Ricordi dal primo impatto alla realizzazione del progetto
L’architetto Mario Botta non era mai stato a Mogno prima della valanga del 25 aprile 1986. Flash d’avvicinamento: Mogno è un percorso significativo e simbolico, anche per la distanza dalle città, per la fatica richiesta a chi vuole raggiungerlo, sia pure su una comoda automobile. Tutti quei tornanti, quelle strade strette e finalmente si arriva in un posto che pare ai confini del mondo. Certi viaggi rimangono scolpiti nella memoria. La prima volta fu un’esperienza indimenticabile. Riprendo qui alcuni passaggi della lunga intervista che entrò a far da architrave nel libro “La chiesa che catturò il cielo”, voluto e pubblicato da Giovan Luigi Dazio e dall’Associazione ricostruzione chiesa di Mogno, che ne fu anche l’editrice.

La distruzione portata dalla valanga del 25 aprile 1986 a Mogno (Foto Archivio G.L. Dazio)
L’esordio nei ricordi di Botta: “Lassù lo scenario era impressionante. I detriti erano stati rapidamente ripuliti e lì, sotto gli occhi, i pensieri che avevo fatto la sera del 25 aprile si confrontavano con la realtà”. Erano stati recuperati alcuni angoli del vecchio campanile, c’era il disegno del pavimento dell’antica chiesa e, soprattutto, c’era un paesaggio quasi surreale, con un territorio privo della presenza fisica della memoria. Nell’aria ancora il sibilo, la devastazione, l’azzeramento prodotto dalla valanga. I prati erano ancora brulli. Si vedevano bene il segno dello schiacciamento fisico, la presenza delle vecchie case, la torba…
Continuiamo con la narrazione di Botta, partendo da quella non facile decisione di accettare la sfida di progettare l’opera e di portarla al compimento con il travagliato iter che sarebbe seguito.
Punto di partenza: “Perché lì c’era una chiesa”
«La mia prima reazione fu di aderire, senza una consapevolezza critica. Più volte avevo chiesto – facendo mie le perplessità e i dubbi degli scettici e dei contrari – perché volessero ricostruire la chiesa. Non vi era nessuna ragione strettamente religiosa, né liturgica, né funzionale che giustificasse una richiesta per una presenza di tale genere. I pochi e occasionali abitanti che ci sono a Mogno avrebbero potuto benissimo prendere l’automobile e salire a Fusio oppure recarsi a Peccia. La risposta a questi interrogativi era stata disarmante: “Noi vogliamo ricostruire una chiesa perché lì c’era una chiesa”. Era la volontà precisa di non rassegnarsi alla valanga, era la determinazione a non consegnare alle generazioni future un territorio più povero di quello ricevuto dai padri. Al di là di tutte le ragioni economiche, tecniche, politiche e di tutte le dispute, si centrava il cuore del problema e del credere».

Mogno e la sua chiesa prima della valanga del 1986 (Foto Archivio G.L. Dazio)
All’architetto parve una motivazione di ferro, accompagnata da questa riflessione: «In questo mondo mentalmente corrotto, spesso allo sbando o alla deriva morale, c’è ancora chi ha questa lucidità e questa pulizia – in cima a una valle – che non abdica a una battaglia ideale. E lo fa non per ragioni religiose o per ambizioni politiche o per chissà quali calcoli. No, prima di tutto, perché lì c’era una chiesa».
La chiesa insomma per Mogno non era solo un luogo di preghiera, di raccoglimento, di meditazione: quella chiesa era Mogno stesso, quindi identità, appartenenza, storia, generazioni, futuro. Levata la chiesa, non restava più il villaggio, rimaneva la somma di alcune abitazioni, di alcuni chalet… Era come una vita senza cuore.
Tutto questo aiutò Botta: «Capii che il progetto doveva essere forte: non poteva essere solo una risposta tecnica o funzionale. Vi era questo retroterra, c’era quest’anima, si toccavano con mano alcune condizioni preliminari molto speciali. La prima cosa che dissi, lo ricordo bene, fu questa: allora, io qui vengo, ma non vi faccio una chiesa in mattoni, fragile, che fra 20 anni o 30 o 40, cade. Voglio farvi qualcosa che sappia essere da contrappunto alla violenza stessa della valanga che ha distrutto l’antica chiesa. Doveva essere una forma capace di deviare – sperando non fosse mai più il caso – un’ulteriore valanga. Una forma fisica ancorata alla montagna, da un lato e, in alto, aperta verso il cielo, quasi come di resistenza dell’uomo nella lotta ancestrale con la montagna… Un’altra idea che sostenne il progetto è questa forma inquieta dell’ellisse, con due fuochi, una forma che non trova pace, evolve in cerchio, quindi i fuochi corrono verso il centro. Vi è un solo asse che assicura stabilità a livello di copertura. A livello di base, nella terra, noi siamo più fragili e sentiamo questa incostanza».

