Senza confini

Emozioni, gli spettatori invisibili

Valentina Curti cura la strategia e comunicazione per il Teatro Pan, una delle più importanti è Semi di meraviglia che si svolge nell’ambito della rassegna Senza confini – Grandi e piccino a teatro (cartellone luganese) ed è incentrato sulla relazione teatro e scuola. Cerchiamo di approfondire.

Inizio con una provocazione. Spesso, la compianta Vania Luraschi, storica direttrice della vostra compagnia, pioniera nel Ticino del teatro per ragazzi e degli aspetti pedagogici ad esso legati, dopo anni di lavoro, di organizzazione di festival e di diverse iniziative dedicate ai più giovani nella speranza anche di creare il pubblico di domani, ribadiva questa sconfortata osservazione: “non ho mai visto uno di quei bambini frequentare il teatro da adulto… Magari tornano con i figli, ma nel frattempo si perdono…”.

Il progetto vuol essere proprio una risposta a questa provocazione… Si tratta di definire strategie più ampie che non siano solo quelle di portare a teatro gli allievi, che non si esauriscano nell’esperienza di assistere allo spettacolo.

Nella pratica?

La proposta è nata lo scorso giugno: in collaborazione con il direttore delle scuole di Lugano, Fabio Valsangiacomo, sono state scelte sei classi delle elementari (tre di Besso, una di Breganzona, due della scuola Lambertenghi) che si sono dimostrate sensibili a questo discorso e che abbiamo coinvolto in tre spettacoli del cartellone 2025-2026 di “Senza confini”. Il progetto prevede diverse fasi. Prima dello spettacolo stabiliamo un dialogo con le bambine e i bambini per preparare ad un’attesa consapevole nei confronti anche del “rituale” teatrale, cosa devono aspettarsi, il silenzio che non vuol dire non interagire, il buio che può intimorire i più piccoli. E gli si spiega che in sala ci sono anche degli spettatori invisibili, le nostre emozioni. Abbiamo un simbolo, il lupetto, che serve ad accogliere attori e attrici. Nell’ambito di questa attività preliminare si svolgono giochi sensoriali e di ascolto, ci si prepara alla creazione del Taccuino della Meraviglia (un leporello), avviene la consegna di un cartoncino a forma di semino che raccoglierà il loro sentire. Il concetto è che il teatro non deve essere un’esperienza per trascorrere un’ora di svago e basta. Ma è parte di un percorso educativo che restituisce delle competenze rispetto a quello che succede.

I brutti anatroccoli. Foto: Gino Nardo.

Poi assistono allo spettacolo, una rappresentazione speciale?

Sì, dopo quella domenicale per tutti e quella per le scuole il lunedì mattina, promossa in collaborazione con LAC edu, nel pomeriggio dello stesso lunedì c’è una terza replica riservata espressamente alle sei classi partecipanti al progetto. Dall’incontro con i docenti abbiamo scelto La regina delle nevi, La favola di Peter e Esercizi di fantastica. Le due classi Lambertenghi, al posto della “Regina delle nevi”, hanno preferito I brutti anatroccoli. Cerchiamo spettacoli che mettano al centro la potenza della storia, nella quale il pubblico di quella fascia di età possa riconoscersi, possa ricavarne una lettura più o meno approfondita. Subito dopo, costruiamo una relazione “Oltre lo spettacolo”, ci si ferma a parlare con attori e attrici e lanciamo una domanda-chiave che suggerisca una riflessione su quanto visto. Per La regina delle nevi, al di là di altre possibili letture, riguardava la “paura” e la capacità della protagonista di superarla, la domanda era: quando è stato che ti sei sentito/a come la protagonista? E ognuno su quei semini di cartoncini, in forma anonima, scrive la sua risposta; ogni bambino esprime la propria esperienza di paura, ad esempio quando è caduto il mio primo dentino oppure la punturina…

L’anno scorso, anche in occasione del cinquantenario del Teatro Pan, consegnavate un vasetto colmo di terra e dei semini sorpresa: i bambini dovevano accudire la futura piantina, bagnarla, occuparsene, insomma. Adesso quell’idea di “seme” si esprime simbolicamente con dei cartoncini?

Quest’anno andiamo più nello specifico a vedere quello che il teatro ha attivato. Importante che i bambini riescano a connettersi con il loro sentire e a viverlo appieno.

Quindi il progetto prosegue nelle classi?

