Vittorio Emanuele Parsi in Contro gli imperi (Bompiani 2026) sostiene che stiamo vivendo un ritorno degli imperi. Una nuova realtà geopolitica fondata sulla spartizione delle sfere di influenza tra grandi potenze. Accettare la logica imperiale come unico orizzonte possibile significherebbe rinunciare, almeno per il momento, a quanto costruito in ottant’anni di relazioni atlantiche. L’autore non si fa illusioni. Questo nuovo mondo implica una considerazione tragica. Che la pace non è un diritto, ma una concessione. La prosperità deriva dagli accordi tra i potenti. La sicurezza non è garantita dalla legge, ma può essere revocata da chi detiene la forza. Russia e Cina appartenevano già a questa logica imperiale. La novità è la trasformazione degli Stati Uniti in qualcosa di inquietante per gli europei. La gestione più muscolare della politica estera americana procede infatti di pari passo con lo smantellamento del sistema che gli stessi Stati Uniti avevano contribuito a costruire.
Donald Trump, secondo Parsi, presenta molte analogie con Vladimir Putin. Entrambi puntano a indebolire le istituzioni internazionali e, in particolare, l’UE. Che nonostante tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni resta per l’autore il più avanzato esperimento politico mai realizzato per costruire uno spazio di convivenza fondato sulle leggi, sul rispetto dei diritti e sulla rinuncia alla sopraffazione. Oggi l’Europa attraversa una fase di erosione progressiva delle libertà individuali, ma dispone ancora di una storia, di istituzioni, di valori ed interessi comuni sufficientemente solidi per costruire una risposta adeguata alle sfide globali. Spetta alle classi dirigenti assumersi questa responsabilità, anche se la posta in gioco è alta e il cammino appare incerto. Nulla può più essere dato per acquisito. L’Europa deve decidere se comportarsi da agnello o da leone. Deve assumersi la propria responsabilità storica e avere paura della paura.
Il volume si sviluppa in una serie di brevi capitoli. Fin dall’esordio Parsi richiama il politologo americano Randall Schweller, che già trent’anni fa descriveva la stabilità internazionale come il risultato non solo dell’equilibrio tra il Paese guida del sistema e il principale sfidante, ma anche del ruolo svolto dagli altri attori. Il paese egemone era il leone. Lo sfidante era il lupo. Gli alleati fedeli erano gli agnelli. Oggi la Russia è sempre più il lupo. La Cina si avvicina sempre più al comportamento del lupo. Israele si sposta verso gli sciacalli. Gli Stati Uniti, diventano essi stessi lupi, in quanto potenza revisionista e insoddisfatta dell’ordine che aveva contribuito a creare. Secondo Vittorio Emanuele Parsi, il ritorno degli imperi è spesso presentato come una soluzione pragmatica e razionale al disordine contemporaneo. In realtà, nel 2026 viviamo in un mondo che si è ormai adattato alla legge del più forte.
Per vincere la sfida tra democrazie e autocrazie occorre trasformare l’ora più buia in un’occasione di rinascita. Tocca alla classe politica e agli intellettuali parlare con chiarezza ai cittadini. Bisogna prendere posizione. Le pretese di neutralità non servono più. Occorre scegliere da che parte stare, essere onestamente partigiani e assumersi una responsabilità morale e politica. John Ikenberry, cui si deve l’espressione “ordine internazionale liberale”, ha spiegato che Trump potrebbe essere visto come un tornado o come un meteorite. In ogni caso rappresenta una rottura rispetto alla tradizione statunitense fondata sull’equilibrio tra hard power e soft power. Oggi, l’ordine internazionale liberale fondato su regole, istituzioni e valori è entrato in crisi. L’Occidente postbellico, la democrazia rappresentativa, l’economia di mercato competitiva e la società aperta sono stati traditi proprio dagli Stati Uniti. Parsi è critico verso l’illusione che il mercato fosse in grado di garantire automaticamente relazioni pacifiche tra sistemi politici diversi.
