Riflessione

I disordini di Belfast rivelano le sfide alla democrazia

Belfast, 9 giugno 2026: abitazioni e automobili in fiamme

Un orrore che in questa settimana non ha lasciato indifferente nessuno, per la crudeltà dell’attacco al nordirlandese Steven Ogilby e per l’inaudita violenza delle proteste dell’indomani, con negozi distrutti, automobili incendiate e case bruciate da bande di persone con i visi coperti che urlavano slogan xenofobi. Molti vogliono circoscrivere queste vicende all’attacco di un singolo – il sudanese Hadi Alodid ha ottenuto legittimo asilo fino al 2028 – e alla tendenza violenta di autodifesa che i nordirlandesi hanno interiorizzato dopo decenni di troubles per la difesa della propria identità nazionale, politica e religiosa, prima dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998.

Ma con questo è davvero già detto tutto?

Innanzitutto, nella dinamica ormai si ripete uno schema: mentre l’estrema destra – Reform UK di Nigel Farage e Restore Britain di Rupert Lowe – utilizza questa vicenda per ribadire la propria richiesta di politiche di identità e remigrazione, da parte del governo e dei partiti moderati si condanna la violenza e si chiede all’unisono alla popolazione di mantenere la calma. Risposte che sono senza alternativa, ma che alle popolazioni europee sembrano sempre meno convincenti. Anche per questo funziona l’istigazione alla protesta tramite i social che ha visto, tra i protagonisti, non solo l’estremista Tommy Robinson, bensì anche Elon Musk, che esorta a «manifestare spesso e con forza». Le nuove tecnologie si rivelano così “cinghie di trasmissione” delle paure presenti nella società, fomentando indignazione xenofoba e mobilitazione collettiva.

Questo uso delle nuove tecnologie, che va oltre la legittima informazione, va decisamente nella direzione opposta dell’appello all’umanità dell’enciclica Magnifica Humanitas, nella quale Leone XIV afferma la necessità di «disarmare» non soltanto l’intelligenza artificiale, ma anche le tecnologie comunicative quando alimentano ostilità, polarizzazione e disumanizzazione dell’avversario. L’immediato sorgere di narrazioni prima che i fatti siano accertati, il veloce moltiplicarsi della rabbia, ma soprattutto l’appello a portare la violenza nelle piazze (oltre a Belfast anche in altre città) sono fenomeni che dividono fortemente la società e contribuiscono al rafforzarsi dei partiti populisti. Il prevalere dell’indignazione e del risentimento erode la fiducia nella democrazia come luogo di composizione dei conflitti e di costruzione del bene comune. E nella misura in cui tramite la comunicazione digitale la destra populista riesce a trasformare tale evento tragico in occasioni di mobilitazione emotiva, la società perde progressivamente la capacità di distinguere tra giustizia e vendetta, tra legittima richiesta di sicurezza e ricerca di un capro espiatorio. Per contrastare questi fenomeni non bastano nuove regole: urge una risposta politica e culturale forte.

Markus Krienke

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