Commento

Kevin Warsh, un “uomo di Wall Street” alla testa della Federal Reserve

Di solito il cambio alla guida di una banca centrale interessa soprattutto economisti, analisti e mercati finanziari. Nel caso della Federal Reserve, però, il discorso è diverso. Chi guida la Fed non influenza soltanto l’economia americana. Influenza il costo del denaro mondiale, il dollaro, le borse e, indirettamente, anche l’economia europea e svizzera.

Kevin Warsh, nuovo presidente della Federal Reserve statunitense

Kevin Warsh, nuovo presidente della Federal Reserve (Fonte: Casa Bianca USA / Daniel Torok)

A metà maggio Jerome Powell ha lasciato la presidenza della Fed. Al suo posto Donald Trump ha scelto Kevin Warsh, ex governatore della Federal Reserve ed ex banchiere di Morgan Stanley. Un cambio importante sia dal punto di vista economico sia politico.

Molti si aspettavano che Trump, dopo anni di attacchi contro Powell e contro i tassi elevati, avrebbe scelto un presidente molto accomodante. Un uomo pronto a tagliare i tassi in fretta e a sostenere i mercati. Le cose, però, sono andate in modo un po’ diverso.

Warsh è considerato relativamente rigoroso sul fronte dell’inflazione. Negli ultimi anni ha criticato le politiche ultra-espansive del periodo post-Covid e la crescita enorme del bilancio della banca centrale americana. In altre parole, ha contestato l’idea di una Fed sempre pronta a intervenire, comprare titoli e rassicurare i mercati. Il segnale è stato colto subito. Fino a pochi mesi fa molti investitori scommettevano su tagli dei tassi di interesse nel corso del 2026. Ora il quadro è meno chiaro. Qualcuno arriva persino a ipotizzare il rischio di nuovi rialzi, se l’inflazione dovesse restare troppo alta.

Anche sul tema dell’indipendenza della banca centrale i primi segnali sono stati meno prevedibili del previsto. Durante le audizioni al Senato, Warsh ha insistito molto sulla propria autonomia. Tanto che lo stesso Trump ha dichiarato che la Fed deve rimanere totalmente indipendente. Una frase non banale, se ricordiamo quanto siano stati difficili i rapporti tra Trump e Powell.

Sul piano della politica monetaria, diversi analisti si aspettano una Fed più sobria. Meno quantitative easing, cioè meno acquisti massicci di titoli finanziari. Meno interventi permanenti sui mercati. Più attenzione allo strumento classico dei tassi di interesse.

Detto in modo semplice: una banca centrale meno disposta a fare da pompiere universale ogni volta che i mercati prendono paura. Per l’Europa e per la Svizzera non è un dettaglio. Una Fed più rigida può rafforzare il dollaro, influenzare i flussi di capitale e complicare le scelte delle altre banche centrali.

Sul piano politico, infine, questa nomina manda anche un messaggio preciso. Trump non ha scelto un outsider radicale. Ha scelto un “uomo di Wall Street”, dell’establishment finanziario repubblicano e integrato nei circuiti economici tradizionali americani. È un segnale che suggerisce prudenza e continuità almeno sul terreno monetario. Per questo, probabilmente, almeno per il momento, la reazione dei mercati è stata relativamente calma.

Amalia Mirante

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