In fabbrica entrano i robot umanoidi: le nuove sfide sindacali

Il robot umanoide Atlas di Hyundai
Si racconta che all’inizio della rivoluzione industriale i lavoratori mettessero i sabot, gli zoccoli di legno, negli ingranaggi dei nuovi telai meccanici. La storia è probabilmente più leggenda che cronaca, ma l’immagine resta potente: quando una macchina minaccia di cancellare un mestiere, chi lavora tende prima di tutto a difendersi.
Oggi i telai sono diventati robot umanoidi, software e intelligenza artificiale, ma la domanda rimane la stessa: che cosa succede a chi lavora quando una macchina diventa capace di svolgere una parte crescente del suo lavoro?
La vertenza Hyundai in Corea del Sud nasce qui. Il sindacato ha autorizzato “lo sciopero contro i robot” dopo il blocco delle trattative sul contratto che prevedevano richieste salariali e premi legati agli utili, ma anche e soprattutto garanzie sull’occupazione davanti all’arrivo dell’automazione.
E questo perché Hyundai introdurrà dal 2028 il robot umanoide Atlas: non come componente da assemblare, ma come lavoratore. Il sindacato non chiede di vietarlo, ma di negoziarne l’ingresso: quali mansioni cambieranno, quali posti resteranno e che cosa accadrà a chi non potrà diventare tecnico. Hyundai sostiene che nasceranno nuovi lavori per formare e supervisionare i robot. Può essere vero, ma resta da capire se saranno nello stesso stabilimento, con lo stesso salario e per le stesse persone.
Vedete, in realtà non siamo proprio di fronte a uno sciopero contro i robot, ma piuttosto in presenza di una vertenza sulle condizioni con cui i robot entreranno in fabbrica.
Il precedente caso di Samsung rende tutto ancora più interessante. L’azienda ha deciso di destinare il 10,5% dell’utile operativo della divisione chip a premi per i dipendenti del settore semiconduttori e questo perché gli introiti dell’intelligenza artificiale, a detta loro, non possono trasformarsi solo in utili per gli azionisti e remunerazioni per i vertici.
Sembra una buona idea, ma attenzione: un bonus resta una distribuzione annuale. Se robot, software e intelligenza artificiale aumentano in modo stabile il valore dell’impresa, forse è arrivato il momento di discutere anche di partecipazione al capitale. Non come sostituto del salario, né come scommessa obbligata sulla propria azienda, ma come forma aggiuntiva di partecipazione. Il passaggio sarebbe rilevante: dal lavoratore che riceve un premio quando l’azienda decide di concederlo, al lavoratore che partecipa anche alla crescita futura dell’impresa.
Se una parte crescente della produttività viene affidata alle macchine, la ricchezza che ne deriva dovrà tradursi in salari migliori, più sicurezza, più tempo e maggiori opportunità per tutti. Altrimenti il progresso rischia di restare un vantaggio per pochi e di farci fare, nel complesso, un passo indietro invece che avanti.
Amalia Mirante