Chiesa di Mogno – Schizzo dell’arch. Botta (Proprietà Fondazione Chiesa Mogno-Fusio)
Da un lato la terra madre, dall’altro l’infinito di Lassù
La chiesa di Mogno era il primo impegnativo confronto di Botta con il sacro: «Devo confessare che il tema del sacro, anche se non l’avevo mai affrontato, ruotava nella mente… Nel percorso progettuale qualche piccolo esercizio sul sacro l’avevo fatto fin da giovane: la cappella del Bigorio con Tita Carloni; un’altra cappella a Genestrerio. Avvertivo la voglia di confrontarmi con una forma di educazione che in un certo senso avevo perso. Io ero orfano dei sentimenti decisivi, quelli dell’infanzia, che la mia formazione accademica mi aveva in parte stravolto, consegnandomi ad altri generi di pensiero. Volevo ritrovare il ritmo delle preghiere che sentivo da bambino nella chiesa del mio piccolo villaggio… La chiesa era il modo mio da bambino di partecipare al mondo esterno. Era la mia scappatoia di sicurezza per evadere dalla dimensione domestica… Quello del sacro e delle chiese è un campo molto bello, per il quale io rinuncerei a tutti gli altri temi architettonici, perché è il confronto – portato all’estremo, svuotato dalle difficoltà tecnico-distributivo-funzionali – con la dimensione della spiritualità, dell’infinito… Il progetto di una chiesa ti fa sentire uomo del tuo tempo, perché fornisce una risposta a bisogni primordiali, però attraverso il filtro del ventesimo secolo».

La grande vetrata ellittica della Chiesa di Mogno progettata dall’arch. Mario Botta (© Pino Musi / Proprietà Fondazione Chiesa Mogno-Fusio)
L’idea della chiesa di Mogno corrisponde all’idea della luce. Botta: «Le chiese non hanno mai avuto finestre: quando le hanno avute, le hanno sempre chiuse con le vetrate. C’era bisogno di una luce colorata. La chiesa è uno spazio assoluto, teso tra la terra e il cielo e quindi io cerco attraverso la luce zenitale di lavorare in questi spazi, facendoli diventare un nuovo strumento spaziale, che rimette l’uomo al centro, in modo tale che senta da un lato la terra, quindi la terra madre, la terra che ci ha generato, la terra come storia e cultura, e dall’altro il cielo come infinito, come dimensione cosmica».
Quello scoglio imprevisto delle capre sulla strada
Botta e le critiche: «Il giudizio l’ho vissuto un po’ di pancia, nel senso che mi sembrava una lotta pretestuosa, alimentata da gelosie incomprensibili. Non avevo trovato argomenti, piuttosto mi scontravo con palpabile malanimo e con abbondanza di malafede… Avrei capito chi si fosse schierato per la ricostruzione dell’antica chiesa secentesca: non l’avrei fatta io, ma era una posizione legittima. Conservo tutto. Un bagaglio di duemila pubblicazioni dalla prima notizia sulla chiesa di Mogno, da quando si fece per la prima volta il mio nome, fino a oggi. Da questa montagna di carta si vede bene chi aveva un’intuizione rispetto al fare e chi invece faceva soltanto il bastian contrario, chi guardava avanti e chi indietro».

Particolare dell’interno della Chiesa di Mogno progettata dall’arch. Mario Botta (© Pino Musi / Proprietà Fondazione Chiesa Mogno-Fusio)
L’intralcio delle capre. Nella lunga intervista sul percorso che ha portato al progetto della sua chiesa per Mogno, alla domanda su quale fosse stato lo scoglio più duro da superare, l’architetto Botta aveva ripescato dai suoi ricordi un ostacolo del tutto inatteso: «Le capre, sì proprio le capre. Le trovavo sul cammino, salendo a Mogno d’inverno. Si sdraiavano sulla strada asfaltata perché trovavano un po’ di calore. Imbattermi in quei greggi di capre accovacciati sulla cantonale, immobili, imperturbabili, sorde anche al rumore dell’auto e del clacson era quasi un sogno dantesco. Era come un girone. Un incubo. Mi domandavo: ma dove sono finito? Perché salire fin lassù in queste condizioni? Perché salire a Mogno, di sera, fino a notte alta, per illustrare questo progetto a venti persone? C’erano delle circostanze assurde, una sproporzione colossale tra l’energia, l’impegno, lo sforzo fisico che tu dovevi profondere e questo progetto».
Giuseppe Zois