L’universo perturbante di Kaari Upson al MASI

Kaari Upson, There is no such thing as Outside, 2017-19. May You Live in Interesting Times, Biennale di Venezia, 2019. Foto: Timo Ohler © Esmé Trust / Kaari Upson Trust. Courtesy Sprüth Magers
Il MASI Lugano dedica a Kaari Upson (1970-2021) la prima grande retrospettiva postuma dell’artista statunitense, scomparsa prematuramente a 51 anni. Kaari Upson. Dollhouse – Una retrospettiva, aperta al pubblico fino al 10 gennaio 2027 negli spazi della sala ipogea del LAC, riunisce opere realizzate nell’arco di poco più di quindici anni, restituendo la complessità di una ricerca sospesa tra dimensione autobiografica e riflessione sulla psiche contemporanea.
Nota al pubblico europeo soprattutto per la partecipazione alla 58ª Biennale di Venezia del 2019, Upson ha sviluppato un linguaggio che attraversa scultura, disegno, video e installazione. Al centro della sua pratica si trovano il corpo, le relazioni familiari, la malattia, la memoria e la perdita, ma anche le ossessioni e le tracce materiali lasciate dagli individui negli spazi domestici. Oggetti quotidiani, stanze e corpi diventano così strumenti per esplorare ciò che normalmente rimane nascosto: traumi, desideri e dinamiche psichiche.
Curata da Francesca Benini e Taisse Grandi Venturi, la mostra segue l’evoluzione della ricerca di Upson attraverso cinque sezioni: Quando Kaari incontra Larry, La vita delle cose, Dollhouse – una miniatura gigante, Cartografie interiori e Corpo, memoria e fallibilità. Il percorso procede in senso tendenzialmente cronologico, accompagnando il progressivo spostamento dell’artista verso una ricerca sempre più intima e legata alla propria storia personale e familiare.

Veduta dell’allestimento, Kaari Upson. Dollhouse – Una retrospettiva. © MASI Lugano, foto: Alfio Tommasini
L’esposizione si apre con il Larry Project (2005-2012), uno dei nuclei più celebri della produzione di Upson. Larry era un vicino dei genitori dell’artista a San Bernardino, in California, la cui casa abbandonata Upson aveva iniziato a esplorare nel 2003. Attraverso fotografie, sculture, dipinti e video, l’artista ricostruisce la sua figura trasformandola progressivamente in un alter ego e in uno schermo sul quale proiettare le proprie ossessioni.
La grande installazione Recollection Hysteria (2012) riproduce una stanza della casa di Larry attraverso una complessa procedura con il lattice liquido. La copia, quasi perfetta, è tuttavia capovolta e disorientante: pareti, pavimento e soffitto diventano il riflesso materiale di una realtà psichica fatta di sdoppiamenti, inversioni e rispecchiamenti. Nei Kiss Paintings (2007-2008), invece, il volto di Larry si sovrappone a quello dell’artista, in una fusione pittorica delle due identità. Nel video As Long as It Takes – Part 1: The Head (2008) il corpo diventa qualcosa da sezionare e indossare, mentre in Untitled (Charcoal Figures) (2009) la figura assume l’aspetto di una presenza carbonizzata.

Kaari Upson, 192, 2013. Foto: Narasha Polymeropoulos. ©Esmé Trust / Kaari Upson Trust.
La sezione La vita delle cose sposta l’attenzione sulle tracce lasciate dai corpi negli oggetti domestici. Upson realizza sculture in poliuretano e silicone partendo dai calchi di vecchi materassi trovati per le strade di Los Angeles. Non cerca una riproduzione fedele: sono proprio deformazioni, imperfezioni e residui del processo di copia a diventare portatori di significato. In 192, per esempio, le impronte di due corpi vengono evidenziate da grandi macchie nere ottenute con carbone e pigmenti.
Al centro della mostra si trova There is no such thing as Outside (2017-2019), l’imponente installazione presentata alla Biennale di Venezia del 2019. L’opera nasce dalla digitalizzazione e dalla ricostruzione su larga scala della casa delle bambole appartenuta alla madre dell’artista. Quello che era stato un luogo di gioco e intimità si trasforma in una sorta di scenografia inquietante, nella quale vengono messi in scena conflitti familiari e ruoli di genere trasmessi attraverso le generazioni. La casa in miniatura diventa così una gigantesca rappresentazione della memoria domestica.

Kaari Upson con Mother’s Legs (2018-2019), Go Back the Way You Came, Kunsthalle Basel, 2019. Foto: Dominik Asche © Esmé Trust / Kaari Upson Trust.
Nelle opere più tarde il rapporto tra storia familiare e corpo si fa ancora più diretto. In Mother’s Legs (2018-2019), Upson realizza una sorta di foresta di gambe sospese, modellate a partire dai calchi delle proprie ginocchia e dal tronco dell’albero cresciuto nel giardino della casa dei genitori e poi abbattuto. Le forme, sospese dal soffitto, evocano al tempo stesso una macelleria e un ricordo d’infanzia: il corpo della madre, un tempo associato alla protezione, diventa materia da conservare e trasformare.
L’ultima sezione, Corpo, memoria e fallibilità, comprende anche i Foot Face Paintings (2020-2021), l’ultima serie realizzata dall’artista. I 140 disegni su carta presentano ripetutamente un volto dagli occhi spalancati, parzialmente coperto da un piede. Upson aveva concepito il progetto come un diario visivo, con l’idea di realizzare un disegno al giorno per un anno. La morte interrompe il progetto, lasciando però una testimonianza intensa dei suoi ultimi mesi di vita.

Kaari Upson, Utitled (Foot Face), 2020-21. ©Esmé Trust / Kaari Upson Trust. Courtesy Sprüth Magers.
Kaari Upson. Dollhouse – Una retrospettiva è l’ultima tappa del progetto espositivo prodotto dal Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk in collaborazione con il MASI Lugano e la Kunsthalle Mannheim. La mostra è accompagnata da un catalogo illustrato pubblicato da DISTANZ Verlag, curato da Francesca Benini e Taisse Grandi Venturi.