Editoriale

Populismo odierno, tra bugie e paura

Uno degli obiettivi dell’ultimo libro di Alessandro Barbano, Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo, è quello di suggerire al lettore una serie di metodi per riconoscere e disinnescare la «malattia della politica», che oggi di tutte è sul banco degli imputati: il populismo. Non che cercare il consenso attraverso modalità “populistiche” sia insano. Critici sono i livelli che un movimento fortemente demagogico raggiunge nell’obiettivo di acquisire il consenso popolare alle vette dell’architettura statale, tramite la semplificazione del discorso, la manomissione di concetti controversi, l’individuazione di un capro espiatorio, il solleticare gli istinti più rozzi e la normalizzazione delle anomalie.

L’espansione populistica in Europa, secondo Barbano, ha origine nello slittamento valoriale dell’ordine democratico e liberale che ha guidato il Vecchio Continente per secoli. A questo proposito, poco meno di vent’anni fa, scriveva Jean-François Revel che «una cultura entra in decadenza quando, consistendo solo in lodi che rivolge a se stessa, si esalta denigrando le altre culture.» Una cultura che non è più guida nella società, non è più tale. Quindi la degenerazione – politica e non solo – è prossima. Nei momenti di crisi della forma “partiti” come tradizionale forma di consenso (contenitore di ideologie collaudate nei decenni novecenteschi) un ruolo di rilievo lo assume anche la direzione imboccata da molte democrazie occidentali: quella «verso un’espansione illimitata dei diritti» – cioè il “dirittismo”, «l’espansione dei diritti svincolati dalle responsabilità, che affligge le società occidentali» – assumendo «la forma di una febbre parassitaria della globalizzazione.»

Il populismo – come del resto il Socialismo, che altro non è che una delle tante forme di populismo – «lucra sulle diseguaglianze dei mercati aperti, semina odio nei confronti del multiculturalismo, sfida la secolarizzazione con le sue patacche identitarie, oppone il nazionalismo alla rigida governance finanziaria di un’Europa divisa tra Nord e Sud, semina l’invidia nella classe media impoverita, inietta nella società intera il virus dell’analfabetismo funzionale e cognitivo.» Parole dure quelle di Barbano, preoccupato dalla banalizzazione del discorso politico. A peggiorare le cose sembra poi che i cosiddetti moderati (a destra e a sinistra), quasi si vergognino della loro moderatezza, cercando quindi di emulare goffamente i populisti.

Sebbene siano tanti gli strumenti che i movimenti populistici adottano per assicurarsi in consenso, Barbano si limita ad individuarne alcuni, tra cui l’esaltazione del popolo come fonte unica di legittimazione del potere, l’abiura delle élite, la relazione diretta con la leadership carismatica, il consenso come misura dell’azione politica, il sentimento antindustriale (il populismo fa breccia con tutta una serie di “anti”, perché è più facile essere “anti”, che “pro”). Non da ultima, l’invettiva moralista: la grande scomunica. Una delle facce del moralismo è anche il pessimismo: un sentimento sociale su cui far leva per alimentare il consenso, grazie alle nuove tecnologie. Di cui, i nuovi stregoni della politica conoscono segreti e maledizioni: agli occhi del popolo della Rete che segue il grande leader – il “Super-Io” – un Tweet vale più di mille comizi da anni Settanta in piazza.

I governi populisti – e i riferimenti di Barbano sono nei confronti della fu recente diarchia italiana del governo di Giuseppe Conte – propongono tradizionalmente la vecchia e inefficace ricetta dell’assistenzialismo, «mediante una politica economica espansiva, incurante dei vincoli europei», incapace di generare crescita, che prevede l’annientamento del debito creando altro debito. «Il disavanzo attiva nuovo indebitamento, […] scatena nei mercati la paura che le dimensioni del debito […] diventino insostenibili.» E a proposito di paura, «il populismo non ha alcun interesse a divedere la paura […] L’emergenza è assunta in forma simbolica.»

Il populismo trasforma la vita politica in una scelta radicale mediante l’istigazione della paura: o ci si schiera da una parte oppure dall’altra. Bianco o nero: non esiste il grigio. Tutto è basato «su un discorso fondamentalmente dicotomico: pro o contro, bene o male, sì o no, amico o nemico, loro o noi. Per i populisti non esistono problemi complicati, ma unicamente soluzioni semplici, facili da attuare», come hanno sottolineato Ilvo Diamanti e Marc Lazar nel loro libro Popolocrazia. Il cosiddetto popolo viene corteggiato dai movimenti demagogici. Da aggiungere poi un certo inspiegabile masochismo per cui «per ottenere l’investitura popolare le élites si subordinano al demos, cercano di indovinarne gli umori, di lusingarle, di farsene interpreti», come scriveva in Democrazie mafiose Panfilo Gentile. Il cosiddetto popolo viene strumentalizzato con la minaccia e la paura.

Il successo dei movimenti demagogici – a tratti pauperisti – è dovuto anche al fatto che il cambiamento socio-economico dell’ultimo decennio – dettato e scandito dalla globalizzazione – fa, semplicemente, paura. «Frustrazione e rabbia», ha scritto Maurizio Ferrera (Corriere della Sera, 18 febbraio 2019), «hanno cercato sollievo nella nostalgia di un passato più sicuro. Oppure nella ricerca di un futuro radicalmente diverso, costi quello che costi.» Da qui il rifugio verso le proprie – presunte – “sicurezze”: lo Stato, l’accusa verso il prossimo, l’odio di classe. La paura di cambiare e il cambiamento pauroso.

Amedeo Gasparini

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