Performance

“Antropolaroid”, una famiglia e un’intera Sicilia

“Antropolaroid” di Tindaro Granata, in scena al LAC ieri, martedì 27 ottobre. (Foto: Manuela Giusto)

Tindaro Granata si muove sul palcoscenico con tutta la sua energia dirompente, il dinamismo attoriale, che gli è valso diversi premi, spaziando da un tipo di recitazione all’altra. Quattrocentosettanta repliche con il suo Antropolaroid, nel quale veste i panni dei componenti del suo albero genealogico, in un monologo che diventa un fiume in piena. “Antropolaroid” è una parola che unisce antropologia e polaroid, e sta ad indicare una serie di istantanee della memoria familiare, attraverso le quali l’attore dà vita al vissuto generazionale. Granata ripercorre le storie della sua famiglia, in un racconto scenico, che ricostruisce l’anima del suo paese. Si esprime in dialetto siciliano, a tratti con la lingua scomparsa della bisnonna, che mescola greco, spagnolo e siciliano, impressa nelle parole di un mondo lontano.

Così, di bocca in bocca, come vuole la tradizione orale, nel richiamo all’antica arte del cunto siciliano, Granata cuce tra loro accadimenti e aneddoti, che tessono una narrazione di affetti e ferite. La drammaturgia di Granata si intreccia con gli strati culturali della Sicilia, le tragicommedie, le credenze popolari, e l’arcaico spirito millenario. Pochi oggetti sul palcoscenico: una sedia, un lenzuolo e il velo che Tindaro indossa per diventare una donna. Più che una grande trama corale, Antropolaroid è una suggestione di umanità, una successione di figure, che rispecchiano dei vissuti. La Sicilia viene così raccontata attraverso un microcosmo familiare, una casa come mondo, in un viaggio intimo che si apre all’universale, specchio di una terra che custodisce un patrimonio culturale ma anche una realtà identitaria complessa e contraddittoria. Antropolaroid è una galleria di ricordi, un mosaico di voci che compongono un ritratto familiare intimo e collettivo. Tante sono le trasformazioni di Granata, in un susseguirsi di interpretazioni di zii, nonni, bisnonni e genitori. C’è anche Tano Badalamenti, la mafia, l’omertà, e alcuni episodi mafiosi irraccontabili per un patto segreto, coperti dalla musica assordante di una canzone di Mina, che volutamente impedisce di sentire le parole di Granata. Ci sono volti che alternano pezzi di vita, non solo delineando il loro carattere, ma portando in scena la Sicilia sanguigna di ieri e di oggi. Tra animali mitologici, fiabe, superstizioni, e credenze compare anche la meningite come un angelo nero che si abbatte sulla famiglia. Lo spettacolo trasmette la forza e i drammi dei legami familiari. La catena s’infittisce quando ricorda i matrimoni forzati e combinati, la violenza sulle donne e sui bambini: donne ritenute puttane solo perché parlano in italiano.

Quando Granata imita la zia zoppa che balla il walser si intravedono le movenze di Totò e Chaplin, perché Granata trasforma il corpo in linguaggio. Con uno sconfinamento scenico l’attore allarga la scena, scende dal palcoscenico, creando non solo la rottura della quarta parete ma un mescolamento fisico ed emotivo con il pubblico. Ed è così che una storia familiare diventa la storia di tutti.

Nicoletta Barazzoni

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