Nelle giornate successive, in classe, è organizzata un’attività non più solo legata allo spettacolo ma al sentire individuale. Consegniamo diversi materiali, una bibliografia, il leporello che ha tre doppie pagine che corrispondono ai nostri spettacoli, e l’Emozionario (un’altra guida utile è Il labirinto dell’anima), per individuare, spiegare, illustrare attraverso brevi descrizioni e immagini, varie emozioni, dall’allegria, alla paura, alla sporcizia (che tocca temi come il bullismo)… Agli insegnanti viene dato il compito di approfondire, esplorare, con questo libro quello che è stato il semino, il racconto, lavorando sulle emozioni degli allievi. L’ideale è aprirlo a caso. Ad esempio: “l’allegria è un’emozione positiva” che induce ottimismo, energia; ricevendo il semino dell’allegria ogni bambino può dire in quale occasione quando si è sentito così. Quando ha mangiato il gelato ad esempio; la domanda viene attaccata al leporello. Si scrive così una storia che va oltre lo spettacolo e che è attinente al proprio vissuto personale, riguarda il potere trasformativo della storia. È uno specchiarsi in quello che ho visto e sentito, e riportarlo sulla mia esperienza. Ognuno si specchierà nel proprio bisogno, nel proprio cammino e anche nel proprio trauma, se ce ne fosse bisogno. L’obiettivo è creare uno spazio in cui le emozioni possano essere riconosciute e nominate, anche quando non sono ancora chiare, risvegliare la consapevolezza per ciò che vivono, provano, accogliere i sentimenti che il teatro apre… Ricordo quello che rispose proprio la figlia di Vania Luraschi, Djàmila Beretta-Piccoli, alla domanda “che cosa è per te il teatro?”: “la tv è piccola, il cinema è grande, il teatro è vero”.

Come si conclude il progetto?

A fine percorso, dopo la conclusione della rassegna a marzo, ci si incontra, io raccoglierò tutti questi semini. L’idea ancora da definire è quella che gli insegnanti creino una restituzione del lavoro fatto attraverso i leporelli che formeranno una grande installazione negli spazi della scuola, dove saranno invitati anche i genitori in modo che possano navigare tra le emozioni dei loro figli.

Come rispondono finora gli insegnanti?

Bene perché dietro c’è questo discorso, riprendendo la provocazione iniziale: per costruire lo spettatore di domani bisogna partire da un ascolto attivo, da un bisogno individuale.

Nel frattempo, dall’epoca di Vania Luraschi, si sono fatti dei passi avanti nel campo della psicologia dell’età evolutiva…

Ma anche delle neuroscienze. Sicuramente accogliere il sentire è fondamentale per imparare bene, come si fanno le settimane bianche o quelle verdi per avere un contatto diretto con la natura, è fondamentale attivare tutto un discorso sul sentire, chi sono io, come mi sento… saper nominare le emozioni permette di stare meglio a scuola, di costruire gruppi di classe più forti, perché riescono ad entrare in relazione in modo positivo, questo è l’obiettivo centrale, sostenere anche i docenti che si trovano ad avere classi con situazioni culturali differenti, con fragilità famigliari, linguistiche, legate ad esperienze di vita; occorre connettersi con la parte umana che ci rende tutti uguali, perché tutti abbiamo le emozioni, tutti le sentiamo… Ma ci è stato insegnato a nasconderle, in questo modo non si vede il bambino, non lo si vede tutto intero, non si vede l’invisibile che è quello che fa funzionare il bambino, occorre riconnettersi con il tempo dell’ascolto. Soprattutto come risposta all’avvento del digitale che sposta non solo l’attenzione, ma lo sguardo. Potremmo sviluppare il discorso interrogandoci sui modelli che la società oggi ci impone per essere accettati, ma sarà per un’altra volta… Il cuore di questo percorso è la relazione tra il teatro e la scuola partendo dagli spettatori invisibili che sono le emozioni, i sentimenti, che il teatro attiva più di tutti. Una volta che so nominarle, che sono alfabetizzato, riesco a riconoscere anche nella vita reale quello che mi succede. A quel punto ho una percezione di me e una costruzione di chi sono io molto consapevole. La nostra citazione guida è questa: “Il teatro è un posto dove possiamo ascoltare non solo con le orecchie, ma anche con il cuore e la pancia. Dove possiamo sentire le emozioni muoversi dentro di noi, anche se non sappiamo bene cosa sono. E dove possiamo credere, per un po’, che tutto è possibile”.

Manuela Camponovo

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