Riflessione

A casa di Cosa nostra

Nino Rizzo

Lo psicoanalista Nino Rizzo, autore del libro A casa di Cosa nostra. Psicoanalisi degli uomini e delle donne di mafia, la Bussola 2023 (Fonte: fermo immagine da YouTube)

Ha fatto molto discutere in Svizzera romanda il libro di Nino Rizzo, psicoanalista con funzioni di training della Società svizzera di psicoanalisi a Ginevra e Losanna, sul fatto che possano esistere persone buone ma cattive. Ossia individui che personalmente sono buoni come il pane, ottimi coi propri cari, affidabili, sensibili, i primi disposti a sacrificarsi. Ma nello stesso tempo inseriti all’interno di un gruppo, un’organizzazione dedita ai traffici più loschi e perversi. «Ma il nonno era cattivo?», chiede improvvisamente la nipotina di otto anni a Nino – «Neanche per sogno», risponde l’autore. Era la persona più amata, tenera, gentile, accogliente che si possa immaginare. «Però – ribatte lei – era anche cattivo, perché l’hanno arrestato; era forse un ladro?» – «Sì», ammette la mamma, era un delinquente. Replica la piccola: «e come può coesistere un essere buono e cattivo allo stesso tempo?».

La risposta della psicoanalisi è psichica e relazionale: c’è una doppia appartenenza, quella familiare e quella di un gruppo d’interessi diverso. Anche noi, nella nostra psiche, abbiamo la coesistenza di odio e amore e dobbiamo renderci conto dell’esistenza di questi opposti sentimenti di per sé esclusivi. Come c’è il vecchio e il nuovo Testamento. Questa ambivalenza – secondo Freud e Lacan – nasce quando il bambino si accorge che le femmine non hanno il pene e incomincia a pensare che potrebbe perderlo pure lui. La bambina, all’opposto, pensa che con l’adolescenza le potrà crescere. C’è al fondo l’idea dell’unicità dei sessi che si trasferisce con complicazioni nell’adulto, nella esibizione o nel timore d’impotenza. Manca – è questo il punto – il riconoscimento della diversità dell’altro: il bisogno che abbiamo dentro di noi di essere diversi e di completarci rispetto – all’opposto – alla negazione dell’altro. Riconoscere se stessi come limitati, perché c’è una diversità che rispetta l’altro nella uguale dignità. Se ci si fossilizza nel rapporto con la madre che protegge il bambino sempre e qualunque cosa accada, o all’opposto ma similare dei valori impersonati dal padre, si sostanzia il rinnegamento reale dell’altro, un vicolo cieco nel processo evolutivo. Per questo accade la duplice dicotomia di essere buoni e cattivi allo stesso tempo, al di là della propria ambivalenza. Da una parte esiste una persona buona, affidabile, sensibile. Dall’altra un “gruppo di sostegno” e di appartenenza, senza la quale la persona in conflitto cade in depressione. Per questo anche per i pentiti di mafia è fondamentale l’aiuto della donna e della famiglia. Diceva Falcone che al momento di scegliere, se la donna si dimostra contraria (come troppe volte accade), il possibile “pentito” non cambia strada pur avvertendone lo sbaglio. «“Io sono peccato”, mi diceva un mafioso abbracciandomi e piangendo» – racconta Rizzo. L’uomo può errare, ma in ciò sta la ragione della sua salvezza.

Corrado Bianchi Porro

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