È sicuro e non si sbagliava nell’affermare che quando quella frase veniva gridata in casa, c’era sempre un gatto che si esibiva in qualche sua particolare evoluzione, in azione o in riposo. Si dice che amino le comodità, i cuscini in cui sprofondare, ma com’è allora che li si trovava nei posti più impensabili e scomodi, come dei fachiri? Sul duro calorifero, ad esempio, anche quando era spento. E se invece della poltrona preferivano lo schienale? Eccolo lungo disteso con la coda penzoloni, le zampe una di qua, l’altra di là e la testa a forma di triangolo… «Non fare il serpente», esclamava la bambina, perché a quel punto ad un mortale nemico di vecchia data poteva assomigliare. Il gatto del bisnonno, con la sua fama di cacciatore e uccisore di vipere, era una leggenda in quella famiglia. Oppure, a chi apparteneva la gobba che si muoveva come un fantasma sotto le coperte? O il bambolotto in posa, la testa sul cuscino, addormentato come un bambino? O la pancia in aria, come le zampe, in una finta sempre allerta appena qualcuno si avvicinava? Funamboli sulle ringhiere, equilibristi in mezzo alla cristalleria che sembravano danzare, senza mai rompere nulla, bastava non spaventarli… Attorcigliati tra la lana, senza riuscire più a districarsi e scappare terrorizzati come fossero inseguiti. Bisognava stare attenti a dove si mettevano le mani, la borsa, nell’armadio lasciato sbadatamente aperto, poteva mordere! E prima di mettere in moto la lavatrice, essenziale guardarci dentro per controllare che qualche gatto non avesse scelto proprio il tamburo come confortevole rifugio. Se c’erano delle orme sospette sul fondo della vasca da bagno, si sapeva chi poteva essere il colpevole. Guardando sotto il letto, la bambina non cercava fiabeschi mostri, due occhi a palla la fissavano ora che il nascondiglio era stato scoperto. Ficcavano zampe e nasi dappertutto, impiccioni, soprattutto quando la nonna cucinava, senza lasciarla in pace fino a quando non avevano ottenuto un antipasto. E se erano decisi a non farsi trovare, si poteva anche mettere a soqquadro tutta la casa, sarebbero ricomparsi quando ne avrebbero avuto voglia.

Ma era nel giardino che la bambina non finiva mai di scoprire i mici in modalità “nature”. Ne arrivava uno con l’aria furbetta e una coda di lucertola che gli pendeva dalla bocca, con il suo atteggiamento di trionfo, era tutto quello che era riuscito ad ottenere. Uscendo al mattino, sapevano che prima di varcare la soglia occorreva controllare lo zerbino, perché non era raro trovarci il dono del giorno: un sanguinolento topo morto. Così, invece di sole, casette e praticelli, la bambina disegnava pantegane squartate, inquietando non poco le maestre. Onore al realismo! Tanto vivaci, quanto calmi e riflessivi, potevano stare ore ad osservare la frenesia indaffarata delle formiche, che però non venivano mangiate, perché a quanto pare erano piuttosto disgustose, ma i formicai con tutto quel movimento restavano una forte attrazione. Con gli animali volanti era tutta un’altra storia. Se entrava in casa una libellula, la bambina si dava un gran da fare a scacciarla, perché un gatto a quel punto preso dalla caccia irrefrenabile, non capiva più niente, sarebbe stato capace di travolgere tutto quello che incontrava sul suo percorso, sopra i mobili, nel tentativo di raggiungere il soffitto, arrampicandosi sulle tende, inventandosi trapezista e non male nemmeno l’inseguimento di una mosca o di una farfalla. Non so perché li si considerino sterminatori di uccelli, era veramente raro che riuscissero ad afferrarne uno. Il gatto poteva sbavare e battere i denti finché voleva, lui era giù, condannato alla terra, senza ali e i suoi salti, le sue arrampicate del tutto inutili.
Manuela Camponovo
(8. Continua)