Coronavirus

La nuova ondata di positivi non scatenerà una “tempesta” primaverile

Fuori dalla primavera maledetta, superata l’estate con tutte le luci e le ombre tra libertà ritrovata e leggerezze e irresponsabilità diffuse, ora sotto l’incalzare di cifre che tendono al rialzo, sia pure con il giustificativo parziale dell’aumentato numero di tamponi, si impone qualche occhiata all’autunno-inverno che avremo. Dopo una prima diagnosi, in cui lo scienziato Fabio Truc propose l’immagine ad effetto del SARS CoV-2 (nome tecnico del virus) come “tempesta perfetta” della “Covid-19” (la malattia provocata dal SARS CoV-2), ora che siamo di fronte ad una curva in salita dei positivi, si è sulla tolda in navigazione, oppressi da un futuro che pare sempre più precario. Truc, fisico teorico, docente universitario e ricercatore a Parigi, dove studia come una cellula possa sviluppare il cancro, si distanzia dai catastrofisti e analizza con lucidità la mappa della navigazione tra ripartenze ardue, focolai, quarantene, prospettive.

Dove stiamo andando, capitano Fabio Truc? Siamo davanti a una seconda ondata?
È difficilissimo da valutare. Sicuramente siamo in presenza di un drammatico aumento dei casi positivi. Non abbiamo ancora capito bene se questi positivi poi si trasformano in sintomatici e anche in pazienti più impegnativi per la gravità dei sintomi. Molti danno per acquisita la seconda ondata della “covid-19”.

Le curve dei positivi in costante salita

Gli aggiornamenti quotidiani che arrivano dai nostri vicini, Francia e Spagna innanzi tutto, sono preoccupanti e collateralmente producono paura, allarmismo e psicosi di ritorno. Par di precipitare in una spirale perversa…
Siamo ormai da tempo di fronte a due epidemie: da una parte, quella materiale del virus che sta facendo da mesi il giro del mondo con le curve di contagio e di esiti letali tristemente noti; dall’altra c’è un’epidemia pure molto insidiosa che è quella immateriale della paura. La mia analisi dal punto di vista prettamente scientifico di questa recrudescenza del virus poggia su alcuni aspetti importanti. Assistiamo ad un aumento dei tamponi e, in parallelo, un forte aumento di positività: in Italia siamo sui 1500 al giorno, Francia, Spagna e Regno Unito hanno una curva più in salita e siamo nell’ordine di diverse migliaia). Di fronte a questi dati dirompenti, consideriamo il numero dei decessi, ammesso che si tratti di morti “per” covid e non “con” covid (cioè in presenza di altre patologie). Non siamo certamente ai numeri impressionanti di marzo ed aprile. Non sappiamo quanti sono i sintomatici rispetto ai positivi perché è una valutazione problematica; l’aumento dei ricoverati c’è, ma quelli che finiscono in terapia intensiva non sono molti…

Davanti a questi numeri in crescita, che cosa si può argomentare?
Osserviamo un aumento dei casi positivi e in parallelo un numero stabile di decessi: 15-20 al giorno in Italia. Questo dato induce gli studiosi a formulare alcune ragionevoli ipotesi:
• stiamo osservando un aumento dei casi positivi in corrispondenza di un maggior numero di tamponi eseguiti;
• in questo momento si stanno ammalando in media soggetti più giovani rispetto all’inizio della pandemia: quindi soggetti fisicamente più forti e resistenti;
• i soggetti più suscettibili sono già stati colpiti in modo letale dal virus che dunque risulta ad oggi molto meno killer;
• sappiamo curare meglio chi si ammala in modo grave rispetto ai primi casi nella scorsa primavera.

La sua idea personale qual è?
Nessuna di queste, in particolare. Io penso invece che questo virus è mutato, perché i virus sanno fare solo quello. Se diamo retta a quella che per ora è la linea ufficiale della scienza, nella “covid-19” c’è stato il salto di specie, una tracimazione dal pipistrello all’uomo, un veicolo estremamente pericoloso (altra scuola di pensiero sostiene trattarsi invece di un virus di sintesi, nato in laboratorio, a Wuhan). Questo virus, come ogni altro virus, fa sempre la stessa cosa: muta…

Due possibili scenari per l’evoluzione del virus

Se volessimo azzardare una previsione su come andrà a finire quest’interminabile emergenza, cosa si sente di dire?
Io vedo due possibilità:
1) il virus piano piano si adatta al nostro organismo, al nostro sistema immunitario e quindi si stabilizza. Ciò significa che va a decadere al rango di “virus qualunque”, cioè uno come tanti altri, fondamentalmente innocuo, che dà un po’ di sintomi ma non è letale e nella media non fa più danno né paura. Questo lo vedremo nel giro di 6-8 mesi;
2) secondo scenario, più interessante ma credo poco probabile: avviene una accelerazione nella frequenza delle mutazioni del virus. Quando questo accade, significa che il virus introduce mutazioni tali nel suo genoma – molto frequenti e rapide – per cui di solito si autodistrugge. È un po’ come il soggetto affetto da febbre del gioco, che compera molti biglietti di una lotteria: vincono in pochi, la quasi totalità perde: quindi uno rischia di rovinarsi. Ogni volta che nel virus avviene una mutazione – ed è casuale – è come se acquistasse “chances” al mercato della sopravvivenza. Chiaro che se un virus introduce troppe mutazioni – e sono quasi sempre maggiori le sfavorevoli e deleterie rispetto a quelle utili – si autoelimina in poco tempo. E questo sarebbe il terminal più auspicabile, perché scomparirebbe in tempi brevi. È il gioco dell’evoluzione: ogni struttura vivente va a esplorare il “paesaggio” delle sue possibilità da un punto di vista di sopravvivenza e di riproduzione. Lo fa introducendo variazioni casuali: più se ne introducono, più si acquistano possibilità e più si perde identità.

Che cosa non sapevamo e oggi abbiamo capito?
Quello che ha cambiato le sorti nell’affrontare la pandemia in corso sono state le autopsie. Si è capito molto assumendo il rischio di fare delle autopsie. Il virus è arrivato dalla Cina: sembrava una polmonite interstiziale, la si è affrontata con l’ossigeno e i morti erano tantissimi. Quando sono state fatte le autopsie, si è visto che era fondamentalmente un problema di microtrombi, quindi di tromboembolie polmonari, e qui è scattato un ribaltamento nell’approccio terapeutico. S’è capito che si dovevano usare gli anticoagulanti e da lì in poi s’è anche compreso come meglio curare la malattia che si pensava fosse un’altra cosa. Non serviva a niente pompare ad alta pressione dell’ossigeno negli alveoli polmonari, quando tutti i vasi erano intasati dai microtrombi e non era più possibile lo scambio gassoso. Era perciò inutile continuare a somministrare ossigeno che non sarebbe mai entrato in circolo. Questo è uno dei classici casi in cui non bisogna usare il metodo deduttivo ma le interferenze induttive. Il deduttivo è un grandissimo metodo di lavoro per lo scienziato e serve a dimostrare dei principi, dei teoremi che sono stati in qualche modo già enunciati: qui s’è applicato il metodo deduttivo a un’idea sbagliata, appunto la polmonite interstiziale inculcataci dai cinesi. Quando siamo partiti dal dato osservazionale, prendendoci i relativi rischi con le autopsie, si è imboccata la strada giusta per affrontare e curare questa malattia. Fortunatamente oggi i decessi sono molto calati, di sicuro perché intanto abbiamo imparato a curare.

Giuseppe Zois

2. Fine

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