Cultura

Una vita dopo la danza

María de Buenos Aires, coreografia di Oliver Dähler, 2012.

Il TASI, l’Associazione che riunisce compagnie teatrali professioniste e indipendenti della Svizzera italiana, ha anche il compito di fornire indicazioni pratiche agli artisti per poter gestire la loro vita e il loro lavoro, dal punto di vista finanziario, burocratico ecc…. In questa direzione, venerdì scorso, è stato organizzato un incontro negli spazi “Paradise is here”, itinerant art center di Giubiasco (piccola nota polemica: ci si lamenta dell’uso dell’italiano a livello federale, spesso soppiantato come terza lingua dall’inglese, e poi qui siamo i primi ad imporlo per varie occasioni e opportunismi!).

Oliver Dähler.

L’invitato era Oliver Dähler (coreografo, pedagogo e coach per artisti), in rappresentanza della SSUDK, fondata nel 1993, è operativa dal 2013 come Fondazione svizzera per la riqualificazione degli artisti. In particolare il tema riguardava i danzatori. Infatti la loro carriera, sostenuta da esigenze fisiche, ovviamente, dal corpo che è il loro sostanziale strumento, come quella ad esempio di alcuni sportivi, è più breve, la durata media è di 15 anni e verso i 35 anni devono trovare alternative professionali, per potersi mantenere. Ma non è solo un discorso economico. Possono restare sulla scena in diverse altre discipline artistiche, come la coreografia ad esempio, possono creare scuole, insegnare, però tutto questo richiede un’ulteriore formazione e anche un giovane che inizia con entusiasmo deve pensarci per tempo. Poi ci sono eventi non controllabili ma che occorre mettere in conto: come gli sportivi, anche i danzatori sono soggetti a incidenti che rischiano di fermare per più o meno tempo, nel caso peggiore per sempre, la loro carriera. Importanti la previdenza, le assicurazioni per la salute e/o l’invalidità. Altrimenti anche la situazione psicologica potrebbe diventare insostenibile per il senso di fallimento, la perdita di identità. I casi sono molti e si conoscono.

La SSUDK, come ha spiegato (in inglese) Dähler ha il compito di fornire consulenza in questo ambito, per la Svizzera tedesca, il Ticino e il Liechtenstein (la Romandia ha una propria struttura di riferimento). Però da noi è probabile che finora neanche si sappia che esista. Il Transition Center (nato nel 2016) ha la funzione di momento di contatto, di incontro per coloro che non sempre possono contare sull’aiuto pubblico.

Passo dopo passo occorre reinventarsi, studiare nuove esigenze, una Life after dance, come raccontato. Difficile aiutare tutti, difficile capire le problematiche di tutti e si ritorna ancora ad un Paese complicato come il nostro. Lo si è verificato quando i presenti sono stati invitati a dividersi in gruppi e a scrivere su grandi fogli bianchi quali sono le questioni più importanti da affrontare e da cercare di risolvere inerenti alla situazione della Svizzera italiana.  La prima frase che è stata scritta da tutti, come esigenza di base è stata: una Homepage (della SSUDK) in lingua italiana! E anche avere una persona di contatto per il Ticino. E poi la riflessione si è allargata alle problematiche di sempre: gli scarsi sostegni pubblici, la mancanza di un’adeguata formazione, di centri di produzione. Qui è comunque difficile, viste le dimensioni del mercato, la mancanza della cosiddetta massa critica, che un professionista possa vivere esclusivamente della propria arte. Il riorientamento a fine carriera non si pone neanche se deve comunque cercare un’alternativa durante la carriera, affiancando la danza con altro. Oppure, come l’esempio vivente portato da Dähler, Marco Santi, si sviluppa la professione a livello internazionale, riciclandosi dopo come educatore e terapeuta (che ha trovato la sua strada attraverso le discipline spirituali orientali: ma è un caso troppo particolare).

Stando così le cose, è evidente che, nella tavolozza di lamentele e richieste, sono tornati i temi eterni: la mancanza di interlocutori competenti e di sostegno politico, le risorse finanziarie insufficienti. I danzatori si sentono anche minacciati dalla concorrenza di numerose scuole di danza (43) finalizzate all’intrattenimento e che, quindi, portano ad una svalutazione di questa disciplina nel Ticino. Aggiungiamo che, rispetto ad oltre San Gottardo, da noi, l’interesse e anche la competenza del pubblico nei confronti della danza contemporanea (per motivi strutturali) sono arrivati tardi. Ma oggi esistono compagnie che lavorano bene da anni e che sono riuscite a conquistarsi i loro spazi e spettatori fedeli, come quella di Tiziana Arnaboldi, coreografa e anche insegnante. Un eccellente esempio. Per il resto, vedremo se questo incontro servirà a migliorare la situazione e ad esaudire alcune aspettative degli artisti.

 

Manuela Camponovo

 

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