Editoriale

Molotov-von Ribbentrop, un patto per la guerra

I dittatori non sono per la pace: usano il richiamo alla pace per prendere tempo e consolidare il loro potere. Avvenne così anche il 23 agosto di ottant’anni fa, quando a Mosca – la capitale dell’allora Unione Sovietica – il Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop e il suo omologo russo Vjačeslav Molotov firmarono il patto che portava i loro cognomi: quello di non aggressione tra il Terzo Reich e l’URSS. I due ministri furono l’estensione della volontà dei governi che servivano e quindi dei loro spregiudicati tiranni. Nonostante Adolf Hitler avesse in odio i comunisti, strinse il patto. Naturalmente, era squisitamente ricambiato nel suo astio da Stalin e dalla sua cerchia: un patto di non belligeranza serviva ad entrambi.

Ambedue le potenze erano uscite sconfitte dalla Prima Guerra Mondiale: la Germania si assemblò nella fragilissima Repubblica di Weimar, mentre la Russia zarista si convertì al Leninismo e dal 1917 – dietro a sacrifici territoriali ad Ovest – si concentrò sulla politica interna e l’allestimento dell’ideologia comunista in tutti i gangli della società. Il patto fu l’occasione per entrambi i firmatari di diventare i padroni di gran parte dell’Europa: la Germania giustificava annessioni e invasioni territoriali con la scusa del Lebensraum (lo spazio vitale); l’Unione Sovietica, d’altra parte, non vedeva l’ora di riappropriarsi delle “sue” preziosissime terre di Finlandia, Lituania, Lettonia ed Estonia (le repubbliche baltiche erano diventate tali nel 1918).

Il patto Molotov-von Ribbentrop prevedeva il mutuo impegno a non stringere alleanze con paesi stranieri: cosa che in effetti non serviva, dal momento che i piani di Hitler erano volti alla conquista del continente; a partire proprio dall’Est. I nazisti avevano già riconquistato le aree perse a seguito della sconfitta nella Grande Guerra, annesso l’Austria e divorato Boemia e Moravia con la complicità del governo slovacco. La Società delle Nazioni – il progenitore dell’ONU – e l’Europa tutta, nonché gli Stati Uniti (ripiegati su se stessi e poco inclini ad attività belliche in Europa dopo l’intervento del 1917) non mostrarono grosse resistenze anche in occasione del patto moscovita.

D’altronde, la politica dell’Appeasement (che ebbe una tragica e plastica dimostrazione negli “accordi” di Monaco del 1938) era diventata la prassi negli anni Trenta: “meglio che due grossi superstati siglassero un patto di non aggressione reciproco”. L’Europa a trazione franco-inglese, si era quasi del tutto disinteressata dell’insorgere dei nuovi fascismi (Nazionalsocialismo tedesco in primis). Certo, il mix letale di Dopoguerra, influenza spagnola e Depressione del 1929 importata dagli Stati Uniti fu pesante per tutto il Vecchio Continente: la crisi si sentiva eccome, ma non mostrare preoccupazioni per l’avvento del governo fascista di Benito Mussolini in Italia (1922) o della guerra civile spagnola (1936-1939) che consolidò l’Esecutivo di Francisco Franco o l’inizio dell’Estado Novo di António Salazar in Portogallo (1932) ad esempio, fu quanto meno sconsiderato.

In una situazione del genere – dove le controparti pensavano di aver neutralizzato l’altra per consentirsi, tra le altre cose, i ritmi necessari alla loro sopravvivenza – è evidente che il patto nazi-sovietico non serviva ad evitare una guerra: doveva posticiparla, mettendo una “pezza” provvisoria sul fronte Est per i tedeschi rispettivamente quello ad Ovest per i sovietici. Sigillando momentaneamente il blocco orientale, Hitler avrebbe avuto mano libera per le occupazioni nell’Europa centrale. Sigillando momentaneamente il blocco occidentale, Stalin avrebbe potuto consolidare il suo sistema economico e la crescente potenza dell’Armata Rossa. A tale scopo, i due contraenti erano abbastanza ottimisti: sette i punti del patto; dieci anni di durata.

Per quanto fosse vero che il l’accordo fosse di non aggressione reciproca, esso prevedeva un protocollo aggiuntivo segreto che conteneva un disegno di spartizione dell’Europa dell’Est in termini di influenza. La Polonia, in particolare, sarebbe stata divisa in due: la parte occidentale doveva saziare l’appetito hitleriano ed era da aggiungere alla piccola porzione di Prussia (separata dalla casa madre tedesca dal corridoio polacco di Danzica) fino alla Slovacchia collaborazionista; la parte orientale andava ai russi che aggiungevano al loro impero anche la Bessarabia, l’Ucraina dell’Ovest e le tre repubbliche baltiche (che riacquisirono l’indipendenza solo nel 1990-1991). In questo contesto, non fu quindi una sorpresa ciò che accadde il primo settembre successivo alla firma del patto. L’invasione della Polonia e l’inizio della cosiddetta Blitzkrieg era alle porte.

Già a partire dagli esiti dei due firmatari del patto s’intuirono, nel 1945-6, le pieghe che presero le vicende occidentali degli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale. Il Ministro von Ribbentrop fu condannato a Norimberga il 16 ottobre 1946: il primo dei big nazisti – colpito da una malattia neurodegenerativa – ad essere impiccato. D’altra parte, Molotov morì, in tutta tranquillità, nella sua adorata Mosca, all’età di novantasei anni. Un parallelismo perfetto circa l’esito delle due ideologie. L’ideale nazista venne sepolto: l’altro Socialismo – quello cosiddetto reale – andò avanti per quasi mezzo secolo, fino ai conti con le sue pesanti contraddizioni nel 1989.

Amedeo Gasparini

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