Negli anni Novanta l’idea che la diffusione della democrazia fosse una condizione necessaria della pace godeva di grande prestigio. Oggi quella convinzione è stata abbandonata. La Germania, osserva l’autore, è stata intrappolata dalla dipendenza dal gas russo, mentre Putin lavorava per dividere l’Europa anche attraverso la collaborazione di leader populisti, come ricorda Robert Kaplan. L’obiettivo del Cremlino era costruire un’alleanza permanente con una Germania indebolita e insicura, staccandola dall’Occidente. Il piano, però, è fallito. Per riuscire, l’“operazione militare speciale” avrebbe dovuto concludersi in poche settimane. Così non è stato. La guerra in Ucraina ha mostrato come l’interdipendenza economica renda sempre più costosa la rottura provocata dai conflitti. Robert Keohane ha sostenuto che i paesi maggiormente dipendenti dalle esportazioni risultano più vulnerabili nelle relazioni commerciali rispetto a quelli che importano. Un principio che continua a mantenere la propria validità. Naturalmente il centro dell’analisi resta rappresentato dagli Stati Uniti.
Parsi definisce Trump il primo presidente antiamericano della storia americana, perché sta sistematicamente distruggendo le basi sulle quali gli Stati Uniti hanno costruito la propria egemonia internazionale, aggravando il declino relativo della loro superiorità economica, militare e politica di fronte all’ascesa cinese. L’articolo 5 della NATO ha contribuito a rendere solida e fruttuosa l’Alleanza Atlantica. Oggi però è esso stesso sotto minaccia. La dimensione politica è ciò che rende credibile lo strumento militare. Senza la prima, il secondo resta inerte. È proprio la deriva illiberale degli Stati Uniti trumpiani a mettere a rischio la sopravvivenza dell’Alleanza. L’ordine internazionale, la sovranità statale e l’economia di mercato hanno storicamente confluito nella definizione del liberalismo. Fin dalle origini quest’ultimo ha cercato di rendere compatibili e sinergici questi tre elementi. Un compito difficile. L’internazionalismo liberale, sostiene Parsi, non è solo teoria analitica, quanto un progetto politico legato alle tradizioni progressiste.
I suoi momenti migliori coincidono con quelli in cui l’agenda internazionale ha rafforzato la capacità dei governi democratici di perseguire obiettivi sociali e politici avanzati. È sbagliato sostenere che gli Stati Uniti abbiano sempre agito nello stesso modo. La leadership americana e la rete di alleanze costruita attorno ad essa non sono in crisi perché Washington ha continuato a fare ciò che ha sempre fatto. Sono in crisi per la ragione opposta: perché l’America ha smesso di comportarsi da America. Il narcisismo patologico, la mania di onnipotenza e il bullismo politico attribuiti da Parsi a Trump colpiscono sia le istituzioni interne, sia quelle internazionali. Non esiste prodotto più riuscito dell’egemonia americana dell’UE. Che è, infatti, una potenza civile, una leadership fondata sull’esempio. La guerra in Ucraina si spiega in larga misura come il tentativo russo di bloccare il progressivo avvicinamento di Kiev all’Europa.
Il sostegno europeo alla resistenza ucraina nasce quindi tanto da un interesse strategico quanto da un obbligo morale. Per il Cremlino, la crescente dipendenza energetica europea dal gas russo doveva diventare uno strumento di dominio. Anche questo progetto è fallito, almeno in parte. L’aggressione è stata decisa a sangue freddo e fondata su una lettura errata della debolezza occidentale. L’Occidente appariva diviso e impreparato, ma non al punto da crollare come il Cremlino aveva previsto. Parsi sostiene che l’Europa deve restare pacifica, ma non imbelle. La lunga pace di cui ha goduto rende difficile per molti europei comprendere la natura della minaccia rappresentata dalla Russia. L’unica risposta possibile consiste nell’aumentare la capacità di difesa e di deterrenza. Non significa essere aggressivi, ma evitare che il pacifismo venga confuso con la passività. Come ha spiegato Anne Applebaum, l’ostilità verso il mondo democratico non è soltanto una forma tradizionale di competizione geopolitica.
