Storie di Musetta e altri gatti

Partorire in casa

Gatta con gattino

Non si finisce mai di lodare e ammirare la natura e, in particolare, l’istinto animale. Oggi si riempiono i salotti di mici sterilizzati, ma mamma gatta è un essere straordinario e lo è ancora prima di partorire, nel difendere la sua prole a costo della vita. Era diventato un episodio mitico, da tramandare, la storia della compagna di scuola che si era presentata accompagnata dal suo barboncino, non proprio nano. Un cane nel giardino dei gatti? Ma come le era venuto in mente? Ad assalirlo è stata Pupa incinta che come una furia gli è saltata sul dorso e gli ha piantato le unghie di tutte e quattro le zampe nella carne, i guaiti del cane si sono sparsi per tutto il quartiere… A staccarla ce n’è voluto… Inutile aggiungere che è stato il cane ad avere la peggio: Pupa difendeva la prole che aveva nella pancia! E niente riesce a vincere la furia di mamma gatta.

Nel periodo della gestazione, anche la gatta dall’indole più avventurosa stava molto in casa, lontana dai suoi compari, tranquilla, sapeva attendere, rifiutava le coccole, non si faceva toccare, le mani piene di graffi della bambina lo testimoniavano. Ringhiava anche la creatura più dolce… Non aveva bisogno di corsi e consigli, la natura l’aveva munita di tutto quello che doveva fare e sapere. Quando la si trovava negli armadi, a nascondersi tra le lenzuola pulite, oppure sotto le coperte del letto, la mamma capiva che non mancava molto. Allora, preparava una cuccia adeguata, di solito la cassetta della frutta, imbottita di copertine o vecchi stracci, in un angolino protetto della casa, a volte dietro una porta, al riparo da altri occhi felini indiscreti. La gatta arrivava ad ispezionare, se era di suo gradimento, entrava, ci faceva un giretto, si sdraiava per la prova generale e poi saltava fuori di nuovo, rassicurata: il posto l’aveva.

Infallibile, naturalmente, sentiva quando era il momento. Si sistemava lì e non si muoveva più. Durante le doglie sapeva come respirare con la bocca aperta e all’ultimo come spingere, tutto normale, naturale, ne usciva uno e poi doveva ricominciare, due, tre, quattro, cinque volte… I piccolini potevano essere tutti diversi, chi assomigliava alla madre, chi al padre e chi altro non si sa… Lei non lo rivelerà mai. La madre si mangiava tutto, la placenta, molto nutriente per cui per un po’ non aveva bisogno di cibarsi, i cordoni ombelicali, le deiezioni dei piccoli che leccava e puliva subito dopo la nascita e in continuazione da consumarsi la ruvida linguetta. La mamma umana in ogni caso provvedeva a cambiare gli stracci insanguinati, con non poca fatica perché la gatta non voleva saperne di spostarsi. Come usciti, tanto irascibile prima, iniziava subito a “ronronare” e non smetteva più, mentre i neonati ciechi, seguivano il rumore ritmico e l’odore che li guidava nella pancia della mamma a cercare subito la mammella. Uno spettacolo per la bambina che vedeva quelle creaturine così fragili già lottare e litigare, spingendosi via l’uno con l’altro, appropriandosi della propria fonte di latte. Era già la gara alla sopravvivenza ma mammelle ce n’erano per tutti di solito… Se qualcuno finiva in disparte lei lo rimetteva al posto giusto, ma se la sarebbe cavata comunque. E con le zampine facevano quel movimento che si chiama “pane” e che un gatto adulto, allo stato libero, non farebbe, tranne quelli da salotto ridotti ad uno stadio di eterni fanciulli… I piccoli fanno la pasta sulle mammelle, la madre le fusa e non c’è una scena animale più tenera e consolatoria.

Gattino sdraiato

Favole su cavoli e cicogne? Metafore di semini o pisellini? Ma scherziamo? “Mamma, anche i bambini escono così?”, “Sì”. E fu tutto quello che doveva sapere a tre anni, per i dettagli c’era tempo. Mai spiegazione su come si viene al mondo fu più sintetica ed esauriente.
Di solito le cose andavano bene, ma la bambina non sarebbe mai più riuscita a cancellare dalla memoria l’immagine orripilante di quella volta che venne partorito un essere deformato e morto… Cosa fece mamma gatta? Se lo mangiò!

I gatti sanno contare? Le mamme certamente, se non proprio contare, si accorgono subito se ne manca qualcuno. La micia abbandonava la prole solo per pochi momenti, per bisogni impellenti e per mangiare. La bambina ne approfittava per prendersene uno e portarselo a spasso. Arrivava la gatta e controllava la cuccia: c’era qualcosa che non tornava, non entrava e iniziava a guardarsi in giro, miagolando, cercando e quando lo trovava tra le mani della bambina, lo chiamava, lo invocava. Allora lei lo metteva sul pavimento e mamma gatta lo raccoglieva per la collottola e in quel movimento, in quella camminata di dignitoso orgoglio, con la testa alta per non fargli toccare terra, lo riportava alla cuccia. In fondo, la bambina voleva proprio assistere a questa impagabile scena di amore e possesso materni. Non ne avrebbe mai perso uno, mamma gatta.

In questa storia mancano i maschi. Su Google girano filmati di padri gatti che condividono la cura dei piccoli. Non è l’esperienza di questa famiglia. Gli altri felini della casa non riconoscevano i piccoli neppure come appartenenti alla propria razza. Se la bambina li mostrava loro, in risposta quelli soffiavano, neanche fossero marziani, non li aggredivano, ma soffiavano e si allontanavano, del resto anche la madre non li voleva tra le zampe… I maschi servivano solo ad una cosa, assolto il loro dovere diventavano inutili per le femmine!

Manuela Camponovo

(4. Continua)

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