Teatro

“Totentanz – I Diari”, un ibrido ritorno in scena

Potremmo definirlo una sorta di rito di passaggio questo ritorno in una sala dopo l’ultima chiusura. Markus Zohner (concetto, testo e regia) lo definisce un “ibrido”, lo spettacolo che ha debuttato ieri al Teatro Foce di Lugano, in ri-apertura di stagione. In realtà sembrava di essere su un set televisivo con l’ambiente fumoso, apparecchiature, il tavolo e video di regia, a vista, il cameraman che si aggirava sul palco, gli attori con voce e faccia a favore di ripresa ma non della platea, spostamenti e azioni “fuori onda”. Pochi eletti tra il pubblico (quell’assurdo limite, stigmatizzato a suo tempo, di 5 persone, avrebbe potuto andare bene), ma la rappresentazione come ha spiegato Zohner era concepita per lo streaming, quando è arrivato l’annuncio dei nuovi, timidi, allentamenti, in pochi giorni si è deciso di portarlo sul palco, così com’era sviluppato per la visione su schermo ma al tempo stesso con una possibilità anche di presenza, come detto ridottissima ieri sera. A parte questo aspetto tecnico non irrilevante, l’operazione è interessante. Dopo i diari della quarantena che hanno cercato una consolazione nel periodo peggiore del primo confinamento, ecco Totentanz – I diari che trova ispirazione e senso da una casualità personale dello stesso autore di origini tedesche, prima che di adozione svizzera-luganese. Come ha osservato anche durante una parte introduttiva negli scorsi giorni, egli stava aiutando sua madre a mettere in ordine l’archivio di famiglia per un libro e tra i documenti sono stati trovati diari e lettere che, nella rielaborazione provvista di altri testi creativi, costituiscono l’ossatura di questo lavoro realizzato in circa un anno e mezzo. Al centro la vicenda di due ragazzi, sullo sfondo terrificante del Nazismo e della guerra, Brigitta, zia della madre, nata nel 1924, che aveva sedici anni nel ‘39 e di suo fratello Felix, maggiore di qualche anno.

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