Commento

Trump II, lo slittamento autoritario secondo Mario Del Pero

Mario Del Pero presenta in Buio Americano (Il Mulino 2025) un’interpretazione sintetica, ma penetrante degli Stati Uniti durante la seconda amministrazione di Donald Trump. Si tratta di un periodo di trasformazione profonda con conseguenze radicali, frutto della crisi del 2008, che ha messo in discussione l’integrazione globale e ha alimentato la contestazione della globalizzazione. A ciò si è aggiunta la domanda di protezione sociale che ha favorito il ripiegamento nazionalista, scatenando un conflitto politico-culturale nel paese. Del Pero parla del tema della polarizzazione estrema che Trump ha alimentato e portato all’eccesso, spingendo lo scontro politico fino alla delegittimazione reciproca con i democratici, esasperando le divisioni e facendo leva sulle questioni identitarie. Trump ha intercettato le aspirazioni di chi si sentiva abbandonato dalla globalizzazione, offrendo una narrativa costruita su nemici e capri espiatori, sia domestici che esterni.

Le dichiarazioni del presidente, sottolinea Mario Del Pero, hanno un peso enorme e una funzione pedagogica senza precedenti. Ha continuato a spostare i confini del dicibile e dell’immaginabile. Concetti inconcepibili acquisiscono inevitabilmente credibilità. Il movimento MAGA è stato conquistato attraverso una retorica basata su potenti nostalgie, paradisi perduti del passato. Una prima nostalgia, evidenzia l’autore, riguarda l’America del dopoguerra con la prosperità diffusa e crescente. Ma anche con rigide gerarchie geografiche e razziali. Una seconda nostalgia rimanda al periodo precedente al 2008, quello delle bolle speculative. Trump promette di riportare il paese a quel benessere e a quei consumi. La seconda amministrazione Trump ha adottato un linguaggio neo-imperiale. E intende rafforzare il potere esecutivo attraverso l’uso degli strumenti presidenziali, una campagna aggressiva di arresti di immigrati e uno scivolamento autoritario.

Del Pero cerca di spiegare il fenomeno Trump. Il presidente utilizza un linguaggio infantile, sgrammaticato e violento. Offende, abbraccia teorie cospirative ed è stato protagonista di un tentativo di sovvertire l’ordine democratico come dimostrato dal golpe del 6 gennaio 2021. Eppure, 77 milioni di americani hanno scelto di votarlo. Mario Del Pero vuole analizzare le radici profonde del Trumpismo, che affondano nella fragilità di una democrazia affaticata e antica come quella americana odierna. Ma gravi responsabilità ricadono anche sulle élite. L’autore definisce Trump una sorta di Frankenstein. In questo senso non rappresenterebbe un’anomalia nella traiettoria della democrazia americana, sempre segnata da precedenti derive autoritarie e illiberali, dalla questione razziale e dalle disuguaglianze. Il paese è nato schiavista e la linea del colore rimane radicata. Con l’11 settembre si è verificato uno scambio tra sicurezza e libertà che costituisce una causa dell’attuale regressione democratica.

I provvedimenti negli Stati Uniti sono stati caratterizzati da un evidente rafforzamento del potere esecutivo nella loro implementazione. L’antipolitica ha fatto il resto. Lo scandalo Watergate aveva eroso la fiducia nelle istituzioni e in chi le rappresentava. Da qui la delegittimazione reciproca tra i due partiti e l’elettorato. Nel frattempo, con la crisi economica si è bloccato l’ascensore sociale. I maschi bianchi con bassi livelli di istruzione non hanno conosciuto mobilità sociale. Mario Del Pero ricorda che ad Harvard solo il 3,4 per cento dei candidati è stato ammesso. E di questi il 60 per cento apparteneva alle minoranze, mentre il 40 per cento rappresentava i bianchi, che costituiscono il 70 per cento della popolazione. La radicalizzazione ideologica prende piede quando la politica è debole, lasciando spazio a guerre culturali e a problemi materiali derivanti dalla deindustrializzazione. La polarizzazione radicalizza le posizioni ed esprime una visione negativa e radicale dell’avversario.

La globalizzazione ha generato vincitori e vinti, con la classe media penalizzata da stagnazione sociale e discriminazione. L’assenza di politiche pubbliche di riqualificazione si è sommata a una fiscalità progressiva per i redditi bassissimi, dove erano sovrarappresentate le popolazioni afroamericane, o regressiva per i redditi altissimi. Del Pero ritorna frequentemente sulla questione dell’istruzione. Il tasso di disoccupazione di chi non possiede un diploma di scuola superiore è tre volte superiore rispetto a chi ha completato studi universitari … E la retribuzione media è meno della metà. Altro elemento cruciale nell’analisi di Del Pero sono i consumi. L’incremento dei consumi individuali e familiari è stato uno dei pilastri della democrazia statunitense: il rifiuto della frugalità, da Ronald Reagan fino al 2008, è stato fondamentale per milioni di famiglie che avevano già respinto il messaggio di austerità di Jimmy Carter nel 1979, in piena inflazione e crisi petrolifera.

