Commento

Berlusconi e la politica estera italiana “a sua immagine”

Silvio Berlusconi con il presidente USA Barack Obama alla Casa Bianca il 17 giugno 2009

Da Bush a Putin e Gheddafi: tramite relazioni personali e con un sano pragmatismo, Silvio Berlusconi ha posizionato l’Italia dopo la fine della guerra fredda al di là di un assetto politico internazionale che sostanzialmente non aveva lasciato margine a scelte autonome. Assieme alla riconferma del legame forte con l’America – concretizzatosi con l’impegno militare in Afghanistan e nell’Iraq – la sua politica estera si contraddistinse per una posizione radicalmente pro-israeliana nonché per un’attenzione particolare al mondo arabo, mentre distanziava il Belpaese dall’Europa. Costante era il suo intento – superando le “regole” della prima repubblica – non solo di spiegare, ma anche di coinvolgere gli italiani nella politica estera. Berlusconi espresse così una politica di fiducia nella “via italiana”, tentando un sottile bilanciamento che evitasse sia il sospetto americano sia il populismo – operazione che, però, alla fine non riuscì più a scindere dall’identificazione con la sua persona.

Riguardo all’Europa, egli difese l’autonomia italiana senza mai mettere in dubbio la forte interdipendenza tra il suo Paese e l’Unione europea, rifiutandosi in particolare – nonostante la sua polemica fosse costante – di mettere in discussione il Trattato di Maastricht. Anzi, nell’ultima fase, specialmente dopo il 2018, è stato il garante dell’Europa all’interno della coalizione populista, indicando ai populismi verde e giallo una linea rossa invalicabile. Nonostante non fosse mai stato anti-europeista, ha comunque considerato l’UE sempre “altra” rispetto all’Italia e ciò ebbe un impatto significativo sull’opinione pubblica, che nei tre decenni della sua azione politica è passata da una posizione pro europea ad una euro scettica. Se sfumature di populismo – un populismo “soft” – nella sua politica estera si ravvisano sul tema dei rapporti con l’UE, di sicuro ciò non è accaduto per i temi della sicurezza e dell’economia, e tanto meno per quello dell’immigrazione. Così Berlusconi non ha mai criticato in modo populista le élite europee, a differenza di quelle nazionali: episodi come il «cucù» alla cancelliera Merkel (2008) o l’insulto di «kapò» a Martin Schulz (2003) esprimono senza dubbio la sua insofferenza per le politiche istituzionali europee, ma sicuramente non una delegittimazione delle stesse. Hanno tuttavia sancito, inevitabilmente, l’impossibilità di essere “preso sul serio” in Europa, e non a caso fu in quel contesto che venne decretata la sua fine politica, annunciata dai sorrisi complici tra Merkel e Sarkozy nel 2011.

Solo pochi mesi prima, Berlusconi fu costretto a rompere con i suoi principi di politica estera quando cedette al sostegno dell’intervento militare in Libia. La storia, però, avrebbe dato ragione al suo impegno per un rapporto diverso con la Libia e il mondo arabo. E come sappiamo dal summit di Pratica di Mare del 2002, tale era anche la sua intenzione riguardo alla Russia…

Markus Krienke

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