Mogno e un progetto che ha reso famoso il villaggio

Interno della Chiesa di Mogno progettata dall’arch. Mario Botta (© Enrico Cano / Proprietà Fondazione Chiesa Mogno-Fusio)
Nel tentare di ripercorrere e fare una sosta di memoria in questi ultimi 40 anni di Mogno, da quel funesto 25 aprile 1986 della valanga che si portò via l’antica chiesa, il campanile e metà villaggio, confesso di provare gli stessi sentimenti vissuti dall’architetto Mario Botta all’inaugurazione della nuova chiesa, il 23 giugno del 1996. Il progettista del nuovo edificio, nato e subito battezzato come storica icona di modernità nella letteratura del sacro, aprì il suo animo alla confidenza. Disse di essere salito a fatica quella mattina: gli erano venute a mancare quelle motivazioni e quella spinta che il cantiere gli avevano dato nei viaggi precedenti. “Per un architetto è triste incontrare qualcosa di realizzato, qualcosa di finito che non ha più la spinta che il cantiere stesso può dare. Sapevo di avere un nodo in gola; sapevo che il cantiere era finito”.

Intervento dell’arch. Botta in occasione dell’inaugurazione della nuova Chiesa di Mogno. Da sin.: l’arch. Dazio e l’allora Consigliere federale Villiger (Proprietà Fondazione Chiesa Mogno-Fusio)
Anche per me rivisitare dopo 40 anni, nel 2026, questo anniversario significa rivivere da cronista un evento straordinariamente segnante: da quando la valanga, staccatasi dal monte e scendendo devastante a valle, alla velocità di 5 km all’ora, diventò notizia di cronaca e avrebbe fatto scrivere e parlare – in forme anche intensive e divisive – per più di dieci anni. Esattamente fino al momento che Botta fece coincidere, abbinato a un misto di malinconia e nostalgia, con la posa del Crocifisso. Era quello lo spartiacque tra il cantiere che finiva diventando una chiesa ancor prima della dedicazione.
Con la velocizzazione che hanno preso gli avvenimenti da fine Novecento a questo esordio di terzo millennio, dieci anni alla moviola possono essere un soffio: ma costituiscono un lungo itinerario se si considerano quelle che Botta definì “dispute ideologiche”; dieci anni anche di “ferite” con uno “sfregio” ma al tempo stesso di volontà, lungimiranza, coraggio, convergenze, generosità dei molti che a vario titolo hanno creduto nell’opera, e una bella rosa di nomi di “donatori”.
Se qualcuno avesse l’interesse o la curiosità di consultare un’emeroteca, troverebbe ampio riscontro del dipanarsi del tormentato iter tra pareri e contrasti fino alla realizzazione, con il picco di una serata a Fusio alla presenza del vescovo Eugenio Corecco.
“Vero deus ex-machina dell’operazione”, come l’ha chiamato Botta è stato Giovan Luigi Dazio, in quegli anni anche sindaco di Fusio, che credette e volle fortemente andare fino all’”amen” della sua intuizione per la quale si spese senza limiti, sostenuto da Armando Cotti, dall’impresario Renato Antonini, dalla ditta di Aleardo Cattaneo e da un bell’elenco di operai, muratori, manovali, artigiani, scalpellini che hanno dato passione, competenza, lavoro e fatica.

L’architetto Giovan Luigi Dazio (Foto Archivio G.L. Dazio)
Inaugurata e benedetta dal vescovo Giuseppe Torti, la chiesa – di cui si è voluta la ricostruzione “perché lì c’era sempre stata” e doveva continuare ad essere come legame e segno di continuità dal passato al futuro – è stata da subito e rimane un punto di riferimento, richiamo per migliaia di visitatori. Ne arrivano da ogni dove, attratti da quest’opera di un architetto dal nome di Mario Botta, ma anche dal fatto che, oltre ad essere la prima chiesa da lui progettata, richiama nelle linee e nello slancio e richiamo verso il cielo la Cattedrale della Risurrezione a Évry, vicino a Parigi.

Interno della Chiesa di Mogno progettata dall’arch. Mario Botta (© Pino Musi / Proprietà Fondazione Chiesa Mogno-Fusio)
Dopo 40 anni dalla valanga, Mogno con la sua chiesa continua a “fare” cronaca: nel 1636 quando l’antica chiesa era stata costruita, richiamava i fedeli dell’epoca (nel Seicento vi vivevano 50 famiglie con 150 persone); adesso questa frazione della Lavizzara vive di seconde case, di gente che vi sale a fine settimana e nei periodi di vacanza. La fruizione della chiesa adesso è soprattutto di carattere turistico. Certo, sarebbe stato interessante se si fosse avverato il sogno del teologo don Sandro Vitalini che auspicava una presenza monastica e pensava anche al “significato che tale scelta avrebbe assunto nelle folle di visitatori che qui salgono… presenza che farebbe pregare e cantare le pietre e darebbe alla costruzione la sua anima”. Si rendeva peraltro conto l’insigne studioso che “l’auspicio sfiorava l’utopia” e tuttavia suggeriva che si proponesse una musica soffusa, ispirata al canto gregoriano per favorire il silenzio, l’ascolto e la preghiera.

Altare e crocifisso della Chiesa di Mogno progettata dall’arch. Mario Botta (© Pino Musi / Proprietà Fondazione Chiesa Mogno-Fusio)
Sopra l’altare della chiesa è stata collocata una scultura lignea del Cristo, proveniente dalla Toscana, della prima metà del XIV secolo. Alta 205 cm, è stata donata da Stefania Doninelli e dal figlio Giuseppe, entrambi molto legati a Botta e a Mogno. Le due campane finite fra i detriti della valanga del 1986 furono recuperate e continuano all’occasione a spargere i loro rintocchi di vita, di festa e prima ancora di antica memoria rinnovata.
Giuseppe Zois