Reagan era riuscito a legittimare il consumo privato in un paese dove tutti consumavano sempre di più, mentre alla crescita delle disuguaglianze di ricchezza e reddito corrispondeva un aumento più contenuto della disuguaglianza nei consumi. Contemporaneamente, l’accesso a un credito deregolamentato e la crescita del valore dell’immobile come principale forma di risparmio crescevano a dismisura. Il risparmio personale come percentuale del reddito disponibile è passato dal 15 per cento a metà degli anni Sessanta a quasi zero nel 2008. Lo stesso Bill Clinton nel 1995, con la National Homeownership Strategy, incentivò la rapida crescita del numero di proprietari di immobili. Tutto questo è culminato nel 2008 con una doppia esplosione: una bolla speculativa finanziaria e immobiliare. La deregolamentazione creditizia e le innovazioni finanziarie hanno portato a innumerevoli mutui ad alto rischio che continuarono a essere erogati. Banche e istituzioni finanziarie sovracapitalizzate e sovraesposte sono crollate.

Sotto Barak Obama, con tassi a zero e QE, non si verificò una nuova Grande Depressione. Ma si tentò di regolamentare il sistema bancario. Si assistette a una svalutazione significativa dell’immobile, principale forma di risparmio degli americani. Questo alimentò la crescita della destra del Tea Party che capitalizzava sull’antistatalismo e contro le politiche redistributive. Il ritorno della questione razziale e delle paure colpì il ceto medio bianco impoverito, vittima della crisi. Mario Del Pero insiste sulla perdita di status e ansia di status, esacerbata dal fallimento delle guerre americane del XXI secolo, Iraq in testa. Non aiutarono le elezioni di Obama, percepito da molti bianchi come l’incarnazione di un’America nera beneficiaria di facilitazioni. Fu proprio sull’inaccettabilità della presenza alla Casa Bianca del presidente afroamericano che iniziò l’ascesa politica di Trump, con le teorie cospirative secondo cui Obama sarebbe nato in Kenya.

Il sottotesto razzista sul certificato di nascita si basava sull’assunto implicito che un nero non avesse il diritto di stare alla Casa Bianca. Trump e altri formularono anche la teoria secondo cui Obama fosse musulmano – in realtà è protestante. Gran parte degli elettori repubblicani crede ancora a questa menzogna. L’immagine dell’imprenditore tv, che all’epoca aveva finanziato Hillary Clinton e Chuck Schumer, era quella di una celebrità nella posizione per intercettare il malessere, candidandosi alla presidenza quasi per gioco, con un linguaggio primitivo e violento capace di catturare l’immaginario di una popolazione impaurita e sofferente, spaventata dalle trasformazioni demografiche, con la promessa di rendere l’America di nuovo grande. Del Pero è equilibrato nella sua analisi e non risparmia critiche ai democratici, che non compresero la portata radicale della sfida e ritennero che la coalizione che aveva eletto Obama, composta da minoranze garantisse un vantaggio strutturale.

Non credevano che Trump avrebbe attratto molti elettori democratici delusi e spinto molti repubblicani tradizionali a non votare per i democratici. Trump beneficiò della mobilitazione della classe operaia delusa da Obama. È stata la paura a portare al voto per Trump, la perdita di status. Che risultò letale nelle zone rurali e montane. Nel 2024, l’alta inflazione, la bassa fiducia dei consumatori, la crisi migratoria e l’abbandono della corsa di Joe Biden con la sostituzione senza primarie con la candidata debole Kamala Harris hanno fatto il resto. Del Pero, che talvolta analizza i dati in maniera quasi demoscopica, nota anche i movimenti tra i giovani maschi e come Trump abbia ottenuto risultati migliori nelle elezioni del 2024 tra le minoranze. Un altro capitolo del libro riguarda la politica estera del presidente, che richiama i discorsi sull’espansione territoriale di William McKinley e il canale di Panama.

Oggi si parla della Groenlandia. Trump usa toni neo-imperiali, anche se gli Stati Uniti non sono mai stati né sono vittime della globalizzazione come vuole far credere. Anzi, gli Stati Uniti non hanno abdicato al loro ruolo di principale potenza mondiale. Dal 2009 al 2023 il rapporto tra il PIL statunitense e quello mondiale è cresciuto dal 21 al 26 per cento. Pesano l’innovazione tecnologica, il dinamismo imprenditoriale, la tassazione favorevole e gli incentivi pubblici. Dal 2009 al 2025 il Dow Jones è cresciuto di sette volte, mentre il Nasdaq di quindici. Il dinamismo del sistema universitario statunitense ha attratto molti studenti stranieri aumentando la diversità. Il dollaro rimane la moneta egemone, strumento essenziale per la determinazione dei prezzi delle materie prime e la forza del dollaro garantisce un’autonomia d’azione unica. Dunque, tutta la narrazione sugli Stati Uniti vittime promossa da Trump è pura invenzione.