Affonda le proprie radici nella natura stessa dei sistemi democratici. Parsi sostiene che il cinismo travestito da realismo e il pacifismo declamatorio siano due forme complementari di deresponsabilizzazione. Entrambi finiscono per favorire chi considera la guerra una pratica ordinaria della politica internazionale. Il riposizionamento degli Stati Uniti rappresenta l’elemento più destabilizzante dell’epoca contemporanea. Ci troviamo, secondo l’autore, in una sorta di foresta oscura, mentre la democrazia americana rischia di trasformarsi in un bazar dominato dagli interessi personali del presidente. Il capitalismo americano assume tratti sempre più patrimonialisti e plutocratici. L’obiettivo di Trump non sarebbe costruire relazioni stabili e reciprocamente vantaggiose, ma ottenere più vantaggi degli altri da ogni interazione. Stephen Walt ha definito questo approccio egemonia predatoria. Trump, secondo Parsi, ha indebolito la posizione internazionale degli Stati Uniti, incrinato l’unità occidentale e messo a rischio la credibilità della NATO. Ha concesso molto a Putin senza ottenere risultati significativi.
Gli eventi del gennaio 2026 a Minneapolis vengono interpretati come segnali di una deriva autoritaria della democrazia americana, una sorta di trasformazione in “democratura”. Gli Stati Uniti sarebbero entrati in una fase nella quale il movimento MAGA alimenta polarizzazione emotiva e tensioni tali da rendere persino ipotizzabile una futura guerra civile. Mario Del Pero ha osservato come la tensione autoritaria interna sia speculare a quella imperiale esterna. Parsi ritiene che Trump stia tentando di riportare indietro le lancette della storia, cercando di ricostruire un passato idealizzato. Si tratta di un uso selettivo della memoria storica, impiegata per manipolare il presente e condizionare il futuro. Daniel Drezner ed Elizabeth Saunders hanno sostenuto che l’anarchia emergente sotto Trump ricorda quella descritta da Thomas Hobbes. Un sistema nel quale il potere sovrano non può essere contestato né all’interno né all’esterno.
Le ultime pagine del volume sono dedicate all’UE. Parsi richiama il discorso di Mark Carney a Davos e auspica una rifondazione dell’Europa che recuperi le proprie radici migliori nell’ordine internazionale liberale. L’Europa si trova oggi ad affrontare molteplici nemici. La Russia, la guerra, i movimenti ostili all’integrazione europea, i nemici della società aperta e della democrazia liberale, tanto all’estrema destra quanto nella sinistra radicale. A questi si aggiunge il tradimento americano incarnato da Trump. La scelta è semplice: o l’Europa risorge come soggetto politico unitario oppure verrà progressivamente marginalizzata. È inutile rimpiangere il passato. Occorre discutere della proposta francese di estendere il proprio ombrello nucleare agli altri paesi dell’UE. Bisogna evitare la trappola di chi vede nel riarmo tedesco il ritorno del militarismo prussiano e ignora invece la realtà dell’imperialismo russo. Aumentare la capacità di difesa e di deterrenza significa anche favorire l’innovazione tecnologica e industriale europea.
Un gruppo di Stati che semplicemente coordina le proprie politiche resta un gruppo di Stati. L’Europa deve passare da una confederazione a una federazione. Altrimenti rimarrà soltanto una somma disordinata di interessi nazionali. Come ha affermato Carney, il vecchio ordine internazionale non tornerà. Non bisogna rimpiangerlo, perché la nostalgia non è una strategia. Per Parsi, Trump ha trascinato il mondo verso una crisi energetica artificiale e una potenziale crisi economica globale. La sua politica estera appare confusa negli obiettivi pubblici, ma orientata a finalità private. L’infezione, così la definisce l’autore, consiste nella progressiva accettazione della guerra come pratica normale della politica internazionale. Ed è proprio questa normalizzazione che deve essere respinta. Se l’amministrazione Trump fosse davvero realista, sostiene Parsi, si concentrerebbe sulla competizione con Cina e Russia. Invece è fondata sul disprezzo per le istituzioni. Indebolirà solo, contemporaneamente, gli Stati Uniti e l’ordine internazionale.
