Commento

Per una Madre Patria gentile e aperta

«Orfani della Madre Patria sono anche quelli che faticano a riconoscere la propria Patria»: Vittorio Emanuele Parsi ha scritto un libro – Madre Patria (Bompiani 2023) – per delineare un concetto in Italia da sempre vittima di mala-interpretazione e accaparramento da parte di alcuni movimenti politici. Quello di Madre Patria. «Non si tratta di aderire a un disegno altrui, ma di contribuire attivamente a riedificare una Madre Patria che sappia mettere insieme il meglio del nostro passato con le speranze più audaci per il nostro futuro». Parsi scrive la parola “madrepatria” staccata, implicando madre e padre. Parla della necessità di un rinascimento contro il rancore, il settarismo, il vittimismo e la paura. Parla di “Patria gentile”, una patria inclusiva e aperta, libera, capace di unire e non dividere. Uno dei fil rouge dell’opera è la tesi di Ernesto Galli della Loggia sulla “morte della patria”, l’8 settembre 1943.

Fu la Resistenza partigiana a tenere a battesimo le nuove istituzioni e dunque la rinascita della patria. Poi la divisione tra fascisti e antifascisti è rimasta nei fatti anche nella storia repubblicana. Una divisione data sbrigativamente per superata nel 1945. Il che ha impedito una rielaborazione storica della dittatura fascista. Il risultato è stato che tutto quello che aveva a che fare con la Madre Patria è stato visto per anni come qualcosa di sbagliato. L’idea di madrepatria moderna che l’autore ha in mente una continuità ideale tra Risorgimento e Resistenza. La patria, sostiene Parsi, è un metodo narrativo, un legame tra abitanti e territorio. Sarebbe necessario andare oltre l’idea della nostalgia di una patria vecchia e stantia. L’obiettivo degli italiani del domani sarebbe abbracciare una nostalgia positiva della memoria e un’eredità che abbia radici nell’identità di essere italiani.

Il concetto di patria è stato svilito. La sua accezione odierna è utilizzata dall’una o dall’altra parte politica per dividere, non per unire. Parsi afferma che una patria è necessaria, ma solo un progetto condiviso e solido di vero patriottismo, inclusivo, non razzista, che tiene a bada il sovranismo potrà considerarsi positivo. Parsi sottolinea la necessaria responsabilità il dovere dei cittadini. Una Patria «è un vincolo fatto di molti vincoli», disse Oriana Fallaci. Continua Parsi, che per amare la Madre Patria, «non serve che sia perfetta: non si ama la propria squadra perché è vincente, ma perché è la nostra […]. La qualità della squadra dipende anche dalla qualità dei giocatori […]. Se tutti noi compiamo il nostro dovere, anche la patria riuscirà laddove fino ad ora ci ha […] deluso. Amare la propria squadra a prescindere dalla sua forza non significa […] coprirne le […] scorrettezze fuori dal campo».

Difatti, «amare la propria patria, sentire il dovere di servirla come una scelta rafforzata, non implica il denunciare i dirigenti scorretti, chi vuole corrompere nello spirito, chi la allontana dal sentiero della democrazia». La Madre Patria è quella celebrata da Orazio, che la identificava come il privilegio di poter sacrificare la propria vita affinché la comunità potesse sopravvivere. In Cuore, Edmondo De Amicis si propose di educare al patriottismo civico i neocittadini italiani. Molti politici, tra cui Bettino Craxi, hanno rispolverato il mito garibaldino. Craxi vedeva nell’eroe Nizza un possibile legame tra la patria del Risorgimento – l’Italia monarchica e liberale – e la patria del dopo-Resistenza – democratica e repubblicana. Tuttavia, la Resistenza «ha una forza simbolica non universale non perché i fascisti e i loro eredi ne sono esclusi, ma perché non colpisce completamente nel segno dei cuori degli italiani di allora e di oggi».

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sussiste l’idea che estirpati dal corpo sociale italiano i pochi untori e mariuoli esso sarebbe sano. Ma Parsi sottolinea che le colpe nazionali concernono tutti. E non soltanto alcune mele marce. «Si direbbe proprio che la complicità di tanta parte della società italiana con i cattivi comportamenti della politica sia sempre stata ben attestata». Gli italiani di ieri e di oggi praticano una «cultura autoassolutoria di fuga perenne dalla responsabilità e dal narcisismo adolescenziale». Questo potrebbe essere uno degli effetti del fatto che nel Dopoguerra secondo le logiche di Yalta i partiti comunisti non potevano andare al potere in Occidente. Il PCI, per esempio, fino al crollo del muro di Berlino non riusciva ad accreditarsi come convinto sostenitore della democrazia occidentale e della Madre Patria. Continuava ad ispirarsi al Comunismo che non riconosceva patrie.

La conventio ad escludendum del PCI era dovuta dal fatto che il progetto liberal democratico e capitalista non era compatibile con quello comunista e collettivista. Questo non ha fatto che lacerare qualsiasi processo di ricostruzione di una patria nel Dopoguerra. E anzi, ha incentivato una polarizzazione ideologica. La collusione della società nelle pratiche illegali è sempre dietro l’angolo. E così è stato nel corso della Prima Repubblica, caratterizzata da una società «contrassegnata dal classico così fan tutti, nonché dal particolarismo, dell’elusione fiscale, del familismo amorale, dal corporativismo, dal municipalismo e dall’abitudine alla furberia». Il che ha imbarbarito le pratiche sociali danneggiando l’amor patrio. La Repubblica che è nata non era più tanto una patria, quanto una Repubblica dei partiti. Alcune figure hanno aiutato a rafforzare la nozione di Madre Patria come Sandro Pertini (1978-1985), Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006) e Sergio Mattarella (2015-).

