Opera

Un vivo successo per il Barbiere di Siviglia al LAC

C’era un’attesa enorme per il Barbiere di Siviglia con cui la lirica tornava a Lugano e debuttava al LAC in forma scenica (c’era già stata una Bohème con le maestranze del Regio di Torino). C’erano anche dei rischi: che il risultato non fosse all’altezza delle aspettative o che fosse un prodotto ben confezionato ma dal sapore provinciale, cioè ben fatto ma una semplice riproposizione di formule e cliché assodati dalla tradizioni interpretative, Scene e regia classiche, parte musicale corretta e scorrevole. Invece l’aspetto più interssante è l’essersi tenuti lontani da questo provincialismo: la regia di Carmelo Rifici e le scene di Guido Buganza si pongono in immediato confronto con le tendenze attuali del linguaggio dell’opera (i neon con cui vengono evocati, attraverso i soli contorni, case e stanze rimandano a felici intuizioni di Damiano Michieletto), la versione filologica di Diego Fasolis con i suoi Barocchisti non è routine ma apre prospettive nuove e soprattutto mette in risalto il lato più intimo, malinconico di Rossini. Questa talvolta a scapito del passo drammaturgico: certi tempi compassati, che ben scavano nelle pieghe dei personaggi, rallentano l’irresistibile ritmo rossiniano, facendo evaporare quelle bollicine che sono tratto essenziale del suo linguaggio spumeggiante.

IL BARBIERE DI SIVIGLIA Diego Fasolis Direzione musicale
Carmelo Rifici Regia. Co-produzione RSI Radiotelevisione svizzera, LAC Lugano Arte e Cultura, Lugano Musica, LuganoInScena. FOTO © MASIAR PASQUALI

Ottimo il coro della RSI, discreto l’apporto dei cantanti, comunque tutti bravi nella parte della recitazione: si note ovunque il lavoro fatto con Rifici e Fasolis nel portare in scena personaggi credibili. Il più convincente è l’Almaviva di Edgardo Rocha, appassionato e nobile a un tempo; Giorgio Caoduro è un Figaro brillante ma con pochissime sfumature tra i fortissimi (l’attacco del “Largo al factotum”) e i piani del registro mediano, che talvolta nei concertati si perdevano; Lucia Cirillo è una Rosina squillante negli acuti ma non impeccabile nelle mezze tinte, Riccardo Novaro ha creato un Bartolo simpatico e credibile a livello gestuale più che vocale. L’aspetto più convincente è stato quello di regia e scene: l’idea dell’enorme clavicembalo che fa da oggetto scenico, su cui i personaggi salgono e scendono come un secondo palco; il mandolino – porta e soprattutto lo scendere dall’alto e l’emergere dal palco di oggetti (scale, insegne, i contorni delle case) e personaggi: esilarante l’entrata in scena di Figaro su una seggiola da barbiere tutta dorata, a rimarcare la visione di Rifici: è la cupidigia, la sete dell’oro a spingere i personaggi, tanto che nell’aria “All’idea di quel metallo” inventa la personificazione delle febbre dell’oro con una ragazza di auree vesti vestita che suggerisce a Figaro il piano da dettare al Conte per conquistare Rosina. Movimenti ed espressioni sono ben congegnate, seppur talvolta danno l’impressione di essere rallentate, come si diceva, dal tentativo di far emergere il lato più patetico di Rossini e della sua musica.
In complesso comunque un vivo successo, con applausi entusiastici del pubblico. Recite a tutt’andare fino a domenica, previsti sold out.

Enrico Parola

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