Gli Stati Uniti non sono sconfitti, né umiliati, né hanno dovuto rinunciare alla loro libertà e autonomia. Nessun “American Carnage”, la visione apocalitticamente distorta di Trump. Però questo discorso fa breccia in un certo elettorato colpito dalla crisi degli oppiacei sintetici. Mario Del Pero sottolinea come Trump abbia sfruttato ansie e paure della popolazione americana. Sul piano internazionale, l’unico principio ordinatore diventa quello della forza, in cui i soggetti più deboli devono accettare lo status quo. Secondo Trump sono pochi gli attori veramente sovrani. L’imperialismo reagisce come principio ordinatore. Infatti, non mancano gli apprezzamenti verso Xi Jinping o Vladimir Putin. Ma Trump dimentica che gli Stati Uniti delocalizzavano in Cina e investivano in Cina, mentre questa esporta beni intermedi nel paese. Nella narrazione trumpiana, la Cina è diventata l’incarnazione di tutti i mali e oggi si procede verso un rapido decoupling.

Del Pero prevede un arretramento della globalizzazione e contestualmente la riduzione del deficit degli USA con la Cina. Per quanto riguarda l’Europa, il rapporto è sempre stato contraddittorio. Trump ha proposto un rinnovato europeismo che ha imbarazzato tutti. Rispetto alla NATO ha rilanciato senza mezzi termini la richiesta storica di aumentare le spese per la difesa. Nel 2023 la Casa Bianca approvava un provvedimento anti-Trump che impediva l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’Alleanza attraverso una decisione che imponeva la ratifica del Senato con maggioranza qualificata di due terzi più un senatore. Per quanto riguarda il commercio, Trump non ha fatto eccezioni. La minaccia delle tariffe ha spaventato tutti, così come le risposte europee all’intenzione di regolamentare le big tech. Anche Biden aveva chiesto agli europei di dare un contributo maggiore al contenimento della Cina.

In Medio Oriente, Trump ha ottenuto i maggiori successi in politica estera, in linea opposta rispetto a Obama. Biden non è riuscito a contenere la spropositata rappresaglia del governo israeliano dopo il 7 ottobre. E la guerra tra Israele e Iran nell’estate 2025 ha reso evidente una contraddizione di fondo tra l’origine antinterventista e anti-internazionalista del primo Trumpismo e l’atteggiamento imperiale del Governo Trump II. La rapida conclusione di questa guerra ha permesso di contenere il danno politico per Trump. Che comunque è in grado di controllare il partito e l’elettorato. Nel terzo ed ultimo capitolo Mario Del Pero parla delle politiche interne negli Stati Uniti, ritornando alla questione della nostalgia per un’America dalle solide e stabili gerarchie razziali, delle fantasie nostalgiche e del tentativo di riportare indietro le lancette attraverso poteri esecutivi eccezionali e sospendere lo stato di diritto.

Del Pero individua tre obiettivi interconnessi nella chiusura di agenzie specializzate. Il primo è indebolire o eliminare le agenzie di controllo e la burocrazia che possono limitare l’azione dell’esecutivo. Poi c’è la volontà di colpire una burocrazia ostile al progetto trumpiano. Il terzo obiettivo è ridurre la capacità e i servizi del governo. Questo conduce allo scivolamento autoritario e all’assunzione discrezionale dei poteri dell’esecutivo. In sei mesi di governo, Trump aveva già promulgato 170 ordini esecutivi. Nel suo primo governo ne aveva emanati 220 in quattro anni. Biden in quattro anni ne ha firmati 162, mentre Obama in otto 276. Si tratta di una media quasi dieci volte superiore rispetto a quella dei predecessori. Il tutto seguendo le indicazioni del Project 2025. Scivolamento autoritario significa anche corruzione, che ha raggiunto livelli storici. Tanto che Trump vende il suo merchandising alla Casa Bianca e ha una criptovaluta personale.

La deriva in atto negli Stati Uniti, suggerisce Mario Del Pero, deve confrontarsi con gli anticorpi di cui dispone la costituzione federale. L’autore suggerisce che la torsione autoritaria interna è in una certa misura speculare e complementare a quella imperiale esterna. La prima vuole liberare la presidenza dai vincoli imposti dalla costituzione, mentre la seconda punta ad affrancare gli Stati Uniti dalle costrizioni dell’interdipendenza e al recupero della cosiddetta sovranità perduta. Grave è che Trump non ha mai cercato di offrire un messaggio unitario. Ma ha soffiato sul fuoco della divisione razziale, cavalcato fratture, paure e scontri con un linguaggio brutale, infantile e cattivo. Il Congresso è stato di fatto sospeso. E questo rientra nel discorso sulla generale perdita di legittimità delle istituzioni. L’attivismo delle ONG si scontra contro gli arresti dell’ICE. Dal fronte democratico c’è un’assoluta carenza di leadership … Cosa faranno i dem in vista del 2028?

Amedeo Gasparini

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