Commento

Budapest volta pagina, la fine dell’era Orbán

12 aprile 2026: Péter Magyar festeggia la vittoria alle elezioni parlamentari ungheresi

12 aprile 2026: Péter Magyar festeggia la vittoria alle elezioni parlamentari ungheresi

Il 12 aprile l’Ungheria non ha solo, prevedibilmente, cambiato governo: ha archiviato con una nettezza che raramente si osserva nei sistemi proporzionali correnti un intero ciclo politico durato sedici anni; è la fine della cosiddetta era Orbán. Le elezioni parlamentari hanno consegnato al Partito del Rispetto e della Libertà (TISZA) guidato da Péter Magyar una vittoria strutturale. 141 seggi su 199 nell’Assemblea nazionale, oltre la soglia dei due terzi di 133. Dall’altra parte, il blocco formato da Fidesz e KDNP, guidato da Viktor Orbán, si è fermato a 52 seggi. La matematica parlamentare è politica. E il potere costituente è ora pieno per Magyar, che sarà in grado d’intervenire sulle regole del gioco. Il dato sull’affluenza – la più alta dalla fine del regime comunista nel 1989 – completa il quadro. Non una vittoria tecnica, ma una mobilitazione di sistema. In cui l’elettorato ha trasformato il voto in un giudizio su un’epoca.

Il successo di TISZA è stato costruito dentro una dinamica più complessa di quanto suggerisca la sola aritmetica elettorale. Magyar, ex protegé di Orbán, è emerso come figura di rottura interna. Capace di trasformare la propria provenienza dal sistema in una leva di credibilità. Ha parlato la lingua del potere che intendeva smontare, evitando sia la retorica moralistica dell’opposizione storica, sia la radicalità sterile dei movimenti marginali. A questo si è aggiunta una scelta strategica rilevante. Diversi partiti di opposizione hanno praticato forme di desistenza per evitare la dispersione del voto, accettando di sacrificare visibilità in nome dell’efficacia. Il risultato è stato un voto fortemente polarizzato, costruito come alternativa binaria tra continuità e discontinuità. Tra integrazione europea e nazionalismo competitivo. In questo contesto, il sostegno a Orbán da parte di figure come Donald Trump e Vladimir Putin ha contribuito a trasformare l’elezione in un test geopolitico.

La sconfitta di Orbán non può essere letta come un evento isolato. È piuttosto l’esito di un logoramento progressivo. Dopo il 2010, il leader ungherese ha costruito un sistema capillare, fondato sul controllo delle istituzioni, sulla riorganizzazione del sistema mediatico e sulla creazione di una rete economica strettamente legata a Fidesz. Una ristretta élite di imprenditori e funzionari aveva beneficiato di questo assetto, anche grazie alla gestione di appalti pubblici e fondi europei. Negli anni successivi alla pandemia, il deterioramento della situazione economica, l’inflazione e la percezione di un arricchimento selettivo hanno incrinato il consenso. Non da ultimo, il penoso, quanto grave, caso del ministro degli Affari Esteri di Orbán, Péter Szijjártó, quinta colonna russa al Consiglio dell’UE. Una rottura, dunque, non improvvisa, che ha reso possibile ciò che fino a pochi anni prima sembrava improbabile. Ovvero, la sconfitta di un sistema arbitrariamente (ri)costruito dal premier per non perdere il potere.

29 aprile 2026: Il premier designato Magyar prima di partire per Bruxelles per consultazioni con la Commissione europea e il presidente del Consiglio d’Europa

29 aprile 2026: Il premier designato Magyar prima di partire per Bruxelles per consultazioni con la Commissione europea e il presidente del Consiglio d’Europa

La parabola personale di Orbán rende questa transizione ancora più significativa. Dalla figura del giovane liberale che nel 1989 chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche, fino al teorico della democrazia illiberale, filoputiniano. Il suo percorso ha accompagnato – e in parte anticipato – le brutte trasformazioni di una certa destra europea. Il primo Orbán aveva guidato l’Ungheria verso NATO ed UE, conducendola dalla pattumiera del socialismo reale al perimetro globalista occidentale. Il secondo Orbán ha invece costruito una narrativa fondata su sovranità nazionale, repressione dei media e delle minoranze, corruzione familistica a tutti i livelli dello Stato, critica alle istituzioni europee e su un modello di governance autocratica. Le relazioni con leader come Putin e Xi Jinping, così come il sostegno a Trump, hanno consolidato la sua immagine internazionale di punto di riferimento per un fronte politico reazionario. Orbán è stato per questo parecchio studiato dagli analisti dei campus americani.

La campagna elettorale del 2026 ha rappresentato il momento di massima tensione di queste contraddizioni – dalla febbre anti-LGBT alle rivendicazioni transcarpatiche in funzione anti-Ucraina. Il confronto politico ha assunto la forma di uno scontro identitario, con toni accesi, attacchi personali e accuse di interferenze esterne. In questo clima, l’elettorato ha operato una scelta netta, premiando una proposta di riallineamento europeo. Tuttavia, il sistema costruito da Orbán non si dissolverà automaticamente con la sua sconfitta. Le istituzioni, le reti amministrative e i centri di potere restano in larga parte plasmati dai suoi sedici anni di governo. Il loro riequilibrio richiederà tempo. I segnali dell’élite economica ungherese indicano già un adattamento rapido al nuovo contesto. Secondo The Guardian, ad esempio, una parte dei soggetti che hanno beneficiato del sistema clientelare di Orbán sta trasferendo capitali all’estero, tra Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita o Australia.

Le promesse di Magyar – rafforzamento delle agenzie anticorruzione, revisione degli appalti pubblici, riallineamento agli standard europei – rappresentano una condizione necessaria anche per lo sblocco dei fondi europei sospesi negli anni e per ricucire con l’UE. Va infine considerato un elemento che distingue questa transizione da altri casi recenti. Orbán ha accettato subito la sconfitta. Non è scontato per chi adopera il metodo populista. Il regime è crollato proprio come crollò quello comunista nel 1989: all’improvviso. E in un panorama internazionale in cui alcune figure apicali hanno contestato i risultati elettorali fino ad organizzare un colpo di stato come quello a Capitol Hill il 6 gennaio 2021, la scelta di riconoscere il voto evita una crisi istituzionale e consente un passaggio ordinato di poteri di cui l’Ungheria e l’UE hanno un forte bisogno. Il nuovo governo dispone di una maggioranza tale da consentire interventi profondi, inclusa la possibilità di modifiche costituzionali.

Ricostruire lo stato di diritto richiede riforme e limiti autoimposti, per evitare che la concentrazione di potere si riproduca in forme oligarchiche. E se ora l’Ungheria sembra avviarsi verso un riallineamento europeo, l’Europa centro-orientale resta comunque attraversata da dinamiche instabili. In cui leadership formalmente democratiche mantengono ambiguità nei rapporti con la Russia. È ancora il caso del premier slovacco Robert Fico, mentre una settimana dopo la caduta del leader di Fidesz, l’euroscettico e filo-putiniano Rumen Radev ha vinto le elezioni in Bulgaria. Certo, la sconfitta del magiaro non coincide con la fine dell’onda che lo ha reso possibile, ma rappresenta una sua battuta d’arresto in un contesto ancora complesso. L’Ungheria entra in una fase di transizione in cui la fine politica di un leader non equivale automaticamente alla dissoluzione del sistema che ha costruito. E in cui il ritorno a una piena normalità liberaldemocratica è ancora un lungo processo.

Amedeo Gasparini

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