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Vauban pensò la Francia al castello di Bazoches

Il castello di Bazoches compare su una collina del Morvan quasi senza preavviso. Davanti, l’orizzonte è quello di Vézelay; sotto, un paesaggio che sembra costruito per tenere insieme epoche diverse. Prima la Gallia romana, poi il Medioevo, infine l’età moderna di Sébastien Le Prestre de Vauban, che qui visse. Il sito è antico. Bazoches era già un posto romano, in una zona che stava tra Bibracte e Alésia. E a pochi metri dal castello passa ancora il tracciato di una via romana. Poco lontano ci sono le fontaines salées di Saint-Père-sous-Vézelay. Poi arriva il XII secolo: intorno al 1180 nasce il castello, nello stesso orizzonte della basilica di Vézelay, che da qui si vede chiaramente. È il tempo delle crociate, dei grandi movimenti religiosi e politici. Filippo II di Francia (Filippo Augusto) e Riccardo I d’Inghilterra (Riccardo Cuor di Leone) passarono da qui prima di partire per la Terra Santa.

La forma trapezoidale del castello, rimasta quasi intatta, è ancora quella della feudalità. Per secoli Bazoches resta nelle mani delle grandi famiglie locali, soprattutto i Chastellux. Poi, nel 1675, arriva Vauban. Ed è lì che il castello cambia davvero significato. Lo acquista grazie a una ricompensa concessa dal Re Luigi XIV dopo la presa di Maastricht. Ma non lo usa solo come residenza. Lo trasforma. Chiude l’ala ovest nella parte alta, apre un secondo portale per facilitare il movimento delle carrozze, amplia gli annessi, ingrandisce le scuderie fino a una sessantina di cavalli. Riorganizza gli spazi come farebbe un ingegnere: in funzione, non in rappresentanza. Anche l’accesso cambia. Il “Pavé du Maréchal” diventa il nuovo asse di arrivo. Entrando, si ha subito questa impressione. Non è un castello “decorativo”. È un luogo che ha lavorato. La sala d’ingresso era la sala delle guardie, accanto c’è ancora la prigione.

La corte interna, con la sua pietra grigio-blu, ha qualcosa di severo. I saloni aprono la vista su Vézelay, ma raccontano anche altro: una stratificazione di secoli. Mobili settecenteschi, tappezzerie, dipinti, un cabinet olandese, ritratti di famiglia. Non c’è un’epoca sola. Bazoches è passato di mano, è stato venduto, è tornato per via ereditaria ai discendenti di Vauban. Anche questo si legge negli interni. Il cuore del castello, però, è la galleria. È qui che si capisce davvero cosa fosse Bazoches per Vauban. Questa sala non esisteva prima del suo arrivo: la fece costruire come un bureau d’études. Qui progettava con i suoi ingegneri. Qui passavano mappe, modelli, piani. Da qui partivano staffette verso tutta la Francia. È una stanza che ancora oggi sembra operativa. Si immagina facilmente il movimento continuo, le decisioni prese, i progetti corretti. Gran parte delle fortificazioni francesi passa da qui, almeno come idea.

Vauban, del resto, non è solo un ingegnere militare, ma uno stratega, architetto. E pure un osservatore politico ed economista. Sempre in viaggio, sempre al lavoro. Eppure, legato a questo luogo che chiamava “chez moi”. Qui si capisce anche la rivoluzione militare che rappresenta. Con i nuovi cannoni e i proiettili in ghisa, il castello medievale non basta più. Nascono le piazzeforti bastionate. Vauban ne sistematizza la logica. Il modello di Neuf-Brisach, nella galleria, lo mostra bene. Una città-fortezza perfettamente difesa, ma anche organizzata per vivere: pianta regolare, piazza centrale, edifici pubblici, caserme. Difesa e urbanistica insieme. Poi il racconto cambia tono. Nelle biblioteche e nell’anticamera emerge un altro Vauban. Quello che scrive. Non solo di guerra, ma di economia, agricoltura, tasse. La sua “Dîme Royale” propone un’imposta unica proporzionale alla ricchezza: un’idea radicale per l’epoca. Non sovversiva, ma lucida.

Le stanze private tengono insieme tutto questo. Nella camera del maresciallo ci sono il letto di parata, i tessuti orientali, il ritratto del Re Sole. Ma anche il busto con la ferita sul volto e simboli militari sul soffitto. Nello studio, più raccolto, emerge il lato più riflessivo. E poi c’è un’altra figura, meno visibile, ma decisiva: Jeanne d’Aunay, sua moglie. Mentre Vauban attraversava la Francia, era lei a tenere in piedi Bazoches. Gestiva il dominio, seguiva le acquisizioni, organizzava una casa piena di persone. Nel Salon jaune la storia si apre ancora: una maquette navale ricorda il legame della famiglia con la guerra d’indipendenza americana. La cappella, ridotta da Vauban, riporta tutto a una dimensione più raccolta. E poi si esce, verso il bastione. Da lì si vede il villaggio, la chiesa dove è sepolto il Nostro. E soprattutto Vézelay, che domina l’orizzonte.

Amedeo Gasparini

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