Pertini aiutò gli italiani nella sensazione che la Repubblica diventava “casa loro”. Come riportato da Alessandro Campi (Il fantasma della nazione), Ciampi si poneva l’obiettivo di «rafforzare la storicamente debole identità nazionale degli italiani, accrescerne il senso civico e l’adesione ai valori della Repubblica, risvegliare l’orgoglio patriottico anche nelle nuove generazioni, combattere una mentalità diffusa che vedeva l’Italia come un paese inesorabilmente destinato al declino, ripristinare l’attenzione ai simboli e alle ritualità civili che danno visibilità pubblica alla dimensione dell’appartenenza nazionale e al sentimento di patria». Ciampi voleva riavvicinare i cittadini alle istituzioni, per «rilanciare la ritualità istituzionale, a rinsaldarne il legame tra Stato nazionale e democrazia» (Campi). Una patria “bottom-up”, se vogliamo. Anche Mario Draghi ha fatto la sua parte. Con il famoso “Whatever it takes” (26 luglio 2012) fece comprendere a tutti che le istituzioni sono importanti per la democrazia.

Con quella frase iconica l’allora presidente della BCE implicava che dare sovranità all’Europa voleva dire rafforzare la sovranità degli Stati membri. Uno sviluppo dell’UE in chiave di Madre Patria su un livello più alto potrebbe consentire di tenere a bada i nazionalismi. Molti cittadini «hanno sviluppato una sorta di attitudine a vivere una vita separata dalle istituzioni, la cui esistenza viene spesso percepita solo quando essa si manifesta in maniera perlopiù negativa o associata a fenomeni negativi», commenta Parsi. Il sovranismo «è l’espressione di un umore collettivo, di un sentimento di massa segnati sempre di più da una sensazione di decadenza, debolezza e incertezza: è la traduzione, sul piano elettorale e della comunicazione politica, dell’angoscia e dello smarrimento provocati dal mondo globalizzato nella gran parte delle società europee» (Campi). Non a caso le destre vogliono capitalizzare su questo sentimento, strumentalizzando il concetto di patria.

Una Patria che divide è dannosa, scrive Parsi, che parla della Patria-Dr. Jekyll, rispettabile, vs. la Patria-Mr. Hyde, mostruosa e in agguato. Ma la strumentalizzazione della Madre Patria non c’è solo a destra, ma anche a sinistra – Friedrich Dürrenmatt scrisse «Patria, si fa chiamare lo Stato ogniqualvolta si accinge ad uccidere». Dei danni che hanno fatto i nemici del concetto di Patria ne parla Piero Calamandrei (Diario 1939-1945). Che dopo il 25 luglio 1943 scrisse: «una delle colpe più gravi del fascismo è stata […] uccidere il senso della patria. […] Si è avuta la sensazione di essere occupati dagli stranieri: questi italiani fascisti che accampavano sul nostro suolo erano stranieri: se erano italiani loro, noi non eravamo italiani». Albert Camus scrisse che «riconosciamo la nostra madrepatria quando siamo sul punto di perderla».

Parsi scrive che i «temi identitari che i partiti sollevano […] sembrano scelti apposta per la possibilità che offrono di dividere invece che di unire, costringendo spesso gli italiani […] non solo a prendere posizione su temi sui quali molti e molte non hanno ancora opinioni […] definite». I temi sono la famiglia “tradizionale”, il fine vita, la dignità della morte, l’accanimento terapeutico – «i partiti hanno interesse solo a sollevare quei temi che possono essere usati come marcatori del territorio». «La scelta di credere a un bene collettivo e la conferma attiva di agire per il bene di una Madre Patria è la garanzia di una ricchezza alla quale tutti partecipano». La Madre Patria deve vivere nei cuori dei cittadini. «Dobbiamo rammentarci come ognuno […] svolge quotidianamente il proprio dovere fascette irresponsabili, si muove in orizzonti dominati dall’incertezza e dalla volatilità».

In conclusione, «il patriottismo del XXI secolo non può illudersi di tornare al passato, ma deve invece essere capace di proiettarsi nel futuro libera di immaginare il futuro. Immaginare e progettare attivamente il futuro», mentre «troppo spesso i governi non fanno altro che gestire il presente senza alcuna idea costruttiva e convincente per il futuro». Oggi «la politica deve adottare una prospettiva di ampio respiro che guardi al futuro senza alimentare ansie e paure, ma soprattutto deve recuperare, rafforzare e irrobustire un senso di appartenenza a una medesima comunità». Una patria aperta al futuro, scrive Parsi, è la sola Madre Patria possibile. «Prendersi cura di chi amiamo è il modo più concreto […] di manifestare il proprio amore […]. Partiamo dal rispetto e dall’amore per quello che ci circonda».

Amedeo Gasparini

www.amedeogasparini.com

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