Locarno Film Festival

Il braccio della misericordia messo duramente alla prova

Una scena da "Down the Arm of God"

Nel film Down the Arm of God di Peter Brunner lo si intuisce sin dalla prima scena: un tramonto sconfinato e il pastore Nick (Caleb Landry Jones)  minuscolo, davanti a quell’enorme orizzonte. E da lì si delinea il contrasto, grandi spazi aperti fuori e ristrettezza mentale. Tanto è vasto il Texas, in dimensioni geografiche, tanto può rivelarsi angusto nella mentalità di alcuni suoi abitanti. Il film Down the Arm of God di Peter Brunner è ambientato ad Amarillo, nel nord-ovest del Texas, in una comunità protestante. Lo sguardo del regista va ben oltre una singola confessione: ciò che mette in discussione è la frattura tra la fede proclamata e quella realmente vissuta, una domanda che interpella ogni comunità religiosa e, più in generale, ognuno di noi. L’appartenenza a una comunità religiosa o a una congregazione, come nel caso del film Down the Arm of God, non assicura di certo la carità evangelica,  e nemmeno l’amore verso il prossimo, non garantisce la pietas, la compassione o la misericordia. Anzi, talvolta accade il contrario: alcuni di coloro che si professano credenti e aderiscono a gruppi o movimenti religiosi, proprio nelle situazioni in cui dovrebbero testimoniare coerenza, come nel film, mostrano un’ipocrisia crassa e supina. La Chiesa nel film diventa luogo fisico e morale di scontro. Nel finale la tensione esplode in una violenta sparatoria perché alcuni appartenenti alla congregazione non vogliono la presenza dei senza tetto che il pastore Nick cerca invece di aiutare. Gli oppositori rifiutano la plebaglia degli invisibili, in parte veterani del Vietnam, denotando in particolare il carattere razzista, ancora profondamente radicato in una parte dell’America, una realtà a cui il film si ispira.  L’ipocrisia, richiamata anche da Nick nel suo sermone, è quella dei sepolcri imbiancati: bianchi fuori e sporchi dentro, come ci ricorda il Vangelo. È un’immagine che parla a tutte le tradizioni perché è una parola che non è legata a un singolo credo. Come spesso accade, c’è chi si affida alla fede, partecipa alla vita dei gruppi religiosi, ne sposa la dottrina, si riunisce per pregare, per evangelizzare, ma poi, quando si tratta di dare prova concreta della parola di Dio e del Vangelo, si trasforma nell’esatto contrario. Non a caso, Papa Francesco ha parlato della doppiezza di certi cristiani come di uno scandalo: andare in Chiesa, partecipare alla Messa e poi vivere contro il Vangelo. Aggiunse che, davanti a questi comportamenti, molti finiscono per dire che è meglio essere atei che cristiani in questo modo. Non è un elogio dell’ateismo, ma una denuncia severa dell’ipocrisia che svuota la testimonianza della fede. Durante tutto il film ho avvertito proprio il tentativo di far emergere la tensione tra parola predicata e vita concreta. Non a caso la scelta del titolo Down the Arm of God, che tradotto significa  “lungo il braccio di Dio” o “giù per il braccio di Dio”, è un’immagine che nella Bibbia indica la forza e l’azione di Dio nella storia.

Nei sottotitoli diventa “la mano di Dio”, ma “braccio” è più fedele al riferimento biblico e al senso di un’azione concreta verso gli ultimi. Nel contesto del film può suonare come se il pastore provasse a essere un tramite di quel braccio ma trovasse ostacoli nella sua stessa comunità mentre si chiede dov’è davvero il braccio di Dio? Nelle parole o nei gesti concreti verso gli ultimi? Eccoci di nuovo al concetto di chi predica bene ma razzola male. Ed è da qui che nasce la domanda più scomoda, e forse anche la disaffezione: quando chi predica non mette in pratica, la fede perde credibilità, indebolisce il significato del ministero pastorale e l’autenticità dei fedeli, e perciò qualcuno si allontana non dal Vangelo, ma dalla contro-testimonianza di chi dovrebbe incarnarlo.

Nicoletta Barazzoni

In cima