Teatro

Ubu Re di nuovo tra noi

Ubu ReDa quando esiste (1896), Ubu Re di Alfred Jarry è diventato (oltre a tante altre cose), attraverso adattamenti di ogni tipo, il paradigma di tutta la simbologia del potere tirannico e cialtronesco, che si tratti di marionette, maschere grottesche o per interpreti in carne e ossa. Rappresentazione dai riferimenti colti che attingono agli autori della classicità ma soprattutto, a fine secolo, la strabiliante inventiva di uno sperimentalismo dirompente e trasgressivo che avrebbe aperto la strada a tutte le avanguardie di inizio Novecento, a livello strutturale e linguistico (onomatopee, neologismi, giochi di parole, insensatezze pre-dadaiste, molti dei quali si perdono in traduzione). Il protagonista è una figura tragicamente ridicola che racchiude in sé ogni imbecillità dell’arroganza, dell’assolutismo egocentrico, sarebbe facile vedervi lo specchio dell’attualità. Purtroppo i meccanismi del dominio e della tabula rasa sono andati oltre, oggi risultano freddi, cinici, strategicamente calcolati, anche se fallimentari, una follia metodica che Ubu non aveva, nonostante i riferimenti shakespeariani. Uguali invece sono la mancanza di moralità, l’azzeramento della giustizia (livellando il buono e il cattivo), l’avidità sconfinata che spinge ad una violenza crudele, la mistificazione di ragione e coscienza. La trentina di personaggi (spesso dalle apparizioni fugaci) è stata ridotta nelle versioni teatrali. Emanuele Santoro porta in scena i due emergenti (altri sono evocati, le azioni descritte…), la coppia sciagurata, lui, il primo di una serie di Ubu, lei, la Madre. Forse è questo l’aspetto più sconvolgente e contemporaneo, al centro è proprio l’isolamento della perversione, la solitudine di una cartapesta contorta e sanguinante, priva di totale umanità da parte di colui che intende impossessarsi delle chiavi del regno con forza totalitaria e illegittima.

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