“Armony”, la tenerezza dove non te l’aspetti
La sensazione di un déjà-vu, leggendo la trama del film Armony di Dario Albertini, mi ha accompagnata fin dall’inizio: non è una trama particolarmente originale, perché rientra in un filone battuto del cinema sociale e familiare. Pur non affrontando i vari temi in profondità, il film mi è piaciuto perché il personaggio non rappresenta lo stereotipo del camionista grezzo, rude e volgare; al contrario, il regista lo dipinge con delicatezza e amorevolezza, qualità che non sono comunemente attribuite a chi svolge un lavoro che richiede molta forza e resistenza fisica.
Armony, interpretato da Valerio Mastandrea, è invece un uomo paziente, delicato, che parla pacatamente e stupisce con gli occhi e le espressioni del viso, trovandosi inaspettatamente a doversi occupare della nipotina Carlotta (Aurora Cerchi), figlia della sorella Jolanda (Asia Argento), che non vedeva da molto tempo. Senza esserci dunque mai stata una frequentazione costante tra loro, Armony, ritenuto l’artista di famiglia, persino colto perché regala a Carlotta il libro “Marcovaldo” di Italo Calvino (l’accostamento tra un camionista e la sua istruzione è registicamente voluta per ribaltare un luogo comune), è costretto a calarsi nei panni dello zio premuroso e responsabile, mentre la sorella si allontana e li abbandona entrambi. Con sullo sfondo un paese di periferia tra edifici in lamiera abbandonati e vecchie costruzioni popolate da poche anime, la cornice non descrive un luogo accogliente, perché Armony, con i capelli stranamente tinti di biondo e le unghie con lo smalto, elementi che di nuovo richiamano altre etichette, non viene accolto. Con la scuola che monitora Carlotta nel suo percorso, l’intervento di Jenny (Clara Tramontano), una giovane vicina di casa incinta, il sostegno di Pamela (Pamela Schettino), l’amica transgender, e la presenza della veggente (Ornella Muti), il regista mostra come un uomo, che dovrebbe essere avvezzo alla durezza, possa rivelarsi l’espressione della purezza della vita, fatta di amore e senso di responsabilità. Albertini lavora sui cliché, li decompone, li smonta, mostrando la forza dell’amore, girando le scene in ambienti poco illuminati, dove l’assenza di luce richiama la povertà e le difficoltà del vivere. La struttura narrativa si avvicina a molti drammi italiani degli ultimi anni: un uomo schivo e solitario; un evento traumatico che lo costringe a diventare genitore; una famiglia “non convenzionale”; l’intervento dei servizi sociali; le assurdità legislative per l’affidamento; e, non da ultimo, la redenzione personale nel ritrovare l’amore perduto. La presenza di Pamela e di Jenny sembra essere l’elemento che distingue il film, creando una famiglia scelta anziché biologica. L’aspetto interessante è che il film ha delle buone premesse: un camionista fuori dall’ordinario, una bambina perspicace da accudire e un confronto con i servizi sociali per essere riconosciuto come tutore legale, ma, soprattutto, quel che più colpisce in Armony è il modo con cui Albertini affronta i pregiudizi, senza scorciatoie, lavorando sulle sfumature e sui tempi morti, più che sui colpi di scena.
Nicoletta Barazzoni