Riflessione

Ticino: geografie di un Cantone da statuto speciale

Mare di nuveole ticinesi

The Swiss Southern Question: Ticino, a Canton Apart. È con questa affermazione che si apre GeoAgenda (2/2026), il numero della rivista online dell’associazione dei geografi svizzeri dedicato al Ticino. Presentato recentemente a Mendrisio all’Accademia di Architettura ha dato luogo a una tavola rotonda aperta a molteplici riflessioni sul ruolo della geografia nell’analisi dei rapporti tra lo spazio e la società, sempre più centrale nelle sfide territoriali del mondo odierno.

Il Ticino, a causa delle sue specificità dovrebbe avere un posizionamento e addirittura uno statuto diverso rispetto agli altri cantoni elvetici? Potrebbe sembrare una provocazione – forse anche un’ingenuità. Un politologo segnalerebbe subito un cartellino rosso alla sola possibilità di entrata in materia. Eppure, questo interrogativo si è posto molte volte nel corso della nostra storia. Quando il Cantone non può fare a meno di percepire di viaggiare con una marcia diversa – inferiore e, soprattutto inadeguata – rispetto a quella dei confederati d’oltralpe. La geografia fisica e l’organizzazione del territorio disegnano la nostra doppia perifericità rispetto al Nord e al Sud. Rilevano però anche l’essere inseriti in un paesaggio straordinario: il nostro grande capitale territoriale. La geografia politica e quella economica-sociale mettono a loro volta in evidenza il ruolo primordiale della frontiera e quello della dipendenza esterna.

Il risultato – secondo il criterio della territorialità, della nostra capacità di trovare forme di equilibrio tra sfide esterne e interne del nostro sviluppo – è purtroppo quello di un deficit cronico nella governanza pubblica. Perché, nel campo di forze in cui siamo chiamati a muoverci hanno prevalso quasi sempre le contingenze esterne e un conseguente allineamento all’arte dell’arrangiarsi: caratteristica tipica di una zona di frontiera. Perché tutto può cambiare anche in un lasso di tempo, dal breve a quello di una generazione, in funzione delle regole del gioco delle scale istituzionali superiori.

Così, in alcuni dei momenti lo sconforto è ricorrente. Vale la pena fare qualche esempio, perché è in questi frangenti che si vorrebbero vedere la giusta reazione politica e le sue chances di concretizzazione.

Saldo migratorio intercantonale 2015-2024

Saldo migratorio intercantonale 2015-2024 (Fonte: UST / Elaborazione: Giulia Buob)

Alla luce dei problemi odierni dell’economia e delle finanze cantonali, vengono alla mente i commenti di Basilio Biucchi – docente di varie coorti di studenti ticinesi di economia a Friburgo fino agli anni ’70 – quando tentava di stabilire i profitti e le perdite dell’unificazione economica della Costituzione federale del 1848. Scriveva: «Possiamo solamente affermare di essere stati perdenti a livello dell’economia pubblica e delle finanze statali, perché l’indennità che ci diede la Confederazione per i ceduti introiti daziari, basata su un periodo economicamente e politicamente non favorevole, fu nominale e statica, ferma sui valori e volumi di scambi poi travolti dallo sviluppo dinamico che ne seguì». Una situazione che ha tutta l’aria di essersi malauguratamente ripetuta centocinquant’anni dopo, a cavallo del XXI secolo. Sono gli anni del passaggio ad un federalismo competitivo e della messa a punto della politica di ripartizione dei compiti e della perequazione finanziaria federale e intercantonale, considerata la più importante riforma della Costituzione federale. In una breve fase, il Ticino era addirittura risultato tra i Cantoni donanti, ma poi quei criteri statici e non correttamente soppesati ora si ripercuotono pesantemente a nostro sfavore con disparità evidenti rispetto a Cantoni come i Grigioni, Vallese, Berna o Friburgo.

Tuttavia, anche la migliore perequazione di cui il nostro sistema federale può essere fiero, sarà sempre una correzione ex-post di disparità che, quando sono sostanziali, difficilmente possono essere affrontate senza far capo a vere e proprie svolte strategiche. Una svolta che si era tentata negli anni ’60 del secolo scorso con il tentativo (finito in niente nel 1968) di dotarsi di una programmazione economica. Il famoso (ma lo si dovrebbe rileggere) Rapporto Kneschaurek del 1964 sullo “Stato e sviluppo dell’economia ticinese” aveva identificato i problemi strutturali dell’economia cantonale e, in particolare, messo in rilievo il divario salariale tra Ticino e il resto della Svizzera del 20%. Oggi, dove siamo? In pratica, malgrado lo sviluppo del PIL (prodotto interno lordo), siamo al medesimo livello! Perché? Colpa della politica fiscale? Colpa della politica dei bassi salari e del frontalierato? Sappiamo come la politica ne abbia fatto un mantra negli ultimi decenni.

Saldo migratorio intercantonale 2015-2024, fascia d’età: 15-29 anni

Saldo migratorio intercantonale 2015-2024, fascia d’età: 15-29 anni (Fonte: UST / Elaborazione: Giulia Buob)

Siamo un Cantone di frontiera – e la frontiera è stata e può anche essere una risorsa per le rendite di posizione (finanza) e per le rendite differenziali (dal contrabbando di ieri a quelle salariali). Ma è mancata – o non la si è creduta possibile – una strategia politica per una governanza in regime di frontiera. Manca una visione e una politica globale. Con tutto il rispetto per le misure settoriali e puntuali che, nella loro buona volontà (salari minimi; aiuti sociali, mirati e non; contratti collettivi, ecc.) appaiono in fondo sempre come dei correttivi che non modificano il modello di sviluppo. Certo, non sono mancati gli slanci, quando sorretti da premesse e da un positivo immaginario. Quello ben leggibile nella ricerca Ticino, Regione Aperta (IRE/Dadò, 1992) in una fase che trent’anni fa faceva sperare nei germi, poi sbocciati, del Ticino universitario di USI e SUPSI, degli investimenti culturali (LAC; Festival di Locarno, e non solo), dei nascenti poli di ricerca e di sviluppo.

Purtroppo – nello scenario demografico odierno di un Ticino che attrae anziani e perde giovani che non rientrano dopo gli studi – l’interrogativo del nostro articolo rimane. Ricorriamo ad un altro geografo – Martin Schuler dell’EPFL – che definiva il Ticino “unico”, “diverso” e “ailleurs” (Coscienza Svizzera/Dadò, 2016). Scrive: «Forse una chiave di lettura si trova interpretando i due assi metropolitani che si sono sviluppati a Nord e a Sud. I due crescono secondo una logica propria, non si incontrano veramente e non fanno rete: e il Ticino è ai margini dei due assi, quasi soffocato e impedito in una funzione di ponte, tanto sbandierata, quanto teorica. Alptransit cambierà la situazione? Forse non basta». E Schuler concludeva – citando l’allora presidente della Conferenza nazionale sul federalismo, Luigi Pedrazzini – «senza un federalismo strategico, il Ticino e la Svizzera italiana saranno sempre più “ailleurs”», altrove. La perdente, con la Svizzera italiana, sarebbe la stessa Confederazione.

Remigio Ratti

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