Teatro

“Cabaret Voltaire”, un fiume in piena

Cabaret Voltaire di Romeo Gasparini, andato in scena al Teatro Studio del LAC con la regia di Massimiliano Zampetti, gli attori Igor Horvat e Giovanni Palazzo, ha sollevato molte riflessioni, creando tensione, e lasciando aperto un confronto duro ma necessario.

Da un lato, sulla scena, la Zurigo del 1917: un luogo sospeso, apparentemente immobile, nel cuore di un’Europa devastata dalla guerra. Dall’altro, due traiettorie che, pur senza toccarsi, incarnano modi radicalmente diversi di intendere la trasformazione del mondo nella figura di Tristan Tzara (Giovanni Palazzo) e di Vladimir Lenin (Igor Horvat). Entrambi esuli a Zurigo, in questa proposta scenica, danno voce a una coscienza che non esalta il pensiero unico, ma invita al pensiero critico e alla ricerca continua di nuovi mondi possibili.

Cabaret Voltaire non è semplicemente una lettura scenica o l’attraversamento di un tempo storico: è il materializzarsi di un immaginario fatto di opinioni contrapposte, con posizioni radicali, messe una contro l’altra. Due dimensioni, il dadaismo e la politica, che non si incontrano, che cercano volutamente lo scontro, per scuotere lo spettatore dall’assuefazione. Attraverso il carattere dei due personaggi storici emerge, con impeto, una riflessione sul presente. Le forze in gioco si alternano in un rapido e serrato scambio di concetti, accuse e richiami, all’interno di una drammaturgia costruita sull’ipotesi di un incontro tra Tzara e Lenin. Un’ipotesi non avvalorata storicamente e scientificamente, ma tra le più suggestive della storia culturale del Novecento.

Lo spettacolo non viene proposto come verità storica, bensì come dispositivo teatrale, rivelando uno scenario che si apre su molteplici riflessioni, in linea con la vetrina Prismi, che promuove la drammaturgia contemporanea svizzera. È in questo spazio che si inserisce il testo di Gasparini, evocando l’energia distruttiva e sarcastica del Dadaismo, accanto alla violenza razionale e strategica della rivoluzione politica di Lenin. Due linguaggi, due urgenze, due visioni inconciliabili e, proprio per questo, straordinariamente fertili, quando vengono accostate in modo provocatorio per destabilizzare, e scuotere dal torpore in cui siamo sprofondati.

La regia di Massimiliano Zampetti sostiene il cortocircuito tra arte e politica, tra provocazione dadaista e rigidità ideologica, creando ritmo, e trasformando il palco in un territorio di attrito continuo. È proprio in questa tensione irrisolta che lo spettacolo trova la sua forza più contemporanea. Zampetti accompagna il contraddittorio senza cercare di attenuarlo o renderlo conciliabile. Al contrario, sembra accentuarne la frizione, mantenendo costantemente viva una tensione scenica che impedisce allo spettatore di adagiarsi in una lettura rassicurante o univoca. La regia di Massimiliano Zampetti, anche grazie alla sua sensibilità di attore, guida con precisione il lavoro interpretativo di Igor Horvat e Giovanni Palazzo, mantenendo costante la dialettica tra i due personaggi. Ne emerge un confronto acceso, mai pacificato, in cui le differenze ideologiche diventano anche scontro umano, emotivo e corporeo. Massimiliano Zampetti, forte della sua esperienza di attore, lavora con precisione sulla presenza scenica e sulla tensione interpretativa dei due protagonisti. La sua direzione, rivolta agli attori, evita rigidità didascaliche, lasciando emergere invece l’umanità contraddittoria di Tzara e Lenin. Zampetti ha condotto gli attori Igor Horvat e Giovanni Palazzo in un confronto intenso, nella costruzione di un dialogo teso, fisico che mantiene viva, nello spettatore, una costante sensazione di attrito. Dalle divergenze si contrappongono anche possibili convergenze.

La scena non cerca equilibrio, ma al contrario costringe e disturba. Mi sono lasciata trasportare dalla potenza del testo, risucchiata nel vortice di questi due poli opposti, e agli antipodi: ora attratta dalla ribellione e dall’anarchia di Tzara, ora respinta ma al contempo affascinata dal paternalismo, e dal controllo rigido e svilente, di Lenin.

Tra realtà documentata e costruzione narrativa, ci si interroga su cosa resti oggi di quella Svizzera rifugio di esuli, rivoluzionari, anarchici, socialisti, disertori e artisti d’avanguardia. Rimembranze di una città apparentemente calma, ma intellettualmente esplosiva. In questa lettura, la rivoluzione non è più soltanto quella delle idee o degli eventi, ma anche quella, più silenziosa, instabile e profondamente umana, della volontà di cambiare l’ordine costituito, in un percorso fatto di deviazioni, arresti e ripensamenti, in cui la creazione artistica si mostra nel suo farsi, senza soluzioni definitive. L’accostamento tra Tzara e Lenin non è casuale perché alla grande narrazione della trasformazione del mondo si affianca quella, più fragile ma altrettanto imponente, degli stati d’animo e della trasformazione umana.

E resta, tra le molte, una domanda aperta: che cosa significa oggi compiere un gesto rivoluzionario? E quale spazio può ancora avere l’arte, con le sue incertezze, le sue intuizioni, in una realtà che sembra chiedere risposte immediate e definitive, governate solo dal denaro? Oggi è rivoluzionario ciò che non si lascia manipolare, che non entra automaticamente nei meccanismi del consenso, chi non cede alla semplificazione, chi mantiene autonomia di pensiero? Oppure, paradossalmente, è più rivoluzionario l’atto del conformarsi? Mi chiedo se il titolo Cabaret Voltaire non orienti lo sguardo in una direzione, tendendo più verso il pensiero dadaista. La scelta di Cabaret Voltaire potrebbe indicare che l’autore dà risalto all’arte come atto di trasformazione rivoluzionaria. Non è tanto una scelta a scapito della politica, quanto un segnale chiaro perché l’arte, in questo dispositivo teatrale, smuove nuove possibilità di pensiero, rivoluzionando ciò che ancora c’è da rivoluzionare.

Nicoletta Barazzoni

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