Addio Maestrone

Francesco Guccini nel 2006. [Foto: directorvale – Wikimedia Commons]
Tutto cominciava e finiva a Pàvana, in quella «casa sul confine della sera» che per Francesco Guccini era insieme radice, rifugio e punto d’osservazione sul mondo. Da lì partivano i suoi viaggi attraverso la storia e la memoria; lì tornavano le città, le osterie, gli amici perduti, le domande senza risposta e i personaggi che aveva sottratto all’oblio con la forza delle parole. Proprio a Pàvana, circondato dalla moglie Raffaella, dalla figlia Teresa e dai familiari, Guccini è morto questa mattina all’età di 86 anni. Con lui scompare una delle voci più alte della canzone d’autore italiana; un «burattinaio di parole», come amava definirsi, capace di raccontare la grande storia attraverso le esistenze individuali, di affiancare alla rabbia politica il dubbio, alla malinconia l’ironia.
Poche immagini riassumono la forza del suo canzoniere quanto quella locomotiva che nel 1972 trasformò una vicenda dimenticata della fine dell’Ottocento in un moderno mito della rivolta. Nella sua corsa Guccini collocò la «rabbia antica» delle generazioni senza nome, il desiderio di riscatto degli esclusi e una convinzione semplice e radicale: «gli uomini son tutti uguali». Il macchinista che i giornali avevano liquidato come pazzo veniva restituito alla storia come eroe proletario.
Era questo il modo di Guccini di guardare al passato: recuperare un episodio marginale e trasformarlo in racconto collettivo. La sua vastissima cultura letteraria non si traduceva mai in esibizione erudita. Dante, Cervantes, Borges, Omero, la Bibbia e la poesia italiana entravano nelle canzoni per illuminare il presente, confondendosi con le vite concrete, con le osterie, le stazioni, le strade di provincia e le domande di uomini comuni.
L’insofferenza per l’ingiustizia è massima in Cirano, dove affila la sua penna contro i «poeti sgangherati», i «politicanti professionisti», i conformisti e quanti nascondono dietro formule vuote l’assenza di pensiero. La parola può denunciare, ferire e smascherare, ma può anche custodire ciò che non si riesce a confessare: l’amore per Rossana.
Anche quando si confrontava con il dolore, Guccini evitava le facili consolazioni. La morte attraversa il suo canzoniere fin dagli anni giovanili, ma non vi compare quasi mai come una cesura definitiva. In Canzone per un’amica alla domanda su che cosa sia servito «vivere, amare, soffrire» risponde il desiderio di ricordarla ancora viva, sorridente.
La memoria diventa così il luogo nel quale gli amici, gli amori e i compagni perduti possono continuare a esistere. Non cancella il dolore, ma gli impedisce di ridursi al silenzio. Persino quando interroga il cielo, Guccini non cerca risposte definitive. In Dio è morto denuncia un Dio scomparso nei campi di sterminio, nei miti della razza e negli odi di partito, ma non conclude nella disperazione: affida alle nuove generazioni la possibilità di una rinascita, la costruzione di un mondo diverso da quello ereditato.
Era un agnostico inquieto, più interessato alle domande che alle verità proclamate. Diffidava di chi possedeva certezze assolute, dei manichei, degli arroganti e di quanti cercavano risposte già confezionate. Anche Cirano, con la sua invettiva contro chi giudica, pontifica e si adegua, nasce da questa irriducibile avversione per ogni pensiero imposto. L’uomo, per Guccini, doveva continuare a interrogarsi anche sapendo che forse nessuna risposta sarebbe arrivata.
A dominare la sua opera, fin dagli esordi, fu soprattutto il tempo. Già nel 1971 Guccini aveva annunciato che avrebbe cantato i minuti, le ore, i mesi, gli anni e i visi perduti. Ancora giovane, avvertiva il peso delle occasioni mancate e delle stagioni che fuggono. «Il tempo andato non ritornerà», cantava, facendo della nostalgia non un ripiegamento sentimentale, ma una forma di conoscenza. La sua «poetica dell’allora» si nutriva di città trasformate, osterie scomparse, amicizie consumate, amori finiti e vite che avrebbero potuto prendere altre direzioni. Il passato tornava continuamente nei suoi versi, ma non per sostituirsi al presente. Serviva a trattenere ciò che il tempo tende a disperdere, a salvare dall’oblio le persone e i mondi che la storia ufficiale avrebbe lasciato ai margini.
Al centro di questa geografia della memoria vi era Pàvana, il paese dell’Appennino tosco-emiliano dove Guccini aveva trascorso l’infanzia e al quale era tornato a vivere. Era la sua Itaca, il luogo delle radici e dei racconti, abitato da quei «saggi ignoranti di montagna» che conoscevano Dante a memoria e improvvisavano poesie. Da quella terra trasse canzoni, romanzi, dizionari e memorie, raccontando attraverso le parole dialettali, gli oggetti quotidiani e i personaggi del paese la lenta scomparsa di un’intera civiltà. Anche L’ultima Thule, l’album con cui nel 2012 si congedò dalla scrittura di nuove canzoni, fu inciso nel mulino di famiglia: il lungo viaggio musicale terminava così nel luogo da cui tutto era cominciato.
Nell’ottobre del 2023, ospite di Sconfinare Festival a Bellinzona, Guccini era tornato ancora una volta sulla propria ossessione: «Il tempo è tremendo, il tempo è feroce, il tempo ti inghiotte. Da questa paura nascono le canzoni». Per tutta la vita ha provato a contrastare quella forza feroce raccontando: scegliendo parole, ripescando volti e oggetti, dando voce ai vinti e agli amici scomparsi. Parole lanciate contro l’ingiustizia come una locomotiva, brandite contro l’ipocrisia come la spada di Cyrano, affidate alla memoria perché ciò che è stato non scomparisse del tutto.
Ora che il suo viaggio è giunto alla fine, Pàvana non è soltanto il luogo in cui Guccini è scomparso, ma quello in cui la sua storia si ricongiunge alle proprie radici. Da quella «casa sul confine della sera» continueranno a giungere le domande, la rabbia e la voce di un uomo che non ha mai smesso di cercare le parole per raccontare il proprio tempo.
Addio Maestrone. Che tu possa ritrovare i tuoi amici, tutti di nuovo attorno allo stesso tavolo, tra storie, risate e bicchieri alzati, in quel «paradiso su misura» che avevi immaginato.
Lucrezia Greppi