Amedeo Gasparini
Vittorio Emanuele Parsi in Contro gli imperi (Bompiani 2026) sostiene che stiamo vivendo un ritorno degli imperi. Una nuova realtà geopolitica fondata sulla spartizione delle sfere di influenza tra grandi potenze. Accettare la logica imperiale come unico orizzonte possibile significherebbe rinunciare, almeno per il momento, a quanto costruito in ottant’anni di relazioni atlantiche. L’autore non si fa illusioni. Questo nuovo mondo implica una considerazione tragica. Che la pace non è un diritto, ma una concessione. La prosperità deriva dagli accordi tra i potenti. La sicurezza non è garantita dalla legge, ma può essere revocata da chi detiene la forza. Russia e Cina appartenevano già a questa logica imperiale. La novità è la trasformazione degli Stati Uniti in qualcosa di inquietante per gli europei. La gestione più muscolare della politica estera americana procede infatti di pari passo con lo smantellamento del sistema che gli stessi Stati Uniti avevano contribuito a costruire.
Donald Trump, secondo Parsi, presenta molte analogie con Vladimir Putin. Entrambi puntano a indebolire le istituzioni internazionali e, in particolare, l’UE. Che nonostante tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni resta per l’autore il più avanzato esperimento politico mai realizzato per costruire uno spazio di convivenza fondato sulle leggi, sul rispetto dei diritti e sulla rinuncia alla sopraffazione. Oggi l’Europa attraversa una fase di erosione progressiva delle libertà individuali, ma dispone ancora di una storia, di istituzioni, di valori ed interessi comuni sufficientemente solidi per costruire una risposta adeguata alle sfide globali. Spetta alle classi dirigenti assumersi questa responsabilità, anche se la posta in gioco è alta e il cammino appare incerto. Nulla può più essere dato per acquisito. L’Europa deve decidere se comportarsi da agnello o da leone. Deve assumersi la propria responsabilità storica e avere paura della paura.
Il volume si sviluppa in una serie di brevi capitoli. Fin dall’esordio Parsi richiama il politologo americano Randall Schweller, che già trent’anni fa descriveva la stabilità internazionale come il risultato non solo dell’equilibrio tra il Paese guida del sistema e il principale sfidante, ma anche del ruolo svolto dagli altri attori. Il paese egemone era il leone. Lo sfidante era il lupo. Gli alleati fedeli erano gli agnelli. Oggi la Russia è sempre più il lupo. La Cina si avvicina sempre più al comportamento del lupo. Israele si sposta verso gli sciacalli. Gli Stati Uniti, diventano essi stessi lupi, in quanto potenza revisionista e insoddisfatta dell’ordine che aveva contribuito a creare. Secondo Vittorio Emanuele Parsi, il ritorno degli imperi è spesso presentato come una soluzione pragmatica e razionale al disordine contemporaneo. In realtà, nel 2026 viviamo in un mondo che si è ormai adattato alla legge del più forte.
Per vincere la sfida tra democrazie e autocrazie occorre trasformare l’ora più buia in un’occasione di rinascita. Tocca alla classe politica e agli intellettuali parlare con chiarezza ai cittadini. Bisogna prendere posizione. Le pretese di neutralità non servono più. Occorre scegliere da che parte stare, essere onestamente partigiani e assumersi una responsabilità morale e politica. John Ikenberry, cui si deve l’espressione “ordine internazionale liberale”, ha spiegato che Trump potrebbe essere visto come un tornado o come un meteorite. In ogni caso rappresenta una rottura rispetto alla tradizione statunitense fondata sull’equilibrio tra hard power e soft power. Oggi, l’ordine internazionale liberale fondato su regole, istituzioni e valori è entrato in crisi. L’Occidente postbellico, la democrazia rappresentativa, l’economia di mercato competitiva e la società aperta sono stati traditi proprio dagli Stati Uniti. Parsi è critico verso l’illusione che il mercato fosse in grado di garantire automaticamente relazioni pacifiche tra sistemi politici diversi.
