La giustizia, un costo o una risorsa?
Si fa un gran sparlare di giustizia. In Italia il referendum del 22/23 marzo sulla separazione delle carriere deciderà se confermare o respingere una modifica della Costituzione che mantiene l’autonomia della magistratura, ma ridisegna i meccanismi di autogoverno e la distinzione dei percorsi professionali. Apparentemente una questione circoscritta. Tuttavia, essa ha assunto un valore di prova della forza politica della destra al potere. Verosimilmente in collegamento con quest’ultima, è arrivata la diatriba tra Italia e Svizzera sui modi di operare della giustizia cantonale vallesana in merito alla tragedia di Crans Montana. Con denuncia di incompetenza, supposte collisioni d’interesse tra politica e magistratura e assenza o mancanza di sensibilità a livello federale. A poco è servita la spiegazione dei diversi sistemi giuridici tra i due Paesi. In tutto questo vi è poi la tela di fondo del prevaricare della Casa Bianca nei vari livelli e fronti della giustizia americana; da mettere sotto tutela e da indebolire in virtù degli obiettivi MAGA della presidenza.

Immagine: Fiorenza Casanova
In breve, la macchina della giustizia è messa in discussione; non solo nella dimensione dei suoi rapporti con le forze di governo e quindi del ruolo del terzo potere in un sistema democratico. Ma si tende a squalificarla e con essa le istituzioni. Lasciando credere che, per parzialità e inefficienza, sia un costo, una zavorra. Si crea così un clima di incertezza e sfiducia che, se generalizzata ad arte come sta avvenendo, rappresenta un vero aggravio per la società e il suo sviluppo economico e sociale.
Ora, la componente gestionale amministrativa non va misconosciuta e in parte rispecchia l’enfatizzazione dell’apparato legislativo. La giustizia va però vista anche come una risorsa. Una giustizia sana non è solo un pilastro per lo stato di diritto, ma agisce come l’olio nei meccanismi dell’economia. Lo dimostra una recente, ed unica per la sua ampiezza, ricerca econometrica (European Economic Review, 172, 104947) che ha ricostituito sull’arco di mezzo secolo e 143 paesi la relazione tra risorse investite nella giustizia e sviluppo del prodotto interno lordo (PIL). Tra i criteri, esemplifichiamo il più semplice, quello del numero dei giudici per 100’000 abitanti (22 nella media europea). Un aumento dell’1% dei giudici corrisponde un aumento di circa 0,4 punti del PIL su cinque anni; un effetto paragonabile a quello dei grandi investimenti. Questo a maggior ragione nei paesi in via di sviluppo dove l’effetto è due volte più elevato rispetto ai paesi ricchi. L’OCSE stima come i litigi non risolti costino ogni anno tra lo 0,5 e il 3% del PIL. Tribunali intasati, procedure interminabili, costi proibitivi e corruzione costituiscono un deficit di giustizia; che incoraggia discriminazioni e la legge del più forte.
Remigio Ratti