi dai pregiudizi…riderne

In un periodo in cui gli impeti nazionalistici crescono, si espandono al limite del soffocamento, fa bene, molto bene affrontarli apertamente con una risata liberatoria. In “Tell”, sesta produzione del Teatro Sociale Bellinzona firmata Flavio Stroppini e Monica De Benedictis, i temi d’attualità più importanti sono sempre associati ad una battuta che scatena il riso, ma è proprio quella risata corale che sale dal pubblico a segnalarci che il messaggio è stato recepito (e la pièce apprezzata) e che, comunque, il tema del pregiudizio è attuale, attualissimo. L’ombra del terrorismo, che si stende su tutta la trama, scatena un clima complottistico, fatto di luoghi comuni e pensieri che dominano – prima che i cinque protagonisti della vicenda – la collettività e si rincorrono l’un l’altro, tanto che si fatica a tenerne il conto: si finisce così per parlare di complotti sionisti (“un’invenzione, in realtà, dei cristiani stessi”), del terrorismo vero e proprio (i cui esponenti, si ricorda però, per il 52% sarebbero persone istruitesi all’università, e solo in minima parte disoccupati, al contrario di quello che si potrebbe pensare), di donne “che devono restarsene a casa ad accudire i figli” perché “altrimenti sembra che non abbiano un uomo che si occupi di loro”.

Ma, come avverte a un certo punto uno dei personaggi, “la gente pensa quello che le si fa pensare”. E in effetti è un pensare fino all’ultimo, in “Tell”, che tutto sia il contrario di tutto: che quei personaggi, tanto fortemente caratterizzati dai loro pregiudizi (ma anche dai loro sogni visionari, che confluiscono armoniosamente in alcuni spaccati musicali, creati appositamente per la pièce da Andrea Manzoni e accompagnati dai video scenari di Mauro Macella), siano più o meno implicati in un supposto atto terroristico, ovvero il furto delle ossa di Tell, assieme alla falsificazione di una cinquantina di passaporti svizzeri (in favore di cittadini arabi) e al furto di informazioni segrete del CERN. Ma cos’ha il furto delle ossa di Tell che davvero colpisce? È, in fondo, un reato vero e proprio? Un furto, sì, e di qualcosa di molto importante: un depauperamento della memoria collettiva, un furto di identità…alla Svizzera, quella “nazione che ti osserva”, come viene ricordato costantemente al commissario incaricato di gestire l’indagine, caricato di una responsabilità che sembra immane.

Dopo “Prossima fermata Bellinzona” (2015) e “Kubi” (2017) il Teatro Sociale Bellinzona torna dunque a indagare i temi legati al nostro territorio e all’identità e lo fa magistralmente. Se ne esce davvero convinti: il nazionalismo è un reale pericolo, anche qui, anche oggi per la nostra piccola isola felice che è la Svizzera. Anche perché il più nazionalista è lui, l’ispettore capo (Flavio Sala) che dovrebbe condurre l’indagine e rappresentare la giustizia svizzera e forse anche la sua neutralità. Ma di neutrale in lui c’è poco: misogino, non sopporta che la sua collega (Silvia Pietta) sia incinta e ne proclama trionfalmente “la fine della carriera”; ma soprattutto, razzista – lo si può ben dire – pensa di avere tra le mani l’attentato del secolo. Egli si crogiola nell’idea che degli arabi possano davvero aver rubato le ossa di Guglielmo Tell, l’eroe simbolo della libertà; un affronto al popolo elvetico, assolutamente da sventare. E qui si cade nel paradossale: il commissario lo desidera ardentemente questo reato, un reato che ogni ispettore dovrebbe sventare almeno una volta nella vita, proprio per passare alla storia; questo reato, ai suoi occhi, deve esistere. Un reato che confermi, in fondo, le sue “intuizioni” nazionalistiche, che confermi il suo personale credo: quella piccola Svizzera, “in cui non accade maledettamente mai niente”, è “finalmente” sotto attacco. Simbolo estremo di questo patriottismo malato è persino l’aeroporto, luogo in cui si sviluppa la scena, o meglio, quello che dovrebbe essere il non-luogo, terra di cittadinanza per ogni uomo su questa terra, che diventa, nella finzione della trama, un coacervo di razzismo, offrendo un servizio psicologico specializzato, ad esempio, “per chi non vuole volare seduto vicino a un arabo” ma al contempo offrendo servizi altamente allusivi come il Grütli Bar.

Al contrario, gli “imputati” si rivelano degli idealisti in fondo pronti al bene: all’ingegnere informatico (Massimiliano Zampetti) il sogno di divulgare le scoperte scientifiche del CERN – certo tramite un reato, il furto dei dati ma guidato da un’intuizione di condivisione – all’ortopedico (Igor Horvat), invece, il sogno di dare una seconda vita a dei profughi arabi vittime di guerra (da qui la falsificazione dei documenti); infine, al macellaio (Matteo Carassini) il furto delle ossa di Tell, ma solo per rivenderli e avere abbastanza soldi per l’operazione della mamma malata. Dunque, alla fine niente attentato e un messaggio conclusivo chiaro: i cliché sono insidiosi e, soprattutto, colpiscono anche coloro che dovrebbero essere al di sopra di ogni sospetto. Per liberacene, non ci resta che riderne.

Prossime repliche il 9 e 10 maggio alle 20.45.

Laura Quadri

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