È tristissimo dover parlare ancora una volta di donne che subiscono abusi, maltrattamenti, violenza, sfruttamento, femminicidio. Tristissimo perché, nonostante l’impegno costante di sensibilizzazione e di presa di coscienza portato avanti da singoli e comunità, di fronte ai fatti di cronaca ci si ritrova sempre, puntualmente, ai piedi della scala.
Ed è quasi scoraggiante (quasi, perché non ci si dovrà mai arrendere…) dover richiamare ogni volta in cosa consistano il rispetto, l’attenzione, la considerazione, la stima e la cura che occorre avere reciprocamente nel rapporto tra le persone. Sapendo che a subire, ancora una volta, sono soprattutto le donne.
A riportare bruscamente il tema al centro delle cronache è stata la vicenda che ha lasciato il Ticino incredulo di fronte alle “prodezze” di uno dei massimi rappresentanti delle istituzioni cantonali, protagonista suo malgrado di un linguaggio che incita, con disprezzo, alla violenza fisica contro le donne. Un comportamento deprecabile, capace di rendere meschino chiunque lo adotti, ma che sulla bocca di un consigliere di Stato assume contorni ben più inquietanti. Le conversazioni private, registrate a sua insaputa e che abbiamo dovuto ascoltare, stridono infatti con l’immagine pubblica di chi avrebbe il dovere di pronunciarne altre, di segno opposto, contro la violenza di genere, e di essere poi conseguente, proponendo e sostenendo politiche capaci di debellare comportamenti che sono il frutto di una cultura del disprezzo.
Ma a stridere ancora di più è stata la reazione stizzita dell’uomo, che non si è scusato: ha giustificato, distinto, spiegato con pignoleria da azzeccagarbugli ciò che è reato e ciò che non lo è, ciò che appartiene alla sfera privata e ciò che invece riguarda quella pubblica. Lo abbiamo sentito precisare il senso delle proprie parole senza il minimo rincrescimento per averle pronunciate. Lo abbiamo sentito spiegare di aver strattonato, non picchiato – come se la differenza bastasse ad assolverlo.
Perché strattonare una donna, invece di picchiarla o farla picchiare da amici “che non ti tradirebbero mai”, è una distinzione che può permettersi solo un maestro di cavilli. Non certo un uomo che ha davvero rispetto per le donne che frequenta, e che sa scusarsi quando ha oltrepassato il limite.

Immagine generata da un’IA
Dietro il clamoroso caso che ha sconvolto le istituzioni ticinesi si nasconde qualcosa di più profondo e di più insidioso: la cultura che lo ha reso possibile, e nella quale questo modo di pensare e di agire risulta profondamente radicato. Una cultura che settimanalmente si insinua nelle menti dei lettori del domenicale di riferimento di un’intera area politica, seminando odio e cattiveria gratuita. Una cultura che un tempo era prerogativa di osterie e caserme, e che ancora oggi fatichiamo a lasciarci alle spalle, portandoci a cercare una giustificazione, un’autoassoluzione senza un reale pentimento.
Lo hanno dimostrato bene certe dichiarazioni che avrebbero voluto suonare come una presa di distanza, e che si sono invece rivelate impacciate scusanti: «Il nostro movimento – è stato detto – respinge ogni forma di violenza. Però…». E a quel “però” sono seguite immediate espressioni di solidarietà, stima e riconoscenza verso colui che per trent’anni aveva servito il Cantone. Proprio quel “però” svela tutti i limiti di una presa di distanza da ogni forma di violenza (che presumiamo includa anche quella di genere, sebbene non sia mai stata nominata esplicitamente). Sulle donne coinvolte in questa vicenda, invece, non una parola. Ignorate. Trascurate. Dimenticate. Eppure sono loro all’origine di tutto.
È di questa cultura – fatta di parole, di opere e di omissioni – che si nutre la violenza contro le donne. E non è un caso isolato: mentre in Ticino andava in scena il suo triste spettacolo, in Canton Argovia si consumavano episodi ancora più raccapriccianti, con protagonista un altro politico della stessa area, deputato UDC in Gran Consiglio, arrestato con l’accusa di «ripetuto tentato assassinio, violenza carnale, coazione sessuale, atti sessuali con fanciulli, lesione personale e violazione della sfera segreta o privata mediante apparecchi di presa d’immagini». Vittime, la sua compagna e la figlia adolescente, che avrebbe sedato, aggredito sessualmente e filmato decine di volte.
Sotto accusa, in quel caso, sono finite anche le istituzioni cantonali argoviesi, che non avrebbero fornito alle due donne l’assistenza necessaria, negando loro ogni forma di sostegno e di risarcimento. Avviando addirittura, presso l’Ufficio della migrazione, le pratiche per la loro espulsione dalla Svizzera, dal momento che la madre aveva perso il lavoro. Vittime due volte, dunque: perché donne, e perché straniere. Basta immaginare cosa sarebbe accaduto se le parti si fossero invertite, e ad aggredire due cittadine svizzere fosse stato un uomo straniero, magari con permesso B o S: i rappresentanti di quell’intera area politica si sarebbero probabilmente stracciate le vesti.
La realtà, però, è un’altra. E protagonisti sono due politici svizzeri, caduti in disgrazia perché nella loro vita privata e nelle loro funzioni si sono comportati con disprezzo nei confronti delle donne e degli stranieri, approfittando della loro posizione di privilegio e di controllo. Difficile dimenticare, a questo proposito, quella frase scritta dal ticinese in un’email con la quale imponeva al presidente dell’EOC – del suo stesso partito – di licenziare «uno dei frontalieri di cui l’ente è farcito come un cannolo alla crema», per liberare un posto da assegnare a un’amica.
Questa cultura di fondo, che alimenta simili comportamenti e reazioni, è stata anche oggetto di studio. Se ne era occupato il giornalista svedese Stieg Larsson, esperto conoscitore delle organizzazioni di estrema destra, fondatore della rivista antirazzista Expo e consulente sia di Scotland Yard sia del Ministero della Giustizia svedese. Larsson, morto nel 2004, è poi diventato famoso soprattutto per una trilogia intitolata Millennium, che si apre con un primo episodio dal titolo Uomini che odiano le donne.
Titolo che diventa la definizione più appropriata per descrivere chi fa riferimento a questa cultura del disprezzo del genere femminile: quella che riconduce sempre il problema a una questione individuale, mai sociale; che rivendica il diritto alla sfera privata, mai a quella pubblica. Uomini che non si schierano mai dalla parte delle donne. Uomini che odiano le donne.
Luigi Maffezzoli