Negli anni Novanta l’idea che la diffusione della democrazia fosse una condizione necessaria della pace godeva di grande prestigio. Oggi quella convinzione è stata abbandonata. La Germania, osserva l’autore, è stata intrappolata dalla dipendenza dal gas russo, mentre Putin lavorava per dividere l’Europa anche attraverso la collaborazione di leader populisti, come ricorda Robert Kaplan. L’obiettivo del Cremlino era costruire un’alleanza permanente con una Germania indebolita e insicura, staccandola dall’Occidente. Il piano, però, è fallito. Per riuscire, l’“operazione militare speciale” avrebbe dovuto concludersi in poche settimane. Così non è stato. La guerra in Ucraina ha mostrato come l’interdipendenza economica renda sempre più costosa la rottura provocata dai conflitti. Robert Keohane ha sostenuto che i paesi maggiormente dipendenti dalle esportazioni risultano più vulnerabili nelle relazioni commerciali rispetto a quelli che importano. Un principio che continua a mantenere la propria validità. Naturalmente il centro dell’analisi resta rappresentato dagli Stati Uniti.
Parsi definisce Trump il primo presidente antiamericano della storia americana, perché sta sistematicamente distruggendo le basi sulle quali gli Stati Uniti hanno costruito la propria egemonia internazionale, aggravando il declino relativo della loro superiorità economica, militare e politica di fronte all’ascesa cinese. L’articolo 5 della NATO ha contribuito a rendere solida e fruttuosa l’Alleanza Atlantica. Oggi però è esso stesso sotto minaccia. La dimensione politica è ciò che rende credibile lo strumento militare. Senza la prima, il secondo resta inerte. È proprio la deriva illiberale degli Stati Uniti trumpiani a mettere a rischio la sopravvivenza dell’Alleanza. L’ordine internazionale, la sovranità statale e l’economia di mercato hanno storicamente confluito nella definizione del liberalismo. Fin dalle origini quest’ultimo ha cercato di rendere compatibili e sinergici questi tre elementi. Un compito difficile. L’internazionalismo liberale, sostiene Parsi, non è solo teoria analitica, quanto un progetto politico legato alle tradizioni progressiste.
I suoi momenti migliori coincidono con quelli in cui l’agenda internazionale ha rafforzato la capacità dei governi democratici di perseguire obiettivi sociali e politici avanzati. È sbagliato sostenere che gli Stati Uniti abbiano sempre agito nello stesso modo. La leadership americana e la rete di alleanze costruita attorno ad essa non sono in crisi perché Washington ha continuato a fare ciò che ha sempre fatto. Sono in crisi per la ragione opposta: perché l’America ha smesso di comportarsi da America. Il narcisismo patologico, la mania di onnipotenza e il bullismo politico attribuiti da Parsi a Trump colpiscono sia le istituzioni interne, sia quelle internazionali. Non esiste prodotto più riuscito dell’egemonia americana dell’UE. Che è, infatti, una potenza civile, una leadership fondata sull’esempio. La guerra in Ucraina si spiega in larga misura come il tentativo russo di bloccare il progressivo avvicinamento di Kiev all’Europa.
Il sostegno europeo alla resistenza ucraina nasce quindi tanto da un interesse strategico quanto da un obbligo morale. Per il Cremlino, la crescente dipendenza energetica europea dal gas russo doveva diventare uno strumento di dominio. Anche questo progetto è fallito, almeno in parte. L’aggressione è stata decisa a sangue freddo e fondata su una lettura errata della debolezza occidentale. L’Occidente appariva diviso e impreparato, ma non al punto da crollare come il Cremlino aveva previsto. Parsi sostiene che l’Europa deve restare pacifica, ma non imbelle. La lunga pace di cui ha goduto rende difficile per molti europei comprendere la natura della minaccia rappresentata dalla Russia. L’unica risposta possibile consiste nell’aumentare la capacità di difesa e di deterrenza. Non significa essere aggressivi, ma evitare che il pacifismo venga confuso con la passività. Come ha spiegato Anne Applebaum, l’ostilità verso il mondo democratico non è soltanto una forma tradizionale di competizione geopolitica.
Affonda le proprie radici nella natura stessa dei sistemi democratici. Parsi sostiene che il cinismo travestito da realismo e il pacifismo declamatorio siano due forme complementari di deresponsabilizzazione. Entrambi finiscono per favorire chi considera la guerra una pratica ordinaria della politica internazionale. Il riposizionamento degli Stati Uniti rappresenta l’elemento più destabilizzante dell’epoca contemporanea. Ci troviamo, secondo l’autore, in una sorta di foresta oscura, mentre la democrazia americana rischia di trasformarsi in un bazar dominato dagli interessi personali del presidente. Il capitalismo americano assume tratti sempre più patrimonialisti e plutocratici. L’obiettivo di Trump non sarebbe costruire relazioni stabili e reciprocamente vantaggiose, ma ottenere più vantaggi degli altri da ogni interazione. Stephen Walt ha definito questo approccio egemonia predatoria. Trump, secondo Parsi, ha indebolito la posizione internazionale degli Stati Uniti, incrinato l’unità occidentale e messo a rischio la credibilità della NATO. Ha concesso molto a Putin senza ottenere risultati significativi.
Gli eventi del gennaio 2026 a Minneapolis vengono interpretati come segnali di una deriva autoritaria della democrazia americana, una sorta di trasformazione in “democratura”. Gli Stati Uniti sarebbero entrati in una fase nella quale il movimento MAGA alimenta polarizzazione emotiva e tensioni tali da rendere persino ipotizzabile una futura guerra civile. Mario Del Pero ha osservato come la tensione autoritaria interna sia speculare a quella imperiale esterna. Parsi ritiene che Trump stia tentando di riportare indietro le lancette della storia, cercando di ricostruire un passato idealizzato. Si tratta di un uso selettivo della memoria storica, impiegata per manipolare il presente e condizionare il futuro. Daniel Drezner ed Elizabeth Saunders hanno sostenuto che l’anarchia emergente sotto Trump ricorda quella descritta da Thomas Hobbes. Un sistema nel quale il potere sovrano non può essere contestato né all’interno né all’esterno.
Le ultime pagine del volume sono dedicate all’UE. Parsi richiama il discorso di Mark Carney a Davos e auspica una rifondazione dell’Europa che recuperi le proprie radici migliori nell’ordine internazionale liberale. L’Europa si trova oggi ad affrontare molteplici nemici. La Russia, la guerra, i movimenti ostili all’integrazione europea, i nemici della società aperta e della democrazia liberale, tanto all’estrema destra quanto nella sinistra radicale. A questi si aggiunge il tradimento americano incarnato da Trump. La scelta è semplice: o l’Europa risorge come soggetto politico unitario oppure verrà progressivamente marginalizzata. È inutile rimpiangere il passato. Occorre discutere della proposta francese di estendere il proprio ombrello nucleare agli altri paesi dell’UE. Bisogna evitare la trappola di chi vede nel riarmo tedesco il ritorno del militarismo prussiano e ignora invece la realtà dell’imperialismo russo. Aumentare la capacità di difesa e di deterrenza significa anche favorire l’innovazione tecnologica e industriale europea.
Un gruppo di Stati che semplicemente coordina le proprie politiche resta un gruppo di Stati. L’Europa deve passare da una confederazione a una federazione. Altrimenti rimarrà soltanto una somma disordinata di interessi nazionali. Come ha affermato Carney, il vecchio ordine internazionale non tornerà. Non bisogna rimpiangerlo, perché la nostalgia non è una strategia. Per Parsi, Trump ha trascinato il mondo verso una crisi energetica artificiale e una potenziale crisi economica globale. La sua politica estera appare confusa negli obiettivi pubblici, ma orientata a finalità private. L’infezione, così la definisce l’autore, consiste nella progressiva accettazione della guerra come pratica normale della politica internazionale. Ed è proprio questa normalizzazione che deve essere respinta. Se l’amministrazione Trump fosse davvero realista, sostiene Parsi, si concentrerebbe sulla competizione con Cina e Russia. Invece è fondata sul disprezzo per le istituzioni. Indebolirà solo, contemporaneamente, gli Stati Uniti e l’ordine internazionale.
Amedeo Gasparini