Locarno Film Festival

In “Revolutionaries Never Die” ogni luogo diventa una storia, ogni nome diventa una memoria

Locarno79 - Revolutionaries Never Die

Revolutionaries Never Die di Mohanad Yaqubi, nella sezione Cineasti del Presente, nasce dalla rivisitazione di 113 bobine lasciate da Jocelyne Saab a Mohanad Yaqubi, poco prima che lei morisse, famosa giornalista e regista libanese. Yaqubi le visiona una a una, scegliendo di non usarle come materiale da archivio, ma come qualcosa che agisce nel presente, dando vita a tanti vissuti, ad altrettante voci, a spaccati di eventi intricati e intersecati tra loro, a tante realtà del Medio Oriente: guerre civili, rivoluzioni, movimenti palestinesi, esilio, violenza, milizie falangiste, comunisti e molto altro. Mentre il Libano si frantuma tra numerose fazioni: cristiane, musulmane, palestinesi, forze di sinistra e altre ancora. Il film non parla solo di un paese, ma di una rete di storie e rivoluzioni in un’area interconnessa, ruotando attorno all’idea di memoria e alle immagini come strumenti politici e culturali. È una parte dell’affresco del Medio Oriente, attraversato dalle immagini raccolte da Jocelyne Saab. Il tema è certamente soggettivo, dichiarato e politico, e riflette sulla memoria delle lotte rivoluzionarie palestinesi e su come il cinema possa conservarne l’eredità. Il direttore artistico lo ha citato come un’opera che lascia il segno sia sul piano politico sia su quello formale. Ma questo non equivale automaticamente a una presa di posizione sul conflitto, anche se c’è chi ritiene che sia una scelta profilata. Un festival programma spesso opere politiche da molte prospettive. Il film non viene proposto come sostegno a una causa, ma come un’opera che lavora su memoria e immagini. Prima della visione avevo letto l’intenzione del regista nelle note di regia: “L’archivio filmico di Jocelyne Saab del periodo’73-’83 solleva interrogativi sull’incredibile risonanza tra le sue immagini storiche e la realtà contemporanea 50 anni dopo, dove ancora nessuna risposta è possibile”. Mi chiedevo cosa significasse e se un’immagine del 1975 o del 1982 potesse davvero essere letta attraverso il presente, o invece cancellare le differenze storiche tra due momenti molto diversi. Il film mostra come quella storia, costellata dalle lotte dei movimenti interni, sia stata vissuta e filmata, provocando un’incredibile risonanza con il presente. L’intento del regista raggiunge il suo scopo perché non sono uscita con una cronologia storica in testa, ma con la sensazione di essere dentro quella memoria, con immagini che hanno lasciato in me delle cicatrici, in un viaggio inedito, fatto di frammenti, dai quali emerge la memoria collettiva. Non tutto mi era chiaro, a tratti mi sono anche sentita spaesata perché, per poter collegare tutti gli accadimenti, devi possedere l’intero contesto e conoscere alla perfezione la genesi dei conflitti, poiché la storia è tutta così terribilmente intricata e complessa, attraversata da una moltitudine di eventi, al punto da non più riuscire a seguirne la ricostruzione. La posizione autoriale non è quella di fornire soluzioni, ma mostrare il campo di tensioni. Ripensandoci, ho capito che il film non voleva spiegarmi tutto, voleva farmi sentire la forza di uno sguardo, di tanti sguardi, con la potenza delle immagini che raccontano più di mille parole. Mi sono rimaste impresse le persone, i volti, le città ferite, e il contrasto tra la vita di tutti i giorni e la sua improvvisa interruzione. Da lì è nata una riflessione sul presente, con una forza distruttiva che mi ha inevitabilmente fatto pensare al presente, con la sensazione che davvero sia una storia infinita, non perché il film la imponga, ma perché quelle immagini, al di là di qualsiasi racconto, resteranno davvero impresse eternamente nella memoria, e proprio il cinema più di ogni altro mezzo ne è il più grande depositario. È stato possibile guardare immagini girate mezzo secolo fa e avere la sensazione che appartengano anche al nostro presente perché hanno prodotto un’associazione emotiva con la situazione odierna. In questo senso le intenzioni dichiarate dal regista sono state mantenute, rivelandosi in tutta la loro potenza. Infatti sono rimasta senza risposte definitive, ma con immagini e domande che restano e continuano a scavare. C’è una frase che mi è rimasta impressa: gli archivi non devono servire come archivi, ma come azione. Potrebbe esser questa la chiave cardine del film.

Nicoletta